Amélie Nothomb, con Dizionario dei nomi propri, ci regala un romanzo intriso sul destino, sull'identità e sulle aspettative altrui. Centro di gravità permanente è Plectrude, una bambina il cui nome stesso si rivela profezia e fardello, carico di predestinazione, nome assegnato dalla madre biologica, Lucette che così facendo profetizza il percorso tormentato della nascitura, costantemente plasmata dalle aspettative degli altri.
“Plectrude sì: questo finale rude suona come uno scudo.
– La chiami Gertrude, allora. È più semplice da portare.
– No. L’inizio di Plectrude fa pensare a un pettorale: questo nome è un talismano.
– È un nome grottesco e la sua bambina diventerà lo zimbello di tutti.
– No, la renderà tanto forte che saprà difendersi.”
Il tema della mediocrità attraversa l'intero romanzo: Lucette uccide il marito non per un movente concreto, ma perché lo ritiene “mediocre”, una colpa imperdonabile ai suoi occhi.
“Parlava fra sé e sé: “Ho fatto bene a uccidere Fabien. Non era cattivo, era mediocre. La sua pistola era l’unica cosa di lui che non lo fosse”
Lo stesso rifiuto per l’ordinario si riflette nella zia-madre adottiva Clémence, che cresce Plectrude come una bambina prodigio, investendo su di lei sogni di irrealistica grandezza. Si dimostrerà cieca di fronte ai segnali di sofferenza della ragazza, ignorando ogni richiesta di aiuto e trasformando i suoi problemi in motivi di vanto, come se fossero il prezzo da pagare per il raggiungimento dell’eccellenza. Tuttavia, quando Plectrude non riesce a incarnare le sue aspirazioni, Clémence arriva a provare un sincero disprezzo misto a odio, scaturito dal fallimento delle sue proiezioni, sentimenti che si manifestano in modo sempre più evidente.
“Umiliata, desolata, rimase immobile a contemplare la sua opera.
Fu allora che sua madre disse, con voce secca:
– Mi disgusti.”
Plectrude adorata e trattata come una principessa, vive un'infanzia dorata, solo crescendo, uscendo dalla campana di vetro si infrange contro le dure verità della società e le pressioni della perfezione: il balletto rappresenta l’apice di questa ossessione. Il rigore dell’addestramento professionale, i disturbi alimentari e l’ambiente spietato della scuola di danza spingono Plectrude a confrontarsi con la fragilità del suo corpo e la precarietà della vita e degli affetti che l’hanno sempre circondata.
La morte, onnipresente fin dall'inizio, aleggia come un’ombra sul destino della protagonista. Lucette, madre biologica, con l’omicidio del marito e il successivo suicidio, sembra imprimere sul feto un marchio oscuro, predestinandola a un ciclo di autodistruzione. Dopo la scoperta delle sue vere origini, Plectrude si ritrova a interrogarsi sul peso di questo lascito funesto, intraprendendo un percorso di ricerca incessante che la conduce pericolosamente vicino al suicidio, come un inevitabile eco dal passato.
Il finale, al confine tra la finzione e la metanarrazione, è particolarmente sorprendente, (forse troppo, De gustibus) Nothomb sembra voler mettere il dito nella piaga, stuzzicare i turbamenti di Plectrude.
L’atto finale, il secondo omicidio incarna quella violenza forse sperata lungo il corso di tutta la narrazione, lasciando così al lettore gli interrogativi sulla predestinazione e sulla libertà di scegliere il proprio destino.
Anche in Dizionario dei nomi propri Nothomb usa la sua ironia, forse in maniera meno magistrale del solito ma comunque asciutta e precisa. La storia è una commistione di eventi tragicomici e inquietanti. La protagonista, vive, cresce e sperimenta, traduce per noi questa sua vita, si aliena, si contorce, soffre. Nothomb gioca con il tempo e la memoria, un mix di grazia e violenza, un balletto a cui si assiste volentieri ma che forse non si comprende del tutto, specialmente una volta calato il sipario.