Il 4 aprile 1890 Lafcadio Hearn sbarca a è il suo primo giorno in Oriente. Una rivelazione, per lui, e insieme il punto d’avvio di una ricerca che segnerà per gli stessi giapponesi la riscoperta di un patrimonio celato sotto i loro occhi.
Greek-born American writer Lafcadio Hearn spent 15 years in Japan; people note his collections of stories and essays, including Kokoro (1896), under pen name Koizumi Yakumo.
Rosa Cassimati (Ρόζα Αντωνίου Κασιμάτη in Greek), a Greek woman, bore Patrick Lafcadio Hearn (Πατρίκιος Λευκάδιος Χερν in Greek or 小泉八雲 in Japanese), a son, to Charles Hearn, an army doctor from Ireland. After making remarkable works in America as a journalist, he went to Japan in 1890 as a journey report writer of a magazine. He arrived in Yokohama, but because of a dissatisfaction with the contract, he quickly quit the job. He afterward moved to Matsué as an English teacher of Shimané prefectural middle school. In Matsué, he got acquainted with Nishida Sentarô, a colleague teacher and his lifelong friend, and married Koizumi Setsu, a daughter of a samurai. In 1891, he moved to Kumamoto and taught at the fifth high school for three years. Kanô Jigorô, the president of the school of that time, spread judo to the world.
Hearn worked as a journalist in Kôbé and afterward in 1896 got Japanese citizenship and a new name, Koizumi Yakumo. He took this name from "Kojiki," a Japanese ancient myth, which roughly translates as "the place where the clouds are born". On that year, he moved to Tôkyô and began to teach at the Imperial University of Tôkyô. He got respect of students, many of whom made a remarkable literary career. In addition, he wrote much reports of Japan and published in America. So many people read his works as an introduction of Japan. He quit the Imperial University in 1903 and began to teach at Waseda University on the year next. Nevertheless, after only a half year, he died of angina pectoris.
Contestualizzato nel suo tempo rimane un autore interessante, ma quest’opera di Hearn è invecchiata male perché è il più classico esempio di orientalismo.
Leggere nel 2022 di montagne giapponesi, soli giapponesi, addirittura piedi giapponesi (credo gli stessi di cui si nutrivano le lucertole nei mini giochi di Mai dire banzai) mi ha irritato più volte.
Secondo me è fondamentale avvicinarsi a questo libro con il giusto approccio: se lo si legge come si leggesse un resoconto di uno studente universitario di yamatologia che arriva in Giappone per la prima volta, può risultare gradevolissimo (nonostante il registro fin troppo ampolloso della traduzione, ma non avendo letto l’originale non posso sapere se corrisponde), l’importante è non leggerlo come si trattasse di un testo accademico, perché alimenterebbe un approccio orientalista di cui sarebbe bello sbarazzarsi il prima possibile.
Del mio primo giorno in Giappone, quel 7 ottobre 2019, ricordo la sensazione costante di sentirmi disorientata da miriadi di insegne luminose, da ideogrammi per me senza significato, e dalle vie senza numeri civici ma con i nomi agli edifici, ovviamente non in ordine alfabetico. Tra la perdita dell'orientamento e il riconoscere solo le scritte in inglese, c'erano la meraviglia e lo stupore di quello che è davvero, per noi occidentali, un altro mondo. Seguendo il bianconiglio della ricerca, ero diventata “Alice in Japanland”.
Leggere questo breve saggio di Lafcadio Hearn mi ha riportato esattamente lì, a Chiyoda, a Kanda e ai primi templi che avevo visitato, timorosa di compiere azioni o di dire qualcosa di inappropriato, mentre iniziavo a conoscere ed esperire la cultura e le convenzioni nipponiche. Rispetto a Hearn sono stata molto più avvantaggiata, potendo contare di più sul fatto che la gente conoscesse l'inglese, su una connessione a Internet e, soprattutto, su Google Maps (che addirittura nella capitale in metropolitana mi indicava in quale vagone mi sarebbe convenuto salire, in base ai cambi che avrei dovuto fare successivamente) e Google Traduttore (con cui, inquadrando quei caratteri per me indecifrabili, riuscivo ad avere almeno una vaga idea di cosa rappresentassero). Però, in comune a Hearn, ho potuto notare anche io che “oggi, in queste strade esotiche, il vecchio e il nuovo si amalgano così bene che l'uno sembra dar manforte all'altro” (pag. 22); ho potuto riportare alla mente “lontanissimi ricordi di libri illustrati” (pag. 33); chiedere, sui buddisti, “perché battono le mani tre volte prima di pregare?” (pag. 37), e apprendere che nella preghiera l'anima si sveglia dal sogno di un mondo di infelicità. Nelle parole di Lafcadio Hearn e nelle "semispeculazioni" di Ottavio Fatica in appendice mi sono specchiata, riscoprendo dettagli che avevo dimenticato o che non avevo più osservato: dovrò andare a riprendere il mio taccuino di viaggio.
La collana Microgrammi di @adelphiedizioni comprende alcune chicche da lettori veramente speciali. Una di queste è questo titolo: circa 70 pagine che ci portano ad assaporare il Giappone visto con gli occhi del viaggiatore Lafcadio Hearn. Giornalista di origini greco-irlandesi, si è trasferito in Giappone nel 1889 e qui trova ispirazione per i suoi scritti. In particolare, come dice il titolo di questo piccolo libro, ci racconta il suo primo giorno all'arrivo in Giappone.
"Il primo incanto del Giappone è impalpabile e volatile come un profumo"
Questo scritto è tratto da Glimpses of unfamiliar Japan, pubblicato nel 1894. Questo è un testo che rivela come l'osservazione minuziosa di ogni cosa giapponese, come gli ideogrammi, apra il cervello dell'autore ad un'immagine piena di vita. L'autore vede il Giappone come una presentazione in scala minore della vita rispetto a quella occidentale. Questo è molto più che un diario di viaggio, è un'analisi delle strutture, una valorizzazione delle scritture, raccontando la storia della cultura e del misticismo orientale. Se per conoscere davvero qualcosa bisogna diventare "quella cosa" allora è vero che Hearn è diventato il Giappone.
Agli appassionati del Giappone e della cultura asiatica non può sfuggire questo gioiello!
«Tutto ha un che di elfico; perché ogni cosa come ogni persona, è piccola, e strana, e misteriosa: le casette sotto i loro tetti azzurri, le facciate delle bottegucce ornate d'azzurro, le figurine sorridenti nei loro abiti azzurri. L'illusione è rotta solo dal passaggio occasionale di un alto forestiero e da talune insegne con annunci che riportano assurdi tentativi di scrivere in inglese. Tuttavia certe dissonanze servono soltanto a mettere in risalto la realtà; all'atto pratico non sminuiscono mai la malia delle buffe viuzze.»
3,5 ⭐️ Hearn descrive il suo viaggio in Giappone, descrive i templi che visita alla ricerca del Buddha, le stradine strette, l’uomo che con il carrettino ti porta in giro per le viuzze, la lingua giapponese che non può essere mixata all’inglese perché è bella così, insomma il primo incanto del Giappone è impalpabile e volatile come un profumo.
" -Non manchi di annotare a caldo le prime impressioni-, mi diceva un gentile professore inglese che ho avuto il piacere d'incontrare non molto tempo dopo il mio arrivo in Giappone - sa com'è, sono evanescenti; e una volta svanite non si ripresenteranno più; nondimeno, di tutte le strane sensazioni che riceverà in questo paese nessuna avrà un incanto come il loro- "
Un po’ ti fa innamorare del Giappone, ma attraverso le sue descrizioni appare tutto troppo bello per essere vero, un’utopia raccontata attraverso gli occhi di un occidentale (tutto però ovviamente da contestualizzare nella sua epoca).
In una prosa molto elegante e tornita, Hearn fissa le sue prime impressioni del Giappone, lasciando emergere al contempo lo straniamento e il fascino, instaurando paragoni tra due civiltà senza alcun sentimento di superiorità (anzi, piuttosto il contrario) e descrivendo gli stimoli che, più di tutti, gli colpiscono i sensi. Nel frammento introduttivo emerge la classica dicotomia tra vivere e documentare, avvertita anche da me e F. per i diari delle vacanze (con la scelta poi ricaduta sul vivere come Hearn), ma è lo stesso anche, in termini contemporanei, per chi passa il tempo a scattare foto: per quanto tale attività sia molto più rapida dello scrivere e illude che uno non si perde il vivere, da un lato distrae comunque da un’esperienza piena, poiché anche se l’istante della foto non è lungo, per chi ne scatta tante bisogna calcolare anche tutta l’energia mentale e la concentrazione investita nel distinguere il momento propizio per la foto e in più uscendo dall’immersione esperienziale non ci si entra più rapidamente, così si vive a singhiozzo; dall’altro la foto racchiude solo un senso e quindi non si è affatto in grado di cogliere un’esperienza in tutte le sue sfumature sensoriali ed emotive, non garantendo così un ricordo che sia completo e durevole. Nel primo frammento è affascinante la descrizione di questa realtà così fortemente permeata dalla parola, impregnata di linguaggio, che la ordina, descrive e riempie di significato. Forse proprio l’aspetto (per noi) pittorico degli ideogrammi rende così viva l’impressione, perché in fondo anche da noi si incontrano scritte ovunque; ciò permette quindi di rendersene meglio conto. C’è tuttavia una grande differenza tra le nostre lettere, che richiamano suoni, e gli ideogrammi (o i geroglifici), che rispecchiano invece un intero concetto con un rapporto significante-significato un po’ meno arbitrario. Nel quarto frammento, Hearn è molto acuto e chiaro nell’esporre i moti che animano il turista e lo shopping di souvenir si basa proprio sul desiderio del turista di possedere un pezzo di quella realtà che tanto lo affascina, di immetterla poi nella sua realtà “nostrana”, sperando di riscattare il tran tran quotidiano, la monotonia e la prevedibilità della sua esistenza abituale con un idolo dell’esotismo e dell’altrove che ha vissuto in vacanza, rievocando così ricordi a ricolorare il noto con tinte più vivaci. Ed è altrettanto acuto nell’individuare la perdita di valore artistico-artigianale, di unicità che presuppone il passaggio dal fatto a mano alla produzione industriale, in serie. Una realtà che si uniforma, oltre a perdere ricchezza e varietà, opera un influsso livellante sul pensiero, come si nota con le mode e la globalizzazione. Negli ultimi frammenti affronta il concetto di sacro e le forme di rito assunte dai giapponesi tramite un pellegrinaggio nei luoghi dove questi hanno luogo, ma è una parte meno interessante, che si limita per lo più a notare stupita le differenze, ma cogliendone solo la punta dell’iceberg, il poco che è visibile. Il libretto, molto breve, è interessante per chi lo legge oggi soprattutto perché dà una minima idea di come fosse il Giappone allora e dell’impressione che poteva suscitare su un occidentale; ma al contempo ci si accorge di quanto chiunque viaggi in terre così diverse dalla propria sperimenta emozioni e pensieri molto simili a quelli di Hearn. La pecca, chiaramente dovuta alla sua brevità, è la mancanza di approfondimento e l’assenza di uno sguardo di insieme più ampio e articolato. La postfazione di Ottavio Fatica è assai curiosa: seppure dia alcuni spunti interessanti, alcuni rimandi fruttuosi, risulta piuttosto indigesta nella sua catena di associazioni libere, accostamenti personali e solo fino a un certo punto motivati e riflessioni filosofiche rapsodiche. Insomma, più che un commento, sembra un insieme di appunti per uso personale.
Il fatto è che, pur se forse non lo confesserete mai neanche a voi stessi, quel che in realtà volete comprare non è il contenuto di un negozio; voi volete il negozio e il negoziante, e le strade di negozi, con tanto di drappeggi e di abitanti, la città intera e la baia e le montagne che la cingono, e la bianca stregoneria del Fujiyama che nel cielo terso le sovrasta, tutto il Giappone, a dire il vero, con gli alberi magici e l'atmosfera luminosa, con tutte le città e i villaggi e i templi, e i quaranta milioni di persone, le più adorabili dell'universo.