Il libro presenta terribili testimonianze di vita, direttamente raccolte nelle carceri, nelle comunità di recupero, per le strade, da giovani violenti. Contro la frequente e comune rimozione sociale che accompagna il proliferare dei comportamenti giovanili violenti, criminali, devianti, Paolo Crepet tenta di comprendere, e far comprendere, da dove traggano origine tali condotte e, al di là del contesto degradato, suggerisce quanto anche il decadimento delle nostre relazioni affettive e l'indisponibilità all'ascolto possano influire sulla diffusione della criminalità tra i giovani.
Paolo Crepet, psichiatra e sociologo, è un esperto nel campo della ricerca sul tentato suicidio, dell’epidemiologia psichiatrica e della psichiatria sociale.
Onestamente mi aspettavo qualcosa di più, delle riflessioni un po' più approfondite da parte dell'autore. Invece la quasi totalità del libro è occupata dalle interviste che Crepet fa ai ragazzi che ha incontrato nelle varie comunità o carceri minorili sparsi per l'Italia. Solo alla fine c'è qualche paginetta in cui si tirano le conclusioni e si cerca di trovare un comun denominatore a tutte le esperienze di vita raccontate da questi giovani. Però non mi basta.
Il libro mi ha lasciato perplesso per la forma con cui sono espressi i suoi contenuti. L'apporto dell'autore è nullo, se non strani intermezzi narrativi che fanno da preludo ad alcune sezioni di interviste (la macchina arrugginita come la PELLE di un gatto rasato non si può sentire...). Le domande che l'autore fa ai ragazzi sono al limite dello squallido e del terribile. Sicuramente si perde qualcosa nella trascrizione tra registrazione e libro, ma a differenza di altri libri analoghi, ho trovato la totale assenza di contestualizzazione, premesse, metodi e conclusioni assolutamente imbarazzante. Un libro laconico, che non mi ha assolutamente lasciato nulla rispetto a quando l'ho cominciato, e non per le storie, interessanti e terribili, dei ragazzi, ma proprio per come il tutto fu gestito da Crepet. Un approccio che è ben lontano dalla sensibilità dello stato dell'arte attuale delle scienze psicologiche, ma che anche per l'epoca risulta molto perplimente. Il linguaggio che usa l'autore è intriso di bias, un linguaggio davvero povero e che non dovrebbe essere usato da un professionista del settore nei confronti di un ragazzo. Suona giudicante, altezzoso e borghese, le considerazioni tirate alla fine del libro suonano perentorie, paternalistiche e che mancano il punto. Fa un po' ridere leggere le solite menate da vecchio, ma che parlano degli anni '90, come le cuffie stereo che facevano imbestialire i "boomers" di allora (che qui uso nell'accezione più concettuale che sociologica, come termine, per esprimere un certo tipo di forma mentis). Se interessati sull'argomento, non consiglio questo libro.
Niente mi sembra adatto a commentare questo libro se non citare Weil: "il male immaginario è romantico, romanzesco, variato; il male reale incolore, desertico, noioso. Il bene immaginario è noioso; il bene reale è sempre nuovo, meraviglioso, inebriante."
Lavoro con alcuni di questi ragazzi e come per Crepet il dolore più grande non è il malessere che provano, ma la certezza che per la maggior parte di loro il futuro non sarà mai accogliente."