Dionisotti definisce questa raccolta "un'inchiesta condotta con scrupolo di verità, ma con passione politica, sulla storia tutta della letteratura italiana nel quadro generale della storia d'Italia" e quello che realmente colpisce, in questi saggi, oltre all'ampiezza delle prospettive storiche, è il respiro di un metodo in cui si fondono con sorprendente naturalezza l'esigenza erudita, il rigore filologico, un'acuta sensibilità civile, una straordinaria abilità nel ridare senso e concretezza a schieramenti, tramiti, polemiche di secoli passati, il cui valore rischia altrimenti di perdersi in astratte categorie storiografiche.
"Nel tempo stesso un’altra riprova era offerta dal fatto che a una disciplina filologica rigorosa tornassero di istinto i giovani più naturalmente dotati. Poeta nascitur: ma anche alla critica si nasce, e madre natura, che certo mantiene il suo diritto di produrre ancora i desanctisiani interpreti della poesia, produce intanto filologi schietti come un Contini e un Billanovich, che testimoniano abbastanza quale sia oggi e presumibilmente nel prossimo avvenire l’indirizzo degli studi sulla letteratura italiana in Italia." (Postilla a una «Lettera scarlatta»)
"Da questo esame si deduce che la formazione del Manzoni è tutta lombarda, con l'apertura propria della cultura lombarda verso la Francia, e tutti e soltanto in questo ambito sono i suoi rapporti umani e letterari: Parini, Fauriel, Grossi, Porta e i romantici del «Conciliatore»; che lombardo, anche per il rigore scevro da eclettici compromessi, è il momento critico e decisivo, il segreto e poderoso travaglio della sua vocazione, dagli Inni Sacri alle tragedie, al primo getto del romanzo; toscana e fiorentina è invece per il Manzoni la quiete dopo la tempesta, la soluzione ultima del suo problema linguistico, la lenta revisione e ripulitura dei Promessi Sposi, il veleno, in questa minuziosa fatica decorativa, di una prematura vacanza e rinuncia della sua arte a combattere oltre la battaglia." (Geografia e storia della letteratura italiana)
"Se il presente vuol fare, su fondamenta nuove, paragone di sé col passato, deve, come già gli uomini del Risorgimento fecero a loro tempo e a misura dei loro bisogni, gettare fondamenta nuove con volontà e mente intese al futuro: non può illudersi di trovarsi quelle fondamenta già fatte e solide sotto i piedi, sicché basti difenderle." (Chierici e laici)
"Folengo, Ruzzante e altri in tanto possono aprirci uno spiraglio sulla vita popolare dell'età loro, in quanto non scrivono in lingua italiana. E la riprova è, all'estremo opposto del quadro linguistico di quell'età, o piuttosto dell'età che immediatamente la precede, in un fenomeno che solo a prima vista può parere strano: la letteratura umanistica latina del tardo Quattrocento è di gran lunga più realistica e popolare della contemporanea e corrispondente letteratura volgare. Si pensi al Pontano, e si confrontino le prefolenghiane egloghe di Battista Mantovano coi prodotti della bucolica volgare. È fenomeno chiarissimo, e non strano: perché fra due lingue, entrambe non vive nel moderno senso della parola, il latino aveva allora un naturale prestigio, una ricchezza lessicale e una libertà di iniziativa, che il volgare non aveva e non poteva avere. In una società mista e scrupolosa è più facile per il gentiluomo che per il borghese esporsi senza rischio al pubblico in maniche di camicia." (Per una storia della lingua italiana)