Vecchioni affronta le fiabe con occhio nuovo, le stravolge, capovolgendone la fine; le contamina col reale, creando delle situazioni paradossali; le impiega per indagare aspetti dell’esistenza diversi da quelli originari. Gli insegnamenti che contiene sono più amari, ma cinicamente più vicini al vero: nella fiaba del brutto anatroccolo, lui non diventa cigno, non vive nel sogno/speranza di un futuro migliore, ma impara ad apprezzare e godere di quello che ha nel presente. Lo spirito giocoso emerge nell’ironia che investe soprattutto il livello metafavolistico, poiché sia chi si muove all’interno della favola, sia l’autore, sono ben consapevoli delle regole e dei topos del genere e ci giocano di continuo, contaminandole, ricercando il contrasto, straniandole in nuovi contesti. Vecchioni sfrutta il punto di vista obliquo degli emarginati, quello contrario degli antagonisti, ricorre alla logica della verosimiglianza storica e all’effetto a sorpresa per rovesciare favole e leggende classiche e dimostrare come il semplice slittamento del punto di vista cambia radicalmente l’intera vicenda, gli insegnamenti che vi si possono trarre. Lo stile si adatta di volta in volta alla tipologia di favola, concorrendo al senso di realismo parallelo.
Il libro non è tuttavia privo di pecche, come una certa approssimazione tanto per l’aspetto storico (in quelle calate nel tempo), sia della logica narrativa (come nella favola di Pollicino, dove il finale a sorpresa lascia molti dubbi su tutta la parte precedente, su come l’orco abbia i ricordi di Pollicino, su cosa c’entrino i fratelli, …). L’impressione è che Vecchioni talvolta forzi la storia per raggiungere la chiusa ad effetto, ma guastando così l’intera favola: la conclusione omoerotica di Biancaneve è decisamente gratuita e sminuisce la bella riflessione precedente sull’atemporalità favolistica.
La seconda parte, col racconto più lungo, è quella meno convincente, poiché la trama gialla, di per sé assolutamente piacevole, viene soffocata dall’apparato didascalico-erudito, dove Vecchioni banalizza e concentra storie di teatro e di pensiero rinascimentale, senza riuscire ad amalgamarle all’intreccio, tanto da far apparire a più riprese Euriskos, che dovrebbe essere l’intelligentissimo indagatore, come un perfetto imbecille. Sembra che il calare la favola nel reale, in questo caso non è avvenuto con la solita spontaneità, ma l’autore ha voluto cercare un’ancora al reale di tipo più teorico ed intellettuale, uccidendo il brio e risultando, per chi quelle cose le abbia minimamente studiate, noioso e troppo superficiale, per chi invece non le conoscesse, troppo slegato dalla trama.