Bilico è il romanzo che non ti aspetti, l’esordio di Paola Barbato che si presenta al pubblico con voce chiara e forte, dura e cruda, cupa e disturbante e, soprattutto, spiazzante e originale.
Non avevo mai letto niente del genere prima, e probabilmente, se questo fosse stato il primo “Barbato”, non sarei andata oltre, bloccata da quel “troppo” che però ,per assurdo,mi ha tenuto lì, tra le pagine con la voglia di vedere come sarebbe finita quella storia di ossessione, perversione, devozione e morte.
Non è stata una lettura facile e mi ha lasciato esausta e vagamente nauseata: Paola riesce a tirare fuori il macabro, a spostare il confine tra bene e male, tra buoni e cattivi, giusto e sbagliato, ribalta le certezze, confonde (il lettore, che lei le idee le ha chiarissime e le sue trame e le situazioni che crea sono precise al millimetro. Lei non lascia niente al caso e ogni dettaglio è lì per un motivo – questa è una cosa che adoro del suo stile, del suo modo di creare- che si scoprirà, spesso e volentieri, alla fine) e sbalordisce con quel finale che è come una stilettata. Un monosillabo che è assordante come un urlo nella notte.
È la storia di Giuditta Licari, enfant prodige della psichiatria forense, che si trova alle prese con un serial killer che lascia dei trailer sulle scene del crimine e che non ha nessuna intenzione di fermarsi e sembra lanciare sfide alla squadra di investigatori.
È un giallo, dunque? No, non lo è, perché al capitolo 13 già si scopre l’identità della persona che compie quei delitti efferati e senza uno schema preciso.
E allora, tu lettore che come me credevi di essere davanti ad un mistero da risolvere, ricalibri le aspettative e le certezze, ti gratti il sopracciglio e vai avanti per rispondere alla domanda: “ma allora cosa sto leggendo e perché?”
La risposta diventa necessaria: non puoi e non vuoi aver letto un terzo del libro per incappare in una delusione. E poi, d’un tratto, ti torna alla mente chi è la Barbato. L’hai mai vista indossare i panni della giallista (se non è il primo che leggi) ? No.
Lei scrive thriller, lei indaga la mente, i meandri più contorti, da visibilità all’orrore, a quei punti cupi e bui che molti hanno dentro, lei sussurra all’orecchio che nella banalità del quotidiano si può nascondere la ferocia più cupa, che non occorre perdersi nel bosco per trovare il lupo cattivo, che se guardi bene è dalla nonna che devi scappare a gambe levate.
E allora hanno un senso più profondo le parole di Giuditta, che si collegano al titolo del romanzo.
“sapeva di non essere diversa da uomini a cui contribuiva a dare la caccia. Nessuno lo era, in realtà. Se parti dal presupposto che quello è un CATTIVO e tu sei un BUONO è meglio che lasci perdere e apri un negozio di frutta e verdura. Un killer è solo una pietanza con un ingrediente in eccesso. Un santo è la stessa pietanza con un altro ingrediente in eccesso. Ma siamo tutti la stessa pietanza, la ricetta è la stessa, stessi i condimenti e le spezie; poi è il cuoco a decidere quale sarà il sapore finale.”
“Bilico” significa: Posizione di equilibrio instabile di un corpo appoggiato a un sostegno o anche diversamente vincolato: mettere, essere, stare, tenere in bilico; tenere un’asse in b. sulla spalla. b. fig. Stato dubbioso, incerto: tenere qualcuno in b.; essere in b. tra la vita e la morte. (dal sito Treccani)
Giuditta è in bilico, sul confine tra bene e male, e a ben vedere tutti lo siamo o lo siamo stati. Qualcuno passa da una parte all’altra con disinvoltura, qualcuno è palesemente schierato da una parte.
Giuditta è in bilico (grazie o a causa di Alessandro) e a sua volta mette in posizione di equilibrio instabile Michelangelo Giglio, detto Miglio (con conseguenze che scoprirete nel romanzo).
E in bilico sei tu che leggi e non sai, nemmeno alla fine, come interpretare un “No”.
Può farti cadere o essere appiglio, o farti restare lì, sospeso, confuso, scosso. A te la scelta.
Per questo il mio voto è 3 stelle. non so se sia “il più Barbato della Barbato” o “il meno Barbato”, forse è il più vero. Resto col dubbio, non devo necessariamente rispondere adesso. Però sono contenta che il mio primo approccio all’autrice sia stato “Vengo a prenderti”.
Un doveroso grazie va a Tommy, con cui c’è stato un bel confronto (su Giuditta e Alessandro – che morbosità, che rapporto perverso; su Andrea/Tadzio, sulle chat e su come Giuditta vive o non vive le proprie pulsioni, ecc..) che mi ha dato tanti spunti di riflessione. “lei non crede in lui che non crede in lei che non crede in me” ha vinto tutto!!!
Adesso ho bisogno di un libro coccola, luminoso, una boccata d’aria fresca, che mi par di sentire ancora l’odore della soda caustica. E se leggessi un “Bussola”, per restare in famiglia?
Buone letture e alla prossima!!