Las dos partes que componen este libro, "la alquimia asiática" y "El mito de la alquimia", intentan demostrar que la disciplina en cuestión es realmente algo más que una prequímica. El lector podrá asistir a una investigación histórica y mítica realmente apasionante, en la que aprenderá a contemplar la alquimia desde un punto de vista antropológico y cultural. Una obra, pues indispensable para los interesados en el tema.
Romanian-born historian of religion, fiction writer, philosopher, professor at the University of Chicago, and one of the pre-eminent interpreters of world religion in the last century. Eliade was an intensely prolific author of fiction and non-fiction alike, publishing over 1,300 pieces over 60 years. He earned international fame with LE MYTHE DE L'ÉTERNAL RETOUR (1949, The Myth of the Eternal Return), an interpretation of religious symbols and imagery. Eliade was much interested in the world of the unconscious. The central theme in his novels was erotic love.
Scrivere un commento appropriato a questa coppia di saggi di Mircea Eliade sull’alchimia sarebbe fuori dalla mia portata, non solo perché mi dovrei confrontare con un gigante della storia delle religioni, ma anche perché la bisogna esigerebbe una somma di competenze storico- linguistiche del tutto estranee rispetto alla mia formazione. Resta il fatto che leggere i due studî, opere d’un Eliade ancor giovane, a circa ottant’anni di distanza rimane istruttivo e piacevole: piacevole grazie alla prosa lineare dello studioso romeno, istruttivo per la messe di notizie che forniscono sulla cultura indiana e cinese, e su alcuni tratti peculiari soprattutto del taoismo e del tantrismo. Se il testo di Eliade ha grandi meriti, assai minori ne palesa disgraziatamente la cura editoriale, in ispecie se si tien conto di chi sia l’editore, che l’accompagna con una postfazione della quale si sarebbe potuto fare a meno tranquillamente, con relativo e, direi, benemerito risparmio di supporto cartaceo e d’inchiostro. Autore n’è un Guido Brivio (traduttore altresì dei due articoli dal francese) che credo sia professore all’università di Torino, il quale, dopo le considerazioni di rito contro la metafisica e qualche citazione di Zolla, Filippani Ronconi ed altri, perviene ad osservare che “Analogamente alla scala di cui parla Wittgenstein, che può essere gettata una volta servita per salire, l’alchimia è un metalinguaggio che, una volta prodotto il suo contraccolpo sul soggetto, si annulla dissolvendosi, ridotto in cenere dal fuoco interiore del suo adepto. (…) L’alchimia non costituisce, allora, nemmeno una forma di pensiero dialettico. Essa è piuttosto l’esecuzione di un paradosso. (…) Occorre perciò studiare lungamente l’alchimia per scoprire che l’alchimia non esiste. Che i suoi maestri più venerabili, nella misura stessa in cui si sono realizzati, non sono mai esistiti. Che i loro nomi mitici, al pari delle loro mitiche vite, età e realizzazioni, come la Pietra Filosofale, l’Elixir d’immortalità, l’oro, non sono stati altro che un mito, la metafora splendida e vana, divinamente caduca della loro perfezione. L’irrealtà dell’alchimia è il segreto dell’alchimia stessa. Il suo dono incantato che dissolve, per chi è pronto ad ascoltarlo, ogni fede illusoria che ci involve nel suo velo: che il mondo è, e che noi siamo, e che questo non avrà mai soluzione”. Gli scritti di Eliade possiedono un valore storico notevole perché, sebbene non siano i primi ad aver presentato l’alchimia orientale quale momento del pensiero e dello sviluppo religioso, anziché quale mera “pre-scienza” su cui magari fare dell’ironia spicciola, andavano a scandagliare tutto un mondo ancora poco o mal noto agli studiosi europei; ma per ciò stesso all’odierno lettore piacerebbe sapere quale valore informativo e soprattutto esegetico intrinseco continuino a serbare ai nostri giorni: dopotutto, immagino e mi auguro che le opere alle quali fa riferimento il Nostro, ed altre che in seguito si siano potute reperire, abbiano ricevuto ulteriori approfondimenti dagli storici del pensiero e delle religioni orientali, a cominciare dai sinologi, dal momento che Eliade già negli anni Trenta dava l’idea di conoscere bene il sanscrito, ma per il cinese si serviva di versioni e di analisi altrui (e a dir il vero non so se l’abbia mai imparato neanche dopo); ebbene, un veloce ragguaglio sullo status quaestionis da parte d’un suo moderno collega sarebbe stato decisamente più fruttuoso e benvenuto di tanto alate speculazioni personali. Sarà forse piacevole baloccarsi con l’idea che il mondo sia uno sfarfallio d’iridescenze seducenti e cangianti con cui trastullarsi costruendovi lusinghevoli giuochi linguistici, ma per me leggere a margine qualche considerazione d’un sanscritista o d’un sinologo sui nostri progressi nello studio dei testi alchemici cinesi e indiani dai tempi di Eliade ai nostri sarebbe parso infinitamente più gradito ed utile. Quel che non capisco è come mai non sia parso gradito ed utile anche all’editore, tenuto conto, appunto, di chi sia l’editore.