L’undicenne Pietro Stefano Mele è un ragazzino qualsiasi, che ancora non sa come un piede messo in fallo possa cambiare tutta una vita. Quando la madre scivola (anche per sua responsabilità, crede lui) e sbatte la testa su uno scoglio, inizia una lunga battaglia con il proprio senso di colpa. Il padre, Seb, un fanatico religioso dall’esasperato egocentrismo, riversa su Pietro la responsabilità dell’accaduto e lo abbandona nel piccolo borgo sardo di San Leonardo de Siete Fuentes, da nonna Sircana – sua madre –, che fino a quel momento è stata, per il nipote, solo una sconosciuta. L’anziana vive in una casa ai confini del bosco e non pare avere alcuna intenzione di aprire il suo mondo a Pietro. Tuttavia, giorno dopo giorno, tra i due nasce un’intesa profonda. Pietro impara ad amare quella vita selvaggia fatta di avventure tra alberi e ruscelli, con poche regole da seguire. Soprattutto, è affascinato dai vicini, i Campus, una famiglia che ai suoi occhi rappresenta l’unità che ha perduto per sempre. Come mai, allora, la nonna sembra volerlo mettere in guardia da loro? Perché spariscono per intere settimane e poi ricompaiono come se niente fosse? Mentre l’attrazione di Pietro verso quella famiglia, e in particolare verso i coetanei Luca e Laura, non smette di crescere, un’ombra sempre più inquietante comincia ad avvolgere i vicini. L’inatteso ritorno del padre allontanerà però bruscamente il protagonista dal piccolo universo che sente ormai suo. Se le grandi terre sommerse sono quelle in cui proiettiamo la nostra fantasia, le persone che amiamo ne sono gli abitanti fino al momento in cui, adulti, non ne accettiamo le debolezze. Il romanzo di una grande voce letteraria, la storia della formazione alla vita del ragazzo selvaggio che è in ognuno di noi.
Una bella storia: intensa, piena di dolore, ma anche di fascinazione. C’è la terra, ci sono la maledizione e l’incanto, due concetti familiari a chiunque sia nato o abbia vissuto su un’isola come la Sardegna. C’è la ricerca e c’è l’esplorazione. E l’amore, nelle forme più disparate: quello che neghiamo a noi stessi, quello che cerchiamo negli altri, quello di cui non ci accorgiamo nemmeno, anche se è sempre stato lì, con noi. Per noi. Con questo romanzo, De Roma si conferma, a mio parere, uno dei grandi narratori sardi contemporanei.
Un libro purtroppo rovinato dal voler strafare, la lunghezza a volte è un male: da pagina 300 in poi si fa fatica, il racconto diventa melenso, prevedibile e noioso. Peccato.
Romanzo di formazione che conquista con il suo incipit e l'atmosfera delle prime 150 pagine ma purtroppo tradisce molte aspettative. La prima parte, fino ai primi tempi del protagonista in casa della nonna, è ben narrata, a seguire sempre più spesso sembra di leggere non il romanzo, ma il suo riassunto. Di questo sono principalmente colpevoli la scarsità di dialoghi, che vengono spesso riportati tramite un lungo discorso indiretto, e la frequenza con cui il narratore vuole rendere note, lungo i 30 anni che copre il racconto, anche azioni quotidiane che potrebbe omettere, ma che decide di esplicitare sintetizzandole o riportandole come un elenco. La descrizione del piccolo borgo di San Leonardo ha senz'altro molto fascino e credo che per me abbia aggiunto molto alla godibilità del libro, ma mi chiedo se sarebbe stata altrettanto incisiva nel caso io non avessi conosciuto tanto bene il luogo nella vita reale. Veniamo al fascino dei misteriosi vicini: mi pare che la nascita dell'attrazione di Pietro nei loro confronti sarebbe potuta essere meglio motivata e più graduale, mentre sembra un po' esistere giusto perché era stato deciso così, ma tutto sommato va bene. Va bene anche che il loro fascino possa poi rivelarsi nient'altro che l'abbaglio di una giovane mente impressionabile, ma questo sarebbe potuto emergere in maniera molto meno didascalica, senza spiegoni nella parte dedicata alla maturazione di Pietro (e invece che i Campus fossero solo una famiglia disfunzionale ci viene svelato tramite il suddetto deprimente discorso indiretto). Peraltro, questa rivelazione è realistica e sensata ma in qualche modo mi pare non collimare del tutto con alcune scene: perché la nonna è a conoscenza della pazzia del dottor Campus ma non dice o fa niente al riguardo e ha atteggiamenti contraddittori? Anzi, in più punti sembra quasi coprirlo agli occhi di Pietro. In alcune scene sono arrivata a pensare che fossero in combutta in qualche organizzazione comunista, avrebbe dato una svolta più movimentata alla storia. Inoltre, la loro passata relazione non giustifica, bensì rende improbabile, che la nonna sia voluta diventare una sincera amica della Sig.ra Campus non appena questa è arrivata a San Leonardo. Ancora, una storia di formazione è per sua definizione tortuosa e ogni percorso di guarigione dai traumi è peculiare, ma nell'economia del romanzo, qual è il vantaggio di tirarla per le lunghe fino ai 40 anni del protagonista? In più (come spesso noto nelle narrazioni in prima persona) il personaggio principale è sempre insipido, va bene il dolore, ma un po' di personalità?
In breve, lettura tutto sommato piacevole ma a lungo andare deludente.
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Questo libro onestamente mi ha lasciato perplessa. La prima metà del libro è estremamente interessante, e ti mette in testa tanti interrogativi che non vedi l'ora vengano risolti: il piccolo Pietro, in seguito alla morte della madre, viene lasciato dal padre, un fanatico religioso abbastanza instabile, dalla nonna paterna, nel piccolo paesino di San Leonardo de Siete Fuentes. I vicini di casa sono i Campus, una famiglia dalle strane abitudini, dalla quale Pietro si sente immediatamente attratto, soprattutto diventando amico di Luca Campus, che ha la sua età. Se questo libro fosse stato solo la prima parte, avrei dato 5 stelle: ben narrata e ben delineata. Questo bellissimo contesto per un romanzo di formazione viene un po' gettato alle ortiche: seguiamo il protagonista fino ai suoi quarant'anni, ma gli interrogativi vengono a mio dire risolti non in modo banale quanto deludente, spesso in modo abbastanza distaccato. Pietro diventa un personaggio blando, una persona sicuramente delusa dalla vita, ma da lì a non avere praticamente personalità ce ne vuole... Come ha già detto qualcuno, la seconda metà del libro sembra più un riassunto di quello che dovrebbe succedere. Non è un brutto romanzo, ci mancherebbe: la maggior parte dei personaggi (tranne il protagonista) sono delineati in maniera originale e vivida, lo stile è davvero curato e bello da leggere, però a livello di storia viene un po' meno. Peccato.
Trama dal ritmo interessante, si arriva alla svelta a circa due terzi del libro. Nella parte finale, invece, qualcosa si blocca: si perde una parte dell’accuratezza e della perfezione stilistica che si trovava in precedenza, e il testo arranca sino a un finale che appare abbastanza prevedibile. La vita del protagonista, deliziosamente delineata nella sua gioventù e primissima giovinezza, risulta meno gradevole negli anni della maggiore età, e pare quasi riassunta. Il romanzo soffre l’eccessiva lunghezza.