Dopo Mafarka il Futurista, scritto poco più di dieci anni prima, il romanzo più rappresentativo e celebre nonché forse l'ultima grande opera di Filippo Tommaso Marinetti, fondatore del Futurismo. Qui si continua la distruzione del linguaggio e della struttura narrativa tradizionale del romanzo già iniziata dal suo predecessore, il ritmo è ancora più frenetico: l'intero romanzo lo si può definire come un'unica grande battaglia in un'Africa coloniale dai contorni indefiniti, quasi fuori dal mondo; le sue tematiche ancora più astratte e le allegorie ancora più dense che raggiungono l'apice in una conclusione quasi metaletteraria con l'esaltazione del Futurismo e di Marinetti stesso come ideatore del movimento. Non sembra difficile riscontrare negli Indomabili del titolo, liberatesi dalle catene, le classi più abiette e gli ultimi della Terra, pronti a ribellarvisi per una rivoluzione totale, una critica al Fascismo cui nel 1919 Marinetti stesso aveva aderito per allontanarsene appena Mussolini e il suo partito iniziarono ad arrivare a compromessi con la tanto odiata borghesia, il capitalismo e il conservatorismo. Lo stesso Marinetti anni dopo si riavvicinerà al fascismo, seppur principalmente per motivi anticlericali e antimonarchici forse persino con la vana speranza che si potessero ravvivare quelle istanze rivoluzionarie originarie risalenti a prima che il fascismo mettesse in crisi e neutralizzasse la carica vitale del futurismo.