“Chi sa di poter dissentire sa anche che, in qualche modo, quando non dissente esprime tacito assenso.”
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Con questa strana domanda si aprì nel 1970 il simposio della Bar Association di New York e nel settembre dello stesso anno Hannah Arendt rielaborò il suo intervento all’interno di un saggio pubblicato sul New Yorker e raccolto successivamente nel volume Crises of the Republic.
In quegli anni, infatti, gli Stati Uniti d’America vivevano una profonda crisi di legittimità costituzionale agli occhi della popolazione, e in particolare di Arendt: la guerra del Vietnam, i movimenti per i diritti civili, le dimostrazioni antimilitariste degli studenti della Columbia University e l’attivismo politico del Black Power.
Hannah Arendt definisce la “disobbedienza civile” quale il movimento di minoranze organizzate, spinte ad agire sotto la pressione di maggioranze contrarie ai cambiamenti, inerti alle loro rimostranze o fautrici, al contrario, di un cambiamento di dubbia costituzionalità e legalità.
Attraverso questa definizione, Arendt rifiuta i parallelismi tra obiezione di coscienza o “disobbedienza violenta”: entrambi i casi, infatti, sono da riferirsi al comportamento individuale del cittadino che, seguendo la propria morale, sceglie di aderire o meno alle leggi di uno Stato.
Disobbedienza civile presuppone al contrario un’associazione di cittadini, una minoranza, spinti dal medesimo obiettivo, in grado quindi di ispirare la maggioranza a un cambiamento che tenga conto di quel contratto sociale a cui la popolazione aderisce per tacito assenso.
Disobbedienza civile quindi comporta la partecipazione attiva dei cittadini al processo di formazione dei diritti e dei doveri dello Stato.
Nonostante la brevità del saggio e il mutato contesto sociale, Hannah Arendt è in grado anche oggi di risultare attuale - soprattutto alla luce dei movimenti sociali americani degli scorsi anni, come il Black Lives Matter.