La biografia di Abulafia è salita al rango di testo fondamentale per ogni bibliografia su Federico II. Quasi sempre viene visto come il contraltare di Kantorowicz, lo storico di riferimento per smontare il mito dello “stupor mundi” e il punto di partenza per lavori di storici successivi (come quello più sintetico di Houben). È già molto, chiaro. Tuttavia, così come Abulafia ha dedicato tutti i suoi sforzi per smontare Federico II, si potrebbe benissimo fare lo stesso per smontare questo saggio meno autorevole del previsto.
Innanzitutto, Abulafia si sente in dovere di impostare il saggio con due capitoli dedicati ai due rami dinastici di Federico II: quello svevo e quello normanno. Non una cattiva saggia ma fin troppo sproporzionata se si considera che questa parte occupa una settantina di pagina in un saggio di 370 circa (a seconda delle edizioni, ovviamente). Il problema più eclatante, però, è nel metodo: con la pretesa doverosa di correggere certe forzature esagerate del passato, Abulafia spesso esagera in senso opposto, minimizzando i meriti e ingigantendo certi difetti; non lo fa sempre, ben inteso, e talvolta riconosce a Federico II certi indubbi successi o certi talenti (come quello diplomatico e “ragionevoli qualità politiche”), ma quest’impostazione costante sembra rendere il saggio sempre un libro nei confronti della storiografia precedente più che un libro autonomo. Inoltre, Abulafia procede sempre con una precisa tattica e con la coerenza monolitica di un Innocenzo IV (papa che non disistima): Federico non ha conseguito quello che in realtà la storiografia crede, o Federico non ha raggiunto delle eccellenze in quel campo, e allora va smontato. Ma si può ragionare con questa metodologia un po’ assolutistica se il libro che scrivi dovrebbe essere un invito a relativizzare? Oltretutto, e questo mi sembra il difetto più clamoroso del libro, sembra più che altro un cumulo di fatti che coinvolgono anche Federico, più che una biografia su Federico: spesso i papi sono più abbozzati dell’imperatore, spesso i rovesci di politica interna ed esterna prendono il sopravvento sul ritratto. Basicamente, l’unico vero capitolo in cui ritrae Federico è l’ultimo, cioè tre paginette di conclusioni che nel complesso deludono e che danno dei giudizi più che delle analisi.
Ciò detto, Abulafia a volte coglie nel segno e fa bene a calmare gli animi di storici (e non solo storici) esagitati. Entriamo nei contenuti. Il merito più grande di Abulafia è quello di aver sottolineato i debiti di Federico nei confronti delle corti normanne precedenti, arrivando a sostenere che forse il suo contributo è stato inferiore rispetto a sovrani precedenti più impegnati nella cultura, nell’architettura e nell’idea stessa di corte. I cortigiani di Federico non sarebbero stati all’altezza di altre corte normanne, le opere d’arte sarebbero state poche e sopravvalutate, Federico non avrebbe brillato per genio e doti intellettuali. Inoltre, la costituzione di Menfi non sarebbe particolarmente originale rispetto al diritto di Giustiniano e al diritto romano. Anche il genio di Federico politico sarebbe assolutamente scostante, come dimostra il comportamento a Cipro e la gestione interna della situazione in Terra Santa. C’è assolutamente del vero in tutto questo, ma è un po’ troppo gonfiato e aleatorio se letto così, perché va relativizzato: la Costituzione di Menfi non è il codice giustiniano, ma fu ottimo esempio di diritto pratico e in linea con le esigenze dell’epoca; le opere d’arte generate furono poche, ed è vero perché Federico II investì soprattutto le sue risorse per una politica interna ed esterna aggressiva, pertanto è chiaro che le sue priorità erano altre, ma non si può liquidare costruzioni come Castel del Monte come un’accozzaglia di gotico romaneggiante, idem per altre opere; Federico non fu un grandissimo intellettuale, ed è bene rimarcarlo, ma il suo trattato sulla falconeria resta un contributo notevolissimo e nemmeno Abulafia lo smonta, senza contare che Federico proseguì la direzione “orientale” dei sovrani normanni nell’impegno poetico e intellettuale, magari con minor quantità di contributi, ma era soprattutto un uomo di caccia e pratico, anche se non mancò di continue curiosità filosofiche, teologiche, intellettuali; e poi c’è la parte sulla scuola siciliana, che viene minimizzata rispetto alla poesia provenzale in termini poetici, ma è un fatto che viene considerato il primo movimento della letteratura italiana, che abbia generato il sonetto, che ha posto le basi per la topica successiva e, soprattutto, bisogna considerare che nel Medioevo la poesia non doveva essere originale come la intendiamo oggi bensì ancorata a topiche precise e consolidate. Altri tre argomenti sono un po’ rivedibili: l’università, l’intolleranza (o meglio la sopravvalutazione della tolleranza) e la crociata. Abulafia liquida l’università Federico II come un’istituzione di second’ordine, concentrandosi soprattutto sul decadere di Salerno come facoltà di medicina; ma non va alla radice della grande intuizione di Federico II, cioè quella di utilizzare l’università come bacino per nuovi funzionari che rispondevano direttamente a lui, evitando così di impiegare funzionari religiosi ed educati in università a vocazione religiosa. Quanto alla tolleranza sopravvalutata, è vero che Federico fu in questo senso uomo del Medioevo che separava ebrei e musulmani dai cristiani, non esitando a essere molto duro o durissimo con entrambi (ma soprattutto con i secondi, pensando agli arabi “ribelli” dell’entroterra siciliano, più perché eversivi che per altre ragioni): d’altro canto, Federico si assunse il compito di evitare le accuse fanatiche contro gli ebrei di Fulda e dirottò tutti i musulmani a Lucera con un trattamento per l’epoca preferenziale (tanto da formarsi un esercito musulmano personale): tutto questo non fa di lui un illuminista ante litteram, né avrebbe potuto esserlo dato che viveva nel tredicesimo secolo, ma nemmeno lo relega soltanto a uomo tipico del suo tempo, semmai agli occhi assolutistici di Federico tutti dovevano semplicemente sottomettersi a lui aldilà dell’etnia o della religione. Anche sulla crociata conquistata quasi soltanto con l’arte della diplomazia, Abulafia fa un po’ orecchie da mercante, concentrandosi sull’incapacità di Federico nel comprendere le dinamiche orientali e le faide interne: vero, ma non si può pretendere che un politico riesca in tutto e, comunque, quella crociata che ha portato alla conquista di Gerusalemme senza battaglie (con tutti i limiti dell’accordo, che Abulafia ovviamente sottolinea), resta un’impresa stupefacente. Infine, lo rimprovera anche di essere stato un imperatore che ha innanzitutto pensato alla sua schiatta più che a ogni altra cosa: come se altre dinastie, dai Savoia agli Asburgo, anche in epoche successive, non hanno fatto lo stesso! Persino la diversa politica attuata in Sicilia e in Germania viene considerata sintomo di approssimazione e incongruenza, mentre invece, anche per l’ottica della schiatta, Federico seppe proprio considerare la diversità dei due territori e i diversi rapporti (anche elettivi) con la nobiltà.
Se queste frecce non vanno a buon segno, Abulafia però a volte sa avanzare oltre i predecessori. Si distingue soprattutto nell’esporre le acquisizioni archivistiche, sia in materia commerciale che nelle relazioni notarili-epistolari intrattenute da Federico con funzionari, banchieri e altri personaggi. Anche in questo caso, però, il dettaglio sembra soffocare la sintesi e una lettura generale, fino a rasentare il puntiglio dispersivo. Se proprio avesse voluto perorare una causa più palese, avrebbe potuto insistere di più sulla scarsezza militare di Federico, argomento non sempre vagliato.
Infine un ultimo punto e non meno importante: mi riferisco alla scrittura, perché qui si vede l’enorme differenza rispetto al capolavoro di Kantorowicz. Leggere il Federico II di Kantorowicz, con tutti i suoi limiti faziosi e il suo immaginario in parte datato, è comunque un’esperienza degna dei grandi storici dell’antichità per capacità narrativa, riflessione critica, stile e ritrattistica degli attori in gioco. Leggere il Federico II di Abulafia è un’esperienza assolutamente media che non alza mai il tiro, che non appassiona, che non si distingue. Una biografia dalle buone intenzioni ma onestamente sopravvalutata.