Fra immaginazione e realtà, fra dimensione onirica e stato di veglia, si muove la vicenda di un uomo qualunque in un afoso agosto di una città come tante. Un uomo che credeva di sapere "le cose come sono" in questo mondo finché una donna, improvvisamente sbucata nel buio pesto della notte, non gli si fa accanto aggredendolo con una scenata di gelosia. Della donna conosce solo la voce e le braccia emerse dal buio, ornate da braccialetti muniti di ciondoli tintinnanti che rappresentano personaggi e oggetti della mitologia sarda. Lei stessa ha nominato Tanit, la Venere mediterranea. Da questo episodio iniziale si diparte il filo giallo del mistero in grovigli di accadimenti fino a una inquietante quanto strana morte. Un giallo conturbante questo nuovo romanzo di Giulio Angioni, anche per l'insistente obbligata domanda che attraversa il da che parte stanno "le cose come sono"? Dalla parte della realtà quotidiana e con piedi a terra in cui sembra volersi radicare il protagonista Josto o da quella dell'evento straordinario che ci rimescola agli dèi? Angioni scrive in una prosa garbata da cui traspaiono la cultura, il senso dell'umorismo, e il grande affetto dell'autore per la sua Sardegna, per le antiche civiltà fiorite nell'isola, per il suo mare, la sua luna, gli affascinanti paesaggi.
Penna felice quella di Angioni perchè lieve, gentile, diretta e delicata. Per questo il libro si inizia con piacere, la simpatia per il protagonista è immediata, la curiosità rapidamente desta. La figura di Tanit, dea madre primigenia, icona ancestrale di Astarte, di Diana e di tutto l'empireo muliebre pagano e cristiano è fascinosa. Il mistero la avvolge come i sette veli di Salomé, che qui non cadono mai. Però i continui rimandi alla protosardità, alla punicità, alla fenicità si sviluppano in hortus conclusus, la stessa Tanit diviene litania, il mistero si spegne su se stesso, come tenue fiammella. I rapporti fra Josto, il nostro antieroe e le donne sono incongrui. Troppo veloci i mutamenti d'umore, le reazioni, i dialoghi, mancano sottigliedzze, sfumature, psicologia. E l'epilogo sembra un repentino rotolare a valle dopo salita lunga, ardimentosa e irta di difficoltà. Ricche premesse, scarso raccolto. Forse la carne messa al fuoco è stata troppa.