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Servabo: memoria di fine secolo

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In these three short books— A Fin De Siècle Memoir , Miss Kirchgessner , and The Medlar Tree , collected in one volume in English for the first time—Luigi Pintor retraces a life marked, often in spite of itself, by politics. At once intransigent and ironic, these autobiographical texts are written “to reorder in the imagination things that don’t add up in reality.”From the idyll of his Sardinian childhood to the transformative experience of the anti-Fascist resistance, and from post-war militancy to the dismal regression of Italian culture, Pintor captures memories that are intensely personal and inseparable from political and intellectual experience. Episodes and observations recur across all three books, but the tropes of autobiography are insistently displaced. Sparse and evocative prose, borrowing from the aphorism and fable, struggles to give form to personal and political despair, while Pintor never relents on the attachments and convictions that shape a life.

97 pages, Paperback

First published January 1, 1991

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About the author

Luigi Pintor

10 books2 followers
Luigi Pintor, nato a Roma nel 1925 ma di origine sarda, sin da giovanissimo milita nel partito comunista e partecipa alla Resistenza. Nel 1946 entra nella redazione dell’«Unità» e vi lavora fino al 1965 divenendone anche condirettore. Nel 1968 fonda «il manifesto», movimento e rivista mensile fortemente critici nei confronti della dirigenza del partito che lo radia insieme con altri dissidenti. Nel 1971 «il manifesto» diventa un quotidiano e Pintor ne assume la direzione che, con alcuni intervalli, manterrà fino al 1995. Nel 1987 viene rieletto deputato come indipendente nelle liste comuniste. Ha continuato a collaborare al "Manifesto" fino alla morte, avvenuta nel maggio 2003.

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Displaying 1 - 7 of 7 reviews
Profile Image for Maurizio Manco.
Author 7 books134 followers
January 14, 2018
"Non cesserò di pensare che i mondi sono due ma imparerò che la linea divisoria non è segnata su alcun atlante e passa fin dentro il cuore dell'uomo. Stare da una parte diventerà più complicato ma più necessario." (p. 66)

"Non c'è in un'intera vita cosa più importante da fare che chinarsi perché un altro, cingendoti il collo, possa rialzarsi." (p. 85)
Profile Image for Marco Svevo.
437 reviews21 followers
November 15, 2017
"Non avevo da ragazzo nessuna attitudine particolare", cellò!
"Per spirito di contraddizione preferivo i perdenti", cellò!
"Sono stato abituato male", cellò!
Ok, basta così.


"Ma non mi dispiaceva aver perso i miei privilegi, forse perché sapevo che i privilegi si accantonano ma non si perdono mai."
Servabo e soprattutto memento che "due pagine bastano a esaurire qualsiasi argomento".
Per la seria la storia siamo noi e ci ripetiamo in eterno: "Non sospettavo che nei nostri recinti fossero cresciute le stesse ortiche che volevamo estirpare in quelli altrui".

"Un libro serve a chi lo scrive, raramente a chi lo legge: perciò le biblioteche sono piene di libri inutili". Le parole definitive sui libri, dopo questa tutti a casa.
Profile Image for Paolo Ventura.
394 reviews2 followers
June 23, 2026
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Scritta sotto il ritratto di un antenato mi colpì, quand’ero piccolissimo, una misteriosa parola latina: servabo. Può voler dire conserverò, terrò in serbo, terrò fede, o anche servirò, sarò utile. Ma conservare o servire sono termini sconvenienti, che implicano una soggezione, il senso di un limite, un vincolo.
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Sono stato abituato male, in un mondo familiare amichevole e protettivo che non lasciava temere cattive sorprese.
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Più che nella memoria quelle ore restano impresse nel corpo, come un fascio di sensazioni inalterabili che la luce di un mattino e un colpo di vento risvegliano di sorpresa.
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Posso assicurare che i gendarmi tedeschi erano odiosi come tutti gli eserciti invasori ma con un tratto supplementare, la superbia della razza e quel gusto innato del comando che è (qualcuno l’ha detto) la peggiore linfa dell’uomo. È una cosa difficile da capire se non se n’è fatta esperienza, ma quelle divise grigie, quelle armi puntate, quelle grida rauche, quella crudeltà piatta, obbligavano alla rivolta la più mite delle persone.
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Fu per me un’esperienza che non ho dimenticato e dalla quale imparai, prima di leggerlo sui libri, che gli operai avrebbero liberato il mondo liberando se stessi.
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Noi ci sentimmo invece curiosamente sollevati, perché non saremmo finiti in mani tedesche. L’idea di dover affrontare una tortura scientifica ci spaventava più di ogni altra cosa. La morte, a quell’età, è invece molto difficile da percepire. Non riuscivamo a immaginarci bendati in un cortile di caserma o legati a una sedia in un prato di periferia o colpiti alla nuca in una cava. Per tutta la notte parlammo d’altro e di nulla.
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Si direbbe un eroe, ma io preferisco ricordarlo come un ragazzo sventato.
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Era esplosa l’ultima bomba, mirabile invenzione del secolo, e in quel rogo infernale la guerra era finita.
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Ma l’aria del dopoguerra non aveva per me questa leggerezza, non la respiravo con questa disinvoltura e neanche desideravo farlo. Provavo un senso di estraneità, di isolamento e di sospetto, la quotidianità non aveva il sapore di prima. Quegli esami, quegli esercizi, quei comizi somigliavano troppo a un comodo diversivo. C’era troppa sproporzione, era morta troppa gente, quella normalità somigliava a una diserzione. Non ero neanche sicuro che la guerra fosse finita. Sembrava piuttosto una tregua carica di minacce, come se gli uomini non avessero imparato nulla e quel lascito di cadaveri e di macerie non li avesse convertiti alla saggezza ma addestrati a una futura ecatombe. I vincitori somigliavano stranamente ai vinti, si scambiavano le parti, erano di nuovo nemici gli uni agli altri, come se la guerra fosse stata svuotata delle promesse che l’avevano nobilitata e confessasse ora la sua vera natura, fredda regola di una storia sempre uguale.
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Chi tornava a comandare nelle nuove istituzioni aveva gli stessi connotati dei predecessori, chi tornava a ubbidire nella vita quotidiana conosceva le stesse umiliazioni, i più forti e i più deboli tornavano a recitare la stessa parte senza varianti.
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L’eredità della guerra ma anche l’estrema giovinezza hanno questo di buono, che non si ha (o noi almeno non avevamo) l’avidità che insorge nei giorni dell’opulenza.
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E ancor più lentamente mi sono accorto che lo scenario era mutato attorno a me, di pari passo con la mia età, in modo assolutamente imprevisto. Lungo un quarto di secolo era mutato il rumore delle strade, il linguaggio delle persone, il valore delle cose, l’umore dei giovani, il passo delle donne, non solo nei grandi continenti ma nella stanza accanto, tra le pareti di casa. Era cambiato tutto meno la cosa che decide di ogni altra, l’inimicizia come spirito del mondo.
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Non so dire se sia una seconda giovinezza o un amore senile, le due cose coincidono spesso.
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La malattia mostra più di ogni altra cosa che il mondo è diviso in due. È sinonimo di separazione e solitudine.
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Non c’è in un’intera vita cosa più importante da fare che chinarsi perché un altro, cingendoti il collo, possa rialzarsi.
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Un libro serve a chi lo scrive, raramente a chi lo legge, perciò le biblioteche sono piene di libri inutili. Nel mio caso, questi appunti sono soltanto un espediente per riordinare nella fantasia dei conti che non tornano nella realtà.
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Nella realtà non è rimasto in piedi quasi nulla delle cose che mi stavano a cuore. Quella guerra per esempio, a cui ho dato una così grande importanza, è stata un esercizio passeggero a paragone dell’intreccio di ferocia e futilità che vedo intorno, che corona il secolo e governa la nostra intimità. E nomi e luoghi e date che avevano anche loro per me una grande importanza ho preferito non indicarli per evitare che mi si sbriciolassero tra lè mani come polvere.
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Ne concluderò che le tenaci passioni, i nobili ideali, le generose intenzioni, le fatiche e gli errori sono una favola folle? No di certo, sono in ogni tempo il sale della terra e così è stato anche in questi decenni. Ma basta una pioggia a lavare la terra e il sale si scioglie in acqua.
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"[...] Per parlare del mio carattere, sono malinconico, e lo sono al punto che negli ultimi tre o quattro anni mi hanno visto ridere tre o quattro volte. Sono intelligente e non ho difficoltà a dirlo, ma di un’intelligenza rovinata dalla malinconia; infatti, sebbene padroneggi piuttosto bene la mia lingua, abbia una buona memoria e non abbia troppa confusione nelle idee, sono sempre così assorto nel mio umore cupo che esprimo piuttosto male ciò che voglio dire».
Forse anch’io avrei dovuto adottare la puntigliosa tecnica descrittiva di questo gentiluomo del XVII secolo.
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Profile Image for Teresa.
43 reviews
February 26, 2026
Uno sguardo assorto e dolente sulla propria vita ormai osservata con distacco e offuscata dai tanti addii (ai propri cari, alle proprie illusioni, alla propria vitalità che pian piano si esaurisce). La scrittura come esercizio quasi testardo di un individuare il proprio punto di vista sulla comunità umana. Un'opera piena di disincanto ma ancora fedele al desiderio del vero e del giusto
Profile Image for Aldo Rita.
Author 1 book
June 7, 2025
Luigi Pintor è stato un giornalista e uomo politico italiano, nato nel 1925 e morto nel 2003. Ha pubblicato questo libro nel 1991 all’età di 66 anni. È il racconto della sua vita, degli eventi e delle esperienze che sono state importanti per lui. È un libro breve, in cui non sono indicate date e nomi, nemmeno di partiti o di giornali, per cui il testo è difficilmente comprensibile per chi non conosce già qualcosa della storia dell’autore. Pintor rievoca la sua infanzia in Sardegna in una famiglia agiata che lo amava, il trasferimento a Roma all’inizio della Seconda Guerra Mondiale, i lutti in famiglia, tra cui la morte del padre, la morte del fratello in circostanze poco chiare dopo che all’inizio dell’occupazione tedesca si era unito alla Resistenza e stava andando verso il Sud. Anche lui si unisce alla Resistenza e rievoca un episodio in cui aveva sparato, cosa di cui si rammarica, e dice che nemmeno in circostanze simili anche se avesse la stessa età farebbe di nuovo. Poco prima della liberazione di Roma viene catturato insieme ad un amico da una banda di irregolari, torturato e portato in prigione poi liberato all’arrivo degli alleati. La guerra avrà un’importanza enorme nel determinare il corso futuro della sua vita e nelle sue scelte. Lavora dal 1946 presso il giornale del Partito Comunista ”L’Unità”. Rievoca il clima che regnava nel giornale e nel Partito, parla del suo matrimonio e dei problemi sorti con la nascita dei figli. Nel 1968 viene eletto deputato. Nel 1969 fonda con Rossana Rossanda, Valentino Parlato, Lucio Magri e altri una rivista mensile, “Il Manifesto”. Per questo e per le critiche alla linea del Partito viene radiato insieme agli altri del gruppo de “Il Manifesto”. Per quanto riguarda le sue idee nel libro ci sono accenni vaghi e sintetici. Parla della sua fiducia nelle virtù popolari durante la sua giovinezza, del fatto che un muratore, suo compagno di prigionia durante l’arresto da parte dei fascisti, gli aveva mostrato con l’esempio prima di apprenderlo dai libri che gli operai avrebbero liberato se stessi e il mondo. Dice di aver fatto la scelta di stare dalla parte dei meno fortunati. Poi parla dei suoi viaggi nei paesi del socialismo reale in cui viene colpito dalla presenza anche della prostituzione. E dice di non essere stato colpito tanto dalla presenza, ancora, della povertà ma dall’assenza della fraternità. Parla della contestazione giovanile del ’68 e degli anni ’70 e dell’invidia che provava verso quei giovani anche se sapeva in anticipo che sarebbero andati incontro alla delusione. Intanto nel 1971 “Il Manifesto” si era trasformato in un quotidiano. L’autore accenna alla vita nel giornale e infine parla della malattia e della morte della moglie.
Ciò che mi ha spinto a leggere questo libro è il fatto che io alle elezioni politiche del 1987 ho votato proprio per Luigi Pintor che si era presentato come indipendente nelle liste del Partito Comunista e in quell’occasione era stato eletto deputato. Poi per alcuni anni dal 1988 all’inizio del 1992 tra i giornali che leggevo c’era anche “Il Manifesto”. E devo dire che le pagine culturali di quel giornale mi hanno molto ispirato (sia pure molto liberamente) nell’atteggiamento che ho avuto nei confronti della cultura, cioè, dei libri e del mass media. Preciso che io non sono mai stato iscritto a nessun partito, nemmeno di sinistra, e che quindi non ho mai fatto, in quel senso, politica.
Una delle caratteristiche de “Il Manifesto” che consideravo valida era il fatto che criticava sia la società capitalistica occidentale che il socialismo reale. Però secondo me alcune delle idee di Pintor cui accenna nel libro vanno considerate come illusioni. Ciò che mi ha colpito e che trovo valida è la sua critica alla inimicizia e alla ferocia che spesso caratterizzano i rapporti umani.
“Il Manifesto” è un giornale che esiste ancora e porta come sottotitolo la dicitura “Quotidiano comunista”. È un libro forse non troppo interessante che però mi ha permesso di conoscere meglio la persona che tanto tempo fa avevo contribuito a far eleggere come deputato.

Profile Image for 'NgappaMusk.
35 reviews2 followers
July 17, 2013
Senza infamia e senza lode.
Sembra la sinossi in prima persona di un bel libro.
Lo si finisce in un'oretta e non lascia nessuna emozione così forte da non dimenticarla nel giro di un paio di minuti.
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