Come può accadere che un “giardino di delizie” (il famoso Parchetto dei Duchi della Rovere) diventi un manicomio? E come si fa a raccontare, dall’interno di un manicomio, una serie di storie che sono inenarrabili, per definizione e per contratto? Attraverso la voce e l’esperienza di Tilde (Matilde), infermiera dei matti, Il mio manicomio si muove in un pulviscolo di storie senza requie, personali e collettive: fatti minimi e privatissimi di famiglie (felici o infelici quanto basta) che si incrociano con la grande Storia della nazione. Il tormentato monologo di Tilde porta in scena una ricca galleria di personaggi, positivi e negativi: il padre mai conosciuto; la madre analfabeta che prega in latino; il marito paterno e positivo; la figliola che “padreggia”; e poi i ricoverati, le suore, la superiora, il direttore fissato con l’elettroshock, i dottorini, il tempo che passa. L’ex giardino delle delizie ducali, da luogo di pena e reclusione, diventa paradossalmente un osservatorio privilegiato per seguire i mutamenti, le illusioni e gli inganni di un paese nell’arco di almeno sessant’anni: la ritirata di Caporetto, il fascismo, la seconda guerra mondiale, lo sfollamento di un intero ospedale psichiatrico sui monti dell’Appennino, l’arrivo degli Alleati, il dopoguerra, il boom economico, gli psicofarmaci, fino alle ultime finzioni della presunta società del benessere. Una narrazione tesa dalla prima all’ultima pagina, condotta da una voce forte, che dispone di una sua lingua prescolare, a metà strada tra il dialetto della tradizione orale e l’italiano imparato alle elementari negli anni venti del secolo scorso: una lingua dolorante, che si misura con temi cruciali, veri e propri nervi scoperti, con rabbia e reticenza insieme. Il mio manicomio è un affresco compatto, stipato di personaggi come certi quadri di Brueghel; ma anche con improvvisi squarci comici come certi quadri di Hogarth.
Dal 1938 al 1978, quarant’anni della storia personale di Tilde, infermiera del locale manicomio, che diventano quattro decenni di Storia. A partire da quando bambina scopre che il padre non è affatto morto in guerra a Caporetto, le date non coincidono: l’uomo si trova in prigione a Capraia perché ha ucciso un l’uomo che lo voleva cacciare dalla sua terra. Di conseguenza, Tilde, nata nel 1920, figlia di madre bigotta, non conosce suo padre. Ma non conosce neppure suo fratello perché parte giovane per l’Argentina.
Foto di Giacomo Doni: Ospedale Psichiatrico San Benedetto di Pesaro.
Il monologo di Tilde non ci illustra solo che i matti sono più fuori che dentro, ché questo possiamo darlo per assodato: è l’umanità rinchiusa nel nosocomio che affascina nel suo racconto, il lato molto umano di quella popolazione segregata, il loro dolore, la loro ironia, i percorsi di sopravvivenza. E nell’esilarante sproloquio di Tilde, la legge Basaglia diventa la legge Pazzaglia.
Foto di Giacomo Doni: Ospedale Psichiatrico San Benedetto di Pesaro.
Come una di quelle lunghe camminate, in montagna o in campagna, quando si arriva a una sorgente e si beve quell'acqua freschissima, quasi fredda, e ci si sente rigenerati.
Sembra un'immagine da spot pubblicitario: allora, per restare nella pubblicità, penso al gusto con cui certi attori bevono un boccale di birra (lo fa O.M.Guerrini per la birra Moretti nella sua migliore interpretazione). Questo libro ha lo stesso effetto: rinfrescante, rigenerante.
Teobaldi continua a migliorare la sua scrittura, così immersa nella radici della lingua nazionale: e continua a regalare storie che sembrano surreali per il tono, ma sono molto credibili.
Foto di Giacomo Doni: Ospedale Psichiatrico San Benedetto di Pesaro.
Alla fine del romanzo c'è un glossarietto curato dallo stesso autore: è una piccola chicca, una gemma. Come si fa a non aver voglia di leggere il libro dopo aver letto una simile definizione, la prima del glossarietto: BADURLO: trastullo, passatempo innocuo e poco costoso, riferito soprattutto ai bambini. Ma anche quello di Otis Redding nella baia di San Francisco è un badurlo "Sitting on the dock of the bay/Watching the tide roll away/I'm just sitting on the dock of the bay/Wasting time..."
Ho voglia di badurlarmi per il resto dei miei giorni quando leggo cose così.
Foto di Giacomo Doni: Ospedale Psichiatrico San Benedetto di Pesaro.
Paolo Teobaldi me l'immagino così, uno che scrive in punta di penna, seduto alla sua scrivania davanti ad una finestra che guarda il mare, mentre attinge al suo vocabolario ricco di commistioni dialettali, istintivo come il linguaggio variopinto e onomatopeico della Tilde, infermiera nel manicomio di Pesaro da quando era poco più che una bambina, in un periodo lunghissimo che va dalla fine della prima guerra, all'interregno che precede la seconda e poi via, fino all'applicazione negli anni Settanta della Legge Basaglia e alla successiva chiusura dei Manicomi. Il racconto di Tilde è semplice e ingenuo, un flusso inarrestabile di ricordi che sembra quasi voler compensare tutte le parole che non pronuncia mai, tutti i racconti che non fa alla figlia, tutte le storie che non narra al marito, ma che conserva e rielabora dentro di sé giorno dopo giorno, storia dopo storia, il ricordo di un'umanità ricca di saggezza ma anche di privazioni e dolore. Ci si accorge quasi subito che il Manicomio dei matti di Pesaro, in fondo, non è troppo dissimile dal 'manicomio' di Tilde, che lei stessa ha vissuto una vita in equilibrio, in cerca di conferme, in cerca di affetti, in cerca di un centro di gravità, e che tutta la sua esistenza è stata borderline; come in un gioco simile alle scatole cinesi ci si ritrova ad 'aprire' la vita di Tilde per ritrovarci dentro 'i matti' del Parchetto dei Duchi della Rovere di Pesaro, ad 'aprire' la vita dei matti del Parchetto dei Duchi della Rovere di Pesaro per ritrovarci dentro la vita di Tilde, e così via, in una spirale infinita, fino a comprendere, grazie al garbo e alla leggera profondità di Paolo Teobaldi, che ciascuno di noi, in un modo o nell'altro, ha 'il suo manicomio' da vivere e dal quale evadere, ma che per qualcun altro le porte di 'quel manicomio' non sono mai state aperte.
Sempre simpaticissimo Paolo Teobaldi, col suo modo di scrivere spontaneo. Questa volta riesce ad esprimersi come una analfabeta, Tilde, per quarant'anni infermiera al manicomio di Pesaro. In pratica un monologo da cui emerge (anche) un quadro della città, dei luoghi, dei personaggi per quasi mezzo secolo; particolari dimenticati, abitudini perse, modi di dire della gente semplice. Geniale alla fine il "glossarietto della lingua di Tilde" con quelle buffe parole dialettali, ricche di significati e ricordi. Tre stelle, per la simpatia, nonostante qualche ripetizione.
... quarant'anni di servizio, dal '38 al '78: per tigna.
Matilde (Tilde o Tildina), quasi analfabeta, si racconta. E racconta del manicomio di Pesaro, ex tenuta dei Della Rovere, dove ha lavorato a contatto coi malati e coi dottori, con le monache e coi civili, fino alla chiusura determinata dalla Legge Basaglia. Eh già... perché i matti non erano matti, non erano pericolosi, erano stati rinchiusi per colpa della società, erano stati emarginati, che con due pilloline al giorno, una alla mattina e una alla sera, potevano inserirsi di nuovo nella società o riprendere le loro normali occupazioni, che bastava un controllino ogni tanto al centro di igiene mentale...
Quarant'anni di ricordi dolci e amari, passati fra tanta sofferenza, tanti sacrifici e rare, rarissime gioie. Anni passati, tra l'altro, a cavallo della Storia. Il tutto narrato con un linguaggio semplice, ignorante, sgrammaticato, ma quanto mai efficace, condito con parole dialettali, quasi intraducibili, ma proprio per questo più vere, più belle. Delle piccole perle, insomma. Ed allora si riesce anche a sorridere di certe situazioni, di alcuni aneddoti, di certi personaggi.
Potenza della scrittura di Teobaldi (che non conoscevo). E non finirà qui, con lui.
Alla fine del romanzo c'è un'appendice, un piccolo gioiello: un glossarietto a cura dell'Autore, che riassume, rigorosamente in ordine alfabetico, tutto il linguaggio di Tilde. È un vocabolario a parte, verace e immediato, colorito e ricco, semplicemente delizioso!
Andamento lento, pausato, lieve distacco per mantenere la giusta prospettiva, questo il ritmo della storia. Spaccato di un cinquantennio di Italia attraverso gli occhi e le vicende personali ed altrui fatto da un'infermiera mal scolarizzata ma d'intelligenza viva e intuito profondo. Immaginifico (e magnifico) il linguaggio: non dialetto, non italiese, ma pura creazione della narratrice, con cui miserie e dolori vengono resi (ma non esposti) e condivisi. L'interregno fra le due guerre mondiali, l'avvicendarsi di crucchi in crisi ed alleati, l'esistenza appesa un filo e le idiosincrasie alimentari che una nutrizione monotematica crea. La povertà che annichilisce e quella che spinge al rifiuto, in realtà la povertà tout court, laddove il cambiamento è dato dalla reazione individuale, dallo spessore dell'identità. E sotto, sopra e intorno a tutto un manicomio, in cui tutto cambia perché nulla cambi finché la legge "Pazzaglia" non ne sancirà la chiusura. Un manicomio campione, un manicomio esemplare dove, par di capire, i matti sono quasi tutti persone scomode, fin troppo sensate nel reagire, e quindi strane rispetto alla normalità... Vedevo le facce scure dei parenti quando venivano per i colloqui [...] con certi occhi che si capiva al volo perché qualcuno in quella famiglia era andato giù di testa. Ma non si avverte tragedia nella lettura, il dolore entra lentamente, goccia dopo goccia, come il farmaco instillato in vena dalla flebo. L'assurdo, pur inaccettabile, strappa spesso il sorriso. Bravo Teobaldi con la sua prosa felice: d'aver la pelle d'oca ce ne si accorge solo alla fine.
Da Pesarese ho sentito tutto il peso del libro. Ho visto ogni stanza, ho attutito il peso di ogni gesto: un viaggio emotivamente carico con uno stile che non si fa aspettare, un ritmo stranamente giusto per descrivere una realtà così difficile