Un viaggio nei due piú gloriosi e cruciali momenti della nostra dalla Roma dei re, dei senatori e degli imperatori che ha conquistato l'intero mondo conosciuto con il ferro della spada, alle Repubbliche italiane, Pisa, Amalfi, Genova, Venezia, Firenze, Milano, che con l'oro dei commerci risollevarono le sorti dell'Italia. Attraverso il racconto degli eventi storici e dei protagonisti, le strutture economiche e le grandi correnti sociali, ma anche gli aneddoti e le leggende, Ruffolo mette a confronto due epoche di indiscussa superiorità mondiale da cui emergono i tratti caratteristici dell'identità italiana, le sue continuità e le sue discontinuità.
13/06/2021 (****) Confermo la recensione della prima lettura. Molto godibile, ben strutturato, ampiamente consigliato.
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15/10/2016 (****) Ottimo libro, molto scorrevole nella prosa e per nulla ostico.
Due grandi epoche storiche (la romanità e il basso medioevo) in cui l'Italia è stata la protagonista prima e assoluta del panorama politico, economico e culturale occidentale raccontate in maniera divulgativa e intelligente. Le riflessioni dell'autore sono in larga parte condivisibili e in linea con la storiografia recente di critica e rivisitazione degli approcci classici ottocenteschi: nessuna impostazione ideologica a monte e larga autonomia alle prove (archeologiche e archivistiche, prima di tutto) e al ragionamento stringente. Rimane invece distante da certe revisioni estreme (a ragione secondo me, essendo esse spesso contro-teorie sviluppatesi con lo scopo ben preciso di ribaltare come un calzino le teorie classiche, spesso pretestuose e legate a ragionamenti di natura politica o ideologica).
Ruffolo si dimostra un bravissimo narratore, scrivendo un libro appassionante e appassionato su una storia, quella italiana, assolutamente atipica rispetto a tutto il resto dei paesi occidentali: paese (e non stato né nazione) per lunghissimo tempo diviso e frantumato, privo di materie prime strategiche e, unicum assoluto, centro del mondo per due lunghissimi periodi, fra loro separati da circa 500 anni: ovviamente l'età romana e, meno ovviamente, la lunga epoca che va dall'anno Mille (suppergiù) al tardo Cinquecento: l'età delle ricchissime e potentissime Repubbliche oligarchiche mercantili e dei parimenti ricchi grandi (e medi) Comuni dell'entroterra.
Oltre all'ovvia individuazione dei due momenti fatidici, la domanda è: perché finirono? Domanda tutt'altro che ovvia e banale, su cui si sono state scritte biblioteche sterminate, soprattutto sul declino e caduta dell'Impero Romano che è non a caso il titolo di un mitologico libro che ha segnato (ideologicamente) un'epoca.
La risposta è tutt'altro che scontata. Ruffolo individua, per l'epoca romana, una serie di incongruenze di sistema (conservatorismo dell'economia romana, causato soprattutto dal massiccio e alla lunga insostenibile utilizzo di manodopera servile, e incapacità di giungere a un capitalismo maturo) unita all'incapacità di assorbire l'immane profluvio di nordici sopraggiunti a un certo punto sulle rive del Reno e del Danubio (nonostante la cronica mancanza di manodopera).
Sulle cause del declino post Rinascimento (per molti, economicamente e politicamente parlando, anche pre Rinascimento - nel senso che il Cinquecento, se fu il secolo dell'apice culturale, rappresenta di fatto una lunga estate di San Martino) la cause sono essenzialmente interne: il Comune trova nel suo essere di dimensioni circoscritte, piccolo ma flessibile, l'ideale per svilupparsi nella prima grande età globale del commercio, in cui l'Italia stava esattamente nel mezzo di tutti i flussi mercantili. Le continue frizioni interne (fra classi, partiti, famiglie) trovarono sbocchi sia in un economia dinamica e aggressiva verso l'esterno che in uno stato permanente di conflitto fra un Comune e l'altro, fino a che a rimanere furono i più grandi e forti (trasformatisi in Signorie e Ducati), e la situazione fu cristallizzata dalla pace di Lodi. Tuttavia, tale stato di tensione permanente finì per stremare il sistema, e i cittadini finirono per desiderare più la pace e la stabilità che tutto il resto: e come sempre in questi casi, finirono per darsi al nobile e all'avventuriero di turno, i quali lungi dall'essere o dal divenire statisti e formare stati regionali col supporto e la legittimazione del loro popolo finirono per diventare despoti di vedute politiche ristrettissime, desiderosi più che altro di approvazione esterna dall'alto (imperiale o papale che fosse). Vi fu un'unica eccezione, Venezia. Anche la Serenissima tuttavia non riuscì nell'intento di unificare la nazione, maturando tale obbiettivo troppo tardi e fallendo anche per contraddizioni sue interne.
Finì con un buffo e poco brillante re francese che, senza colpo ferire, arrivò a Napoli e conquistò quel regno, riuscendo a tornare in Francia sostanzialmente indenne; finì col paese più ricco del mondo saccheggiato dai grandi stati nazionali, privato prima dell'indipendenza politica e poi dal primato economico. E non fu solo un parziale declassamento: dal primo posto, l'Italia sprofondò in pochi decenni fra i paesi più arretrati d'Europa. Un tramonto spettacolare, a modo suo: la ricchezza immensa accumulata nei secoli ruggenti non divenne potenza ma si trasfigurò in bellezza: e quelli che furono statisti piccoli piccoli si dimostrarono nel contempo anche straordinari committenti d'arte, motori di un periodo culturale come non se ne sono più visti, nè prima nè dopo.
La chiusa di Ruffolo è una frase di Braudel: "Quando finalmente cadde sull'Italia la notte, tutta l'Europa ne fu illuminata". Non si sarebbe potuto dire né più né meglio.
Gran bel libro. Salutare per rendersi conto di quanto l'Italia fosse veramente all'avanguardia per svariati secoli, prima del declino morale, istituzionale, culturale iniziato mi vien da dire nel 1800. E' più corretto affermare come fa Ruffolo che il declino era iniziato già dalla fine del '600, ma direi che fino all'ottocento ancora qualcosa combinavamo.
Molte le cose che non sapevo o di cui non mi ero reso conto. Tipo che i cristiani e la Chiesa non fecero nulla per fermare il flagello della schiavitù, che continuò a lungo anche dopo che il cristianesimo divenne dominante. E non sapevo che i patrizi proprio disprezzassero il commercio e che i commercianti romani aspirassero alla stessa vita di ozi e piaceri tipica dell'aristocrazia.
Il ruolo dei Longobardi nella creazione della spaccatura nord-sud pure mi era ignoto. Dopo la caduta del loro regno da parte dei Franchi, il sud continuò a vivere della sua economia agraria (con alcune eccezioni, tipo Amalfi), mentre il centro-nord si frammentò nei comuni e si spinse verso l'esterno, sia tramite il commercio e l'arte manifatturiera (es: la lavorazione della lana che proveniva dall'Inghilterra a Firenze, il vetro a Venezia, il metallo e le armi a Milano) sia tramite guerre di controllo del mediterraneo da parte di Genova, Pisa, e Venezia, che impiantarono fondaci -- colonie con gente loro -- nei porti più importanti. Molti altri popoli avevano i mezzi e l'audacia per controllare il commercio nel mediterraneo e in europa (fenici, greci, ebrei, arabi, siriani) ma nessuno lo seppe regolare come gli "italiani". Che poi alla fine erano tutti divisi, ma uniti dalla necessità di fare prosperare la propria città. Altrimenti le avrebbero prese dal comune limitrofo.
Insomma si capisce come alla fine il capitalismo sia nato qui da noi: l'income tax, la lettera di scambio, le banche, il conio di moneta, la vendita a rate, le finanze pubbliche, i prestiti obbligazionari, il colonialismo, nonché tutti i relativi disordini sociali, sono tutti originati nella penisola (pag. 205) e hanno permesso all'Occidente di distaccarsi dalle altre economie del mondo. Questo ruolo guida risale comunque fin dai romani, che seppero ispirare i popoli da loro conquistati a sentimenti non solo romani, ma spesso più romani di quanto sentito dai romani stessi.
Tuttavia, dopo questo libro uno si sente più depresso di prima nell'osservare l'attuale sfacelo italico, considerando quello che abbiamo saputo contribuire.
Il titolo è intrigante, e promette di regalare al lettore alcuni interessanti spunti per capire come e perché l'Italia ha dominato il mondo, in alcune specifiche ma lunghe e intense fasi storiche (l'Antica Roma e il Basso Medioevo), dal punto di vista culturale, economico e politico. Questa promessa proviene da un eccellente economista e storico dell'economia, Giorgio Ruffolo, che ha avuto anche importanti incarichi a livello politico e ministeriale e si è spesso cimentato come editorialista su importanti mezzi d’informazione nazionali. L'aspettativa è grande, magari si ricavano insegnamenti utili per riflettere e intuire cosa fare per rilanciare il Bel Paese proprio per quanto riguarda quegli aspetti (culturale, economico e politico) che non ci vedono più dominanti a livello continentale e mondiale. Purtroppo questa ambiziosa attesa viene in parte delusa. Il libro si presenta ricco di fatti e informazioni di carattere storico. Talvolta ci sono delle spiegazioni di tipo politico ed economico utili e convincenti (alcune di queste ultime un po' spericolate, però, come ad esempio quando si cerca di calcolare il valore del PIL dell'epoca romana coi valori del dollaro di oggi). Ma sostanzialmente la scrittura rimane poco fluida e lineare, i fatti si affastellano, spesso ci sono flashback che confondono un po’, alla fine non si riesce a individuare un chiaro percorso logico e a intuire quei legami e snodi chiave che ci potrebbero far capire le vere e profonde ragioni dell'essere una "superpotenza". Detto questo (forse basterebbe una riscrittura in una nuova edizione che sopperisca a quei limiti), il libro costituisce un’interessante e avvincente storia d’Italia raccontata coll’occhio dell’economista, tale da rendere la sua lettura comunque raccomandabile. Per certi versi, le parti più interessanti, su cui Ruffolo si sofferma a lungo, giustamente, sono quelle relative all’Alto Medioevo: lì si capiscono molte cose dell’evoluzione della cosiddetta “italianità”, e di come si creino le basi per un grande rilancio nell’Italia dei Comuni. Se proprio vogliamo andare a cercare l’ingrediente fondamentale che Ruffolo evidenzia, il “fil rouge” che spiega il successo dell’Italia e del suo popolo, questo è costituito da un forte spirito patriottico in una popolazione mercantile libera. Ad esempio questo sembra essere l'elemento decisivo del successo delle repubbliche marinare italiane, a partire da Venezia. Ma questo spirito patriottico, fondato su una società relativamente libera e flessibile, era ciò che caratterizzava anche Roma, agli inizi della sua avventura. Ma anche nella fase imperiale, durante le successive fasi di travolgente sviluppo. Interessante, anche alla luce dei fatti contemporanei, la descrizione dell’evoluzione del pensiero cattolico occidentale, che incorpora le esigenze spirituali dei barbari (es. culto dei santi) e esprime meglio il desiderio di portare il divino a livello umano, anticipando quel senso di libertà tipico del pensiero occidentale. Invece il cristianesimo bizantino d'oriente è in qualche modo costretto a puntare su una rigida separazione tra divino e umano, assecondando di più una cultura orientata all'assoluto, all'assolutismo e alla sottomissione che rispondeva ai canoni orientali e che primeggiava nel Medio Oriente e nel sud del Mediterraneo grazie alla diffusione massiccia dell'Islam, con cui la chiesa bizantina si dovette fronteggiare sin da subito.
Una prosa invero potente Ruffolo delinea una storia per così dire atipica, in una prosa potente, a volte divertente. Non si limita semplicemente come fanno molti altri presunti specialisti a stilare un elenco di date, con tanto di anno, mese, giorno + giorno della settimana e ora precisa al minuto, in cui un avvenimento accade. Invece prende una serie di testi di cui parla nella bibliografia (anch'essa del tutto atipica, visto che la mia insegnante di storia dell'architettura è stata ferrea nello stabilire le modalità e i modi in cui "uno storico redige secondo il sistema di notazione storica europeo, un testo di storia", neanche fosse il sergente istruttore di Full Metal Jacket), e descrive gli eventi basandosi su un lucido ragionamento proprio dell'autore. Basti vedere l'aneddoto, per citarne uno, della quarta crociata indetta dai baroni europei, in cui l'autore ironizza sul pathos che i veneziani e i baroni impiegarono, per bandire la costruzione delle 200 navi che dovevano portare l'armata in Terra Santa, di quando, perché il denaro usciva dal bilancio dei due regni (Francia e Inghilterra) di due volte quello annuale, i veneziani decisero di sfruttare l'evento e pagare parte della riconquista di Zara, l'autore strappa un sorriso quando fa notare che i crociati rimasero sconcertati quando il Papa minacciò di scomunicarli ("una crociata scomunicata!"). Queste parole in conclusione: <>. Non so per voi, ma a me la storia raccontata in questo modo sembra l'unico modo coerente di raccontarla.
Dicevo, parlando di "L'Atlantique est mon désert" di Jean-François Deniau, che in Italia non ci sono ministri così. Forse mi sbagliavo, visto che un ex-ministro, l'economista Giorgio Ruffolo, ha scritto questo splendido libro di storia economica, che si fa leggere con passione ed interesse, grazie ad una scrittura scorrevole e mai troppo professionale. Certo, viene da pensare che ministri così stanno all'Italia come il passato dell'Italia, cosa di cui si parla in questo libro, sta al suo presente... Autore promosso a pieni voti, salvo che in tedesco, visto che traduce "Stehende Brücke" con "fiume spumeggiante"... Alzati e cammina, il Goethe Institut ti aspetta! :-)