In un paese immobile nella luce mediterranea, circondato dalle gravine dove si precipitano da sempre le spose infelici, cresce un gruppo di ragazzi segnati da altre infelicità. Sono legati per sempre. Prima dal sudore, poi dalle gambe massacrate sul campetto da calcio e più tardi da una donna: Annalisa. È lei il centro magnetico della loro vita, la ragazza bionda che indossa anfibi, calze bianche e guanti anche in estate. La desiderano in molti e lei non li respinge, ma il suo cuore misterioso sembra battere solo per Zazà, un ragazzo carismatico ma "senza cattiveria", secondo il talent scout calcistico che ne troncherà implacabilmente il destino. Su tutti loro incombe l'ombra di una sconfitta o di una sorte che non è più quella ancestrale delle spose infelici, ma somiglia al profilo minaccioso del Siderurgico di Taranto... Con uno stile sensuale e stregato d'affascino, Mario Desiati ci porta nel cuore di una terra insieme magica e reale, dove la tragedia coesiste con la farsa e la poesia.
Ciascuno di noi poteva contare nel proprio albero genealogico una sposa infelice. Una zia, una bisnonna, un’ava con le stimmate dell’insoddisfazione. La depressione per reazione o ribellione ai destini di nozze e dunque di morte.
Un romanzo forse semi-autobiografico, che fa vedere con un'aria di nostalgia ma anche con una cappa grigia - e rossiccia come le polveri che fluttuano nell'aria nella zona dell'Italsider/ILVA di Taranto - gli anni Ottanta e Novanta nella provincia pugliese, vissuti da un ragazzo come tanti, di famiglia medio borghese, che frequenta ragazzi di ceti sociali diversi che, come lui, giocano nella squadra giovanile dell'Esperia Football Club. («Da dove vieni?» «Da u camp de Pezz, ste sciucheme dé.» «Hai forse mai sentito parlare tuo padre in dialetto in questa casa?»). Il protagonista si chiama Francesco (detto Veleno), non Mario, ma i suoi amici sono sicuramente persone ben conosciute nel paese, Martina Franca. Primo tra tutti Zazà, che ha un senso di giustizia tutto suo, e proprio per questo entrerà e uscirà dal carcere più volte; Fedele, che si perderà nell'eroina; Giovannone Caizzi, proprietario, direttore artistico e maschera del Cinema Bellini, che portava in paese i film pornografici prima dell'avvento delle videocassette; ma, soprattutto, Annalisa, la Madonna randagia, consolatrice delle spose infelici e figura femminile incantatrice, che tiene legati a sé come con un incantesimo Veleno e tutti i suoi amici, e che segnerà buona parte delle loro vite.
"Spatriati" ha vinto il Premio Strega, lasciandomi perplesso. Ho voluto così provare un "vecchio Desiati", l'ho pescato a caso dagli scaffali della biblioteca e con ammirazione ho scoperto un autore che merita di essere approfondito.
Qui c'è tutto il Meridione d'Italia, il ritratto di un'umanità costretta a confrontarsi con una realtà ineludibile: personaggi caratteristici che si possono trovare in tanti altri borghi del Bel Paese. Certo, dopo questo, e dopo aver letto Cosimo Argentina, Taranto è l'ultimo posto al mondo dove vivrei (pur non essendoci mai stato).
Il contrasto della scrittura poetica usata per descrivere luoghi e paesaggi rovinati è magistrale.
Fedele era il figlio di un operaio dell'Italsider. Uno dei tanti emigrati da Sud a Sud, un calabrese che aveva scelto di vivere a Martina Franca, pochi chilometri da Taranto. Città piatta e dilatata, dove l'aria puzzava, dove la polvere arancione del siderurgico si attaccava alla pelle, riempiva gli occhi, le narici, i cornicioni, le finestre, i balconi, i loro destini. Eppure per me Italsider era una parola senza contenuti, ci vedevo tanti omini colorati di blu che sbullonavano e rimontavano imprecisati macchinari. Non sapevo cosa facevano là dentro, confondevo la meccanica col siderurgico, le auto della Fiat con i forni dell'Italsider. Ero rapito quando la sera gli autobus blu che lasciavano piazza Crispi portavano gli operai del turno notturno in una caligine di carbone. Ci andavo con Fedele che aveva sempre qualcosa da chiedere o da portare al padre. Fedele Ravenna vedeva suo padre divorato dai turni massacranti nel reparto cokerie, percepiva, senza forse capirne la gravità, che la forza e il fisico di quel genitore sfibravano. L'aspetto del signor Ravenna era sempre più accartocciato e curvo, sempre più scuro. Per motivi di salute abbandonò. Fedele iniziò con l'eroina a diciassette anni unendosi a una comitiva di svitati che bazzicava gli anfratti bui della Villa Garibaldi. Quegli svitati che diventarono metallari. Altro luogo comune, droghe pesanti e disagio, droghe pesanti e cannabis, droghe pesanti e stupri, droghe pesanti e un sacco di vuoti riempiti di frasi sconnesse. Fedele non aveva avuto il coraggio di chiedere a suo padre quel piccolo sforzo di andarlo a vedere sui campi distrutti delle nostre partite, non aveva avuto il coraggio di domandare ad Annalisa di uscire, o almeno di parlare. Non aveva avuto il coraggio di chiedere se quella sposa immersa nel Taras era stata toccata da suo padre. Non ebbe coraggio di nulla, se non comandare la nostra difesa, alzare la mano per un fuorigioco o investirmi di insulti per l'ennesimo pallone che non bloccavo. La mancanza di coraggio terminò con quella dose ramata di eroina riportandolo in pace con i suoi spettri di inadeguatezza. Una mattina d'inverno fu trovato sui gradini grigi attorno alla Ghiacciaia. Dove un tempo conservavano la neve per la comunità, erano nate piccole botteghe artigiane, una farmacia e saracinesche abbassate di manifatture dove lavoravano stipate decine di ragazze, donne e qualche sposa infelice. Nelle scale che scendevano alla Ghiacciaia, Fedele dormiva il sonno malato dell'overdose, un coma bavoso fatto di un ghigno contratto e incubi dimenticati. Lo portarono all'alba dentro un Apecar con le braccia in croce come un cristo, al pronto soccorso, per lo schifo e il color pietra lo stesero a terra per fargli le flebo di glucosio: lo salvarono per i capelli. Ma gli argini erano ormai crollati. E lui, come ho già detto a voi, e a me stesso mille volte in questi anni, non è più lo stesso.
L’immagine istintiva e più superficiale che si ha del Sud è fatta di mare, folclore, colori, vitalità della tradizione. E invece, dice Desiati, «la sua vocazione è decisamente tragica». Le vicende dei tre protagonisti di questo romanzo, Veleno, Zazà e Annalisa, e il destino a cui vanno incontro quasi tutti i personaggi secondari sembrano voler testimoniare con forza questa realtà.
Non mi ha pienamente convinto, la storia � bella, certo, anche se a tratti forse � un po' noiosa. La vera protagonista, di fatto, � lei, Annalisa, la seducente creatura, apparizione sensuale e affascinante. Una visione per� molto maschile che a volte disturba un po', rovinando forse anche gli aspetti pi� poetici della scrittura.