Il secondo volume della minisaga Le leggende di Shannara, Il potere della magia, prende le mosse esattamente da dove L’ultimo cavaliere si era interrotto: Panterra è chino sul cadavere di Sider Ament, chiedendosi se può e deve accettare l’eredità magica che lui gli ha offerto, il bastone nero. Un demone molto potente, celato nei panni di un vecchio Stracciaiolo, è intanto sulle sue tracce intenzionato a nutrirsi della sua magia. Prue è assediata dai troll da cui è riuscita a sfuggire grazie all’aiuto suicida di Deladion Inch. I fratelli Orullian presidiano uno dei valichi di accesso alla Valle, attendendo l’attacco dei troll. Phryne è accusata dell’omicidio del padre, in realtà ordito dalla matrigna Isoeld per salire al trono a suo discapito e perpetrato da Bonnasaint, sicario al servizio di Skeal Eile. Quest’ultimo trama ancora per diventare leader politico (oltre che spirituale) dei Figli del Falco, che ancora attendono il prescelto che li condurrà fuori dalla Valle verso una terra promessa.
Mi spiace dirlo, ma questo libro risulta persino peggiore del precedente. Se anche la trama desta un qualche interesse e riesce a non essere scontata, ci sono trovate che definire imbarazzanti è poco: il libro pullula di personaggi potenti e scaltri che si dimostrano oltremodo idioti. Abbiamo un potente demone che potrebbe eliminare un normale essere umano schioccando le dita e che invece si diverte ad addormentarne uno pizzicandogli i nervi del collo per poi trascinarlo sulla scena di un omicidio per far sì che venga accusato. Abbiamo l’ex protagonista, mago capace, che alla fine del precedente libro si è fatto uccidere da un semplice dardo di cerbottana avvelenato. Un altro personaggio, scaltro e forte, che si è lasciato esplodere per salvare una ragazzina mai vista. Un’intrigante regina che invece di eliminare la figliastra che ha fatto imputare di omicidio la fa chiudere per giorni in una stanza sorvegliata da una sola guardia (aspettandosi che nessuno possa essere dalla sua parte e possa liberarla). Abbiamo dei troll feroci e astuti di nome, e in grado di perdersi in un bicchier d’acqua di fatto. Abbiamo il re del Fiume Argento che si dimostra in grado di intervenire attivamente nella storia dalla parte dei protagonisti, ma che – non viene spiegato il motivo – non risolve tutta la situazione a loro vantaggio con un semplice battito di ciglia. Poi abbiamo un killer spietato, presentato come letalissimo, che fallisce due volte su due (facendosi peraltro catturare) e che spiffera tutto ciò che sa due righe dopo aver detto che non parlerà mai. A tal proposito, abbiamo anche una ragazza che commoventemente offre qualsiasi cosa per ottenere un potenziamento della sua magia al fine di aiutare il migliore amico, e che due pagine dopo si dispera oltre misura per aver perso la facoltà di vedere i colori chiedendosi inoltre con preoccupazione se la gente possa trovarla brutta per il modo in cui appaiono ora i suoi occhi.
Io, a questo punto, caricherei tutti i personaggi su un pullmino e li porterei con cappellini e palloncini a far visita allo zoo. Perché questo libro non è una parodia, né fa ridere come una parodia, ma i suoi personaggi si comportano da parodie, da fantocci vestiti da protagonisti fantasy che tentano di sembrare autorevoli e profondi. Si salva veramente poco: certamente non la relazione tra l’elfa Phryne e il protagonista Pan (che in realtà protagonista lo è ben poco), nel precedente romanzo prontamente definita ‘amore’ nonostante i due personaggi si siano visti parlare una o due volte, e portata avanti in modo piatto e insensato solo perché ormai era iniziata. Descrizioni ridotte all’osso, psicologia zero: chi ama Brooks può ormai solo rileggersi i primi, classici cicli di Shannara, magari più aderenti allo schema del Signore degli Anelli ma senza dubbio ricchi di situazioni e personaggi di spicco.
Non parliamo poi dell’edizione, terribile come al solito: refusi su refusi (‘gli’ al posto di ‘loro’, ‘gli’ al posto di ‘le’ o viceversa, punti a fine frase mancanti, parole scomparse nel nulla), di cui tutti noi lettori più attenti continuiamo a lamentarci da anni senza che la Mondadori faccia qualcosa a riguardo, come assumere una manciata di correttori di bozze che si assicurino che ogni cosa sia al suo posto prima di mandare in stampa un testo. Dopotutto, non si tratta di un piccolo editore a gestione familiare in cui il padre si occupa della stampa, la madre della grafica, e la figlia della distribuzione, ma di una delle maggiori case editrici italiane, che peraltro i suoi testi se li fa pagare profumatamente dai lettori. Parole gettate al vento, come sempre.