Letto una prima volta nel ’96, riletto oggi sulla spinta dell’onda di curiosità e interesse per l’Italia antica. Sarà forse perché guardare all’Italia attuale è deprimente? Forse sì; forse no; non lo so. In fondo cosa abbiamo di comune con questi antichi abitanti della penisola dell’età del bronzo, o del ferro? La lingua? Forse un po’. Forse perché abitiamo sullo stesso luogo, modellato un po’ dal loro lavoro? La storia? Boh!
Certo che è sempre una grande impressione, per me, il Museo Archeologico di Ancona, rivisitato ancora una volta e di recente con la mia pazientissima moglie. Forse è rinato da qui il mio interesse. È identica, l’emozione che provo nel accarezzare dolcemente con gli occhi, passando di teca in teca, gli elmi villanoviani, le spade galliche e le corone a foglia d’oro, con quella che provai bambino quando per la prima volta vidi (e potei toccare, al mio paese) una statuetta fittile appena dissotterrata, un piccolo mamers in terracotta, mutilo, ma ancora scattante, pronto a combattere. Leggere Pallottino e la sua storia della prima Italia per me è stato un continuo riandare a quei ricordi. Ho letto il libro più con il cuore e l’emozione che con l’intelletto…
E per chiudere in bellezza, che non c’entra niente, ma per le mie emozioni sì, mi sono riletto l’elegia di PPP L’Appennino e, perdonatemi, se ne riporto un brano:
Umana la luna da queste pietre
raggelate trae un calore
di alte passioni… È, dietro
il loro silenzio, il morto ardore
traspirato dalla muta origine:
il marmo, a Lucca o Pisa, il tufo
a Orvieto…
Non vi accende
la luna che grigiore, dove azzurri
gli etruschi dormono…