Ogni sera Pietro si china sulla pancia di Sara per sapere se dentro c'è qualcosa che nasce, e ogni sera lei, toccandosi il ventre, aspetta di poter dare un nome al loro futuro insieme. Ma la speranza rimane un'attesa, e l'attesa spacca tutto come una crepa nel muro. Fino a quando ogni cosa si sfalda e sul tavolo della cucina resta soltanto un foglio, o meglio una bomba che si prepara a esplodere. «Telefonato tua madre, è morto Mario». E poco sotto una domanda scritta di fretta: «Mario?» Mario è il nonno di Pietro, ma più che un parente è lo scheletro nell'armadio di una famiglia e di un paese intero. Tornato folle dalla campagna di Russia, vissuto dentro una clinica eppure morto per tutti, per lui la guerra non è mai finita. Ora fa la sua comparsa morendo per davvero, come un fantasma molto terreno che ha lasciato troppe domande dietro di sé. L'estate si apre quel giorno con un duplice addio, spalancata come una casa vuota e piena di strade possibili. La prima è un viaggio a ritroso, con in tasca il peso di un segreto che Pietro e Sara si sono nascosti tanto a lungo da non poterlo dimenticare. La seconda è un viaggio sul Don, carico di tutte le storie che Mario non ha mai raccontato: un percorso lungo quasi settant'anni, alla ricerca vana di una Russia che non c'è più, come provare a tuffarsi nelle acque del 1943. Sono i ricordi degli altri che dentro di noi non trovano appiglio, come promesse tradite dal tempo. Con una scrittura tesa e tersa fino alla poesia, Andrea Bajani ci racconta la responsabilità e la difficoltà di ricordare. La memoria è una trama forata, i fili si slacciano e si disperdono nell'ordito di una realtà vissuta al presente. Ma è proprio lì, tra le omissioni e le mancanze, che forse si annida un senso. Lungo quelle strade deviate, dove si affacciano risposte impreviste a domande mal poste.
Scrittore e giornalista italiano. Autore di romanzi e racconti, ma anche di reportage, opere teatrali e traduzioni di opere dal francese e dall'inglese. Nel 2002 pubblica il suo primo romanzo, Morto un Papa. Nel 2008 vince il Premio Super Mondello, il Premio Recanati e il Premio Brancati con il romanzo Se consideri le colpe . Nel 2011 vince il Premio Bagutta con il romanzo Ogni promessa.
ALL'ALTRO CAPO DI UNA TELEFONATA LUNGA QUASI 70 ANNI
Celeberrima inquadratura da “Citizen Kane – Quarto potere”, il film scritto, diretto, prodotto e interpretato da Orson Welles, il suo debutto dietro la macchina da presa, sicuramente l’esordio più importante della storia, considerando che per anni questo film è stato messo al primo posto della Top 100.
Ho pensato ai film di Orson Welles, con quel bianco e nero che fa epoca e rimanda al passato: ma come inquadrava e tagliava la scena, come muoveva la cinepresa, come fotografava e illuminava, persino la recitazione degli attori, le scelte narrative – erano tutti elementi avanti di anni, forse di decenni. Così ho trovato questo Bajani, meravigliosamente antico, e moderno.
Che piacere questo suo io narrante che non urla, non straparla, non travalica, non eccede, non ha bisogno di 'sporcare' il dialogo per essere 'moderno': racconta pacato discreto educato – verrebbe da dire silente. Un io narrante che scopre le cose man mano, che non è onnisciente, che cresce e accompagna, che lascia spazio e non invade, che bisbiglia e accarezza. Le parole, quelle giuste, quelle che penetrano, quelle che si fanno ascoltare, quelle che parlano in tutte le lingue. Parole in grado di abbassare soffitti, sollevare pavimenti e gonfiare i muri.
Un io narrante silente.
Anche la vicenda più conosciuta, un amore che finisce perché non arriva un figlio, anche quella diventa nuova e vitale scritta da Bajani.
All'inizio del libro pensavo che il protagonista fosse Sara, la donna che lo lascia - poi invece ho pensato a Mario, il nonno - e dopo a Olmo, ma anche la Russia è centrale: e poi, tutti sembrano tendere verso la madre di Pietro, l'io narrante, che colma quasi tutta l'attenzione e collega ogni storia e ogni vita. Alla fine, invece, mi è sembrato che a legare tutto, a rendere ogni personaggio parte di un unico intreccio, ci fosse soprattutto tanto dolore, e un dominante vincente sentimento d'amore.
Biblioteca Nazionale di Francia.
Il senso dell'udito è fondamentale in questo libro: i suoni, i silenzi, i rumori e le pause, le incertezze, le parole dette e quelle pensate ritmano queste pagine.
E però, anche lo sguardo è molto sollecitato: non solo per le descrizioni di Bajani che accendono luci su particolari che sembravano insignificanti, così come l'occhio di bue illumina e isola l'artista al centro del palcoscenico lasciando il resto della scena nel buio; una fotografia è quasi la molla dell'intera azione, e le fotografie come i disegni dei bambini e quelli abborracciati dagli adulti ritornano spesso a racchiudere un'immagine, a contenerla, isolarla, metterla in evidenza al centro dell'azione. Nelle telefonate che Sara fa a Pietro approdato in Russia, i due temi si fondono: lei chiama ma non parla, lui ascolta il silenzio che arriva da migliaia di chilometri di distanza e guarda il display che s’illumina a incorniciare l'assenza di parole di Sara.
...con gli occhi le infilavo le mani negli occhi, ci rovistavo dentro, cercavo tra le sue cose quelle di Sara, le parole che ci aveva lasciato.
Non partire senza lasciare una / sporta di parole per chi resta. / Dire ‘questa è per la mattina / quest’altra invece per la sera’. / Lasciare una sporta a parte / per chi la notte nel buio si dispera.*
Un viaggio doloroso ma necessario quello di Pietro, che da un unico foglietto lasciato sul tavolo apprende di essere stato lasciato dalla moglie Sara e che il nonno Mario è morto. Due abbandoni caratterizzati da cose non dette, che nel caso di Sara hanno determinato la fine di un amore, e nel caso del nonno la mancanza di ricordi precisi, all’infuori di una figura alta e scheletrica, che la guerra in Russia aveva devastato e a cui “il tempo aveva sottratto la faccia”. Due assenze ingombranti, come lo sono i segreti mai rivelati, gravati dal peso delle parole sospese o da quello, doloroso, delle parole usate per non avvertire l’imbarazzo del silenzio.
“Io e Sara ci siamo seduti sull’argine cento metri più avanti, le gambe lasciate cadere, i piedi a pochi centimetri dall’acqua, quelli di Sara un poco più su. E stavamo lì senza sapere la lingua da usare, non riuscire più a parlare quella che ci eravamo inventati, trovarci tutto d’un colpo dentro l’italiano. Parlavamo con parole prese a noleggio e le usavamo così, per spostarci da un punto ad un altro. Ma eravamo pronti a restituirle a discorso finito, vederle tornare sugli scaffali come pattini vuoti”.
Le parole sono fondamentali per Pietro, evocano, descrivono, sono ponti tra le persone, aprono mondi. Pietro attraversa faticosamente il dolore, il proprio, quello della madre Giovanna e quello dell’amico Olmo, in un viaggio alla ricerca di parole che restituiscano alla memoria il nonno scomparso molto tempo prima della morte fisica. È un percorso lento, che si snoda lungo le pagine del romanzo, tra brandelli di ricordi da ricomporre e a cui dare un senso. Un cammino lento che lo porterà in Russia, a ripercorrere i luoghi della memoria di Olmo (e indirettamente sulle tracce di Mario), nella speranza che la steppa, il Don, la piazza di Rostov possano restituirgli le radici mancanti.
“Olmo mi ha chiesto dov’ero, gli ho risposto che finalmente ero a Rostov’, nel giardino di una casa di legno, un cane che mi dormiva di fianco. Lui è stato zitto qualche secondo, il tempo di vedermi comparire dentro il contorno di una delle sue foto. Così gli rispondevo in bianco e nero, da dentro gli anni della sua giovinezza”.
“Sono i ricordi degli altri che dentro di noi non trovano appiglio, come promesse tradite dal tempo”
E’ per far pace col dolore del presente che il protagonista insegue storie indietro nel tempo, per poter riannodare trame del tessuto della memoria, slabbrato dal passare degli anni e degli affanni. Per questo a volte sembra seguire strade tortuose.
Ma ritrovo la scrittura di Bajani nei minimi gesti della quotidianità, nello sguardo attento al mutare della emozioni attraverso un’ombra dello sguardo, un chinar del capo, “…una matita poggiata lì, sul tavolo, i segni dei suoi incisivi affondati nel legno”
Gli stessi gesti, le stesse attenzioni che conosco così bene, che mi appartengono: “Ogni lenzuolo era la stessa coreografia, quel gran ballo di coppia, distendere e piegare, poi distendere e piegare ancora, fino a unirsi, congiungendosi, e io che le lasciavo il lenzuolo e lei che se lo prendeva e lo metteva via”
Quanto volte l’ho fatto con mia madre, io bambina, e quante volte l’ho ripetuto questo ballo, da madre, con mia figlia.
Bajani mi intriga così, con quei gesti quotidiani che descrive tanto bene da sembrare che sia vissuto a casa mia per un po’. Mi sa che mi farò di lui una discreta indigestione.
Mancasse qualcosa. Ci fossero troppe parole. La densità soffocasse il lettore. Nella vita non ci fosse nient'altro che dolore. Bajani avesse fretta di confermare la sua promessa. Come se ci fossero troppe parole, parole, parole.Devo avere un problema con i protagonisti di nome Pietro. Questo Pietro mi ha fatto venire in mente il Pietro di Caos calmo, un Pietro che all'inizio avrei preso a schiaffi ma che alla fine mi stava anche simpatico. Questo Pietro invece all'inizio mi piaceva, poi il suo flusso di coscienza continuo mi ha schiacciata, soffocata, fatta andare in affanno, in iperventilazione per mancanza d'ossigeno. Come se, tutte quelle parole, mi avessero tenuto la testa sott'acqua senza permettermi di respirare. Ad un certo punto l'avrei preso per le spalle e l'avrei scosso con forza, gli avrei dato quattro schiaffi e detto Pietro svegliati, ma si può sapere cosa vai cercando? Non sono riuscita a trovare il centro di questo suo dolore, di questa sua assenza di felicità: la mancanza di un figlio? La morte del nonno? La guerra? O solo l'incapacità, e quindi l'assenza, di comunicare? Può essere una vita in cui è tutto dolore, in cui non c'è spazio nemmeno per un barlume, non dico di felicità, ma di serenità? Avevo apprezzato molto dello stesso Bajani Se consideri le colpe, proprio per quella sua scrittura pulita, non solo nella prosa ma anche nella costruzione della storia, una storia che pur narrando un grande tormento, anche qui di un'assenza, anche qui una ricerca in un paese dell'Est, aveva una sua luce ed una sua cristallinità indiscutibili, come le tante sfaccettature di un diamante purissimo che non finisce mai di brillare. In Ogni promessa invece ho trovato un'involuzione, una ricerca continua della parola, un'artificiosa messa in prosa di similitudini e metafore, la necessità, forse, di fare di più, la volontà di andare oltre e superarsi, ponendosi un limite troppo ambizioso. Bajani sa scrivere, su questo non ci sono dubbi, non sono io a doverlo confermare, ed è questa la motivazione con la quale cerco di giustificare l'assenza di una mia valutazione in stellette: perché è ben scritto, nonostante questa scrittura a me non sia piaciuta, e perché se raccontata ad un amico, a voce anziché attraverso le pagine del romanzo, questa è una storia bellissima. Provo a chiedermi, perché lo stesso stile che tanto avevo amato in Se consideri le colpe qui ha finito per infastidirmi? Forse, mi rispondo, perché quello che era il dolore di Lorenzo non può essere lo stesso dolore di Pietro, e allora, scoprire dietro alle pagine che leggevo la mano di Andrea Bajani, mi ha fatto riconoscere il mestiere, l'espediente, la finzione. Come se, alla fine, mi fossi ritrovata tra le mani un diamante della cui autenticità non sono più tanto sicura.
Di Andrea Bajani, scrittore giovane, sostenuto 'nientepopodimenoche' da Tabucchi, avevo letto “Se consideri le colpe”: quattro stelle. “Romanzo intenso, permeato di sofferenza e tristezza, rese digeribili da una scrittura sobria e leggera”, scrivevo a commento. Ma qui, in "Ogni promessa", sofferenza e tristezza sono decisamente esorbitanti: eventi penosi e ineluttabili si susseguono, raccontati al passato - e dunque finiti, senza più speranza alcuna - in un lungo monologo che si abbatte sul lettore soffocandolo pagina dopo pagina. Una sensazione spiacevole che peraltro, chiuso il libro, passa in fretta: resta la delusione, per uno scrittore giovane che, a proposito di 'promessa', non mantiene la sua.
a me piace molto l'uso che bajani fa dell'italiano, così pieno d'immagini. poi c'è questa storia di parallelismi - i soldati in russia, gli impiccati. ho sentito le mie sinapsi che si scaldavano ed è stato bello.
L'ho letto all'università come parte di un corso di letteratura italiana. Ricordo che mi piacque molto, e soprattutto notai il ricorrere di riferimenti ai cinque sensi umani durante la storia, cosa molto curiosa a mio avviso.
Der Roman spielt zunächst in Italien, dann in Russland. Es geht vor allem um Vergangenheitsbewältigung, Verzeihen und zwischenmenschliche Beziehungen. Die Sprache ist an mancher Stelle sehr poetisch und schön. Die Kapitel jedoch sehr kurz. Leider konnte mich der Roman nicht richtig überzeugen. Ich konnte die Frau des Protagonisten nichts leiden und auch der Protagonist an sich blieb blass. Ich habe nicht mitgefühlt und dass ist schade.
Andrea Bajani ritorna con un romanzo, dopo l'esperimento poco riuscito di "Domani niente scuola". Buona cosa, ne siamo sicuri, e ci tuffiamo in questo libro in cui si respirano a tratti i fasti di "Se consideri le colpe". Anche troppo però. Difatti anche qui c'è un lutto familiare, a cui fa seguito un viaggio nell'Est Europa. E un susseguirsi di ricordi, storie raccontate, foto, frammenti,tutto un cercare di far propria una storia che non lo è. E di cui, alla fine, resta ben poco.
La memoria � una trama forata, si legge nel risvolto di copertina, pi� che forata a me qui sembra farraginosa, ci sono tante idee ma appena abbozzate. Forse vuole rendere la caoticit� dei ricordi alla rinfusa, ma � pur sempre un racconto, anche se in forma di monologo. La scrittura � bella e avvolgente ma secondo me un po'leziosa, quasi un esercizio di maniera.
Andrea Bajani schrijft in een directe stijl. Hij weet met weinig woorden veel te vertellen, over de verschrikkingen van de oorlog en de gevolgen ervan voor de generaties die daar op volgen en over relaties van mensen in het algemeen.