Il 2 agosto 216 a.C. è la data più funesta nella storia della Roma repubblicana. L'esercito romano, guidato dai due consoli Lucio Emilio Paolo e Gaio Terenzio Varrone, si scontrò con quello cartaginese, comandato da Annibale, nella sanguinosa battaglia di Canne, uno dei fatti d'armi più famosi nella storia. Fu una catastrofe militare senza precedenti, le cui dimensioni, dopo ventidue secoli, non finiscono di stupire e sgomentare: secondo molti storia, il numero delle vittime fu pari a quello provocato dalle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki, ma alcuni studiosi sostengono che fu molto più alto. Eppure a Canne non c'erano armi da fuoco, nessun grosso calibro di artiglieria e, naturalmente, non c'erano gli aerei. Si combattè con dardi, pietre e giavellotti, armi bianche e primitive, zoccoli di cavalli, calci e morsi. L'esercito di Annibale riuscì a neutralizzare e ad annientare la potente macchina militare romana, dando ai suoi avversari uno scacco matto in tre mosse: sgominando la cavalleria, facendo flettere al centro le proprie fanterie, accerchiando il nemico. Quella di Canne è la battaglia più studiata dai generali e dagli esperti di storia militare perché rappresenta lo scontro campale per eccellenza, l'apoteosi della scaltrezza e della duttilità di manovra di un esercito in guerra e il suo fascino grandioso e sinistro continua ancora oggi a suscitare interesse nei lettori.
2 agosto 216 a.C. La battaglia che passo' alla storia come la battaglia per eccellenza. Roma accetta la sfida lanciata dall'invasore Annibale e scende in campo aperto nella piana di Canne in Puglia. Ne sortisce una sconfitta per Roma che rischia di cambiare il corso della storia occidentale. Nell'Urbe si torna addirittura alla pratica arcaica e crudele dei sacrifici umani pur di placare gli dei avversi e ingraziarsi il fato, per scongiurare il tracollo definitivo. Ma c'e' stato davvero questo rischio? E soprattutto, Annibale aveva davvero intenzione di conquistare e annientare Roma? Questo bel saggio ha il pregio, oltre alla descrizione accurata dell'ambito strettamente bellico, di delineare il quadro complesso dei rapporti romano-cartaginesi a cavallo delle tre guerre che videro opposte la colonia fenicia e la nascente potenza mediterranea. Quello che a prima vista poteva sembrare uno scontro tra civilta' (ricorda qualcosa?) fu in realta' una lotta per il predominio economico nell'area, prima ancora che sul piano culturale e sociale. Le fazioni cittadine piu' in vista di entrambe le parti avevano rapporti e contatti costanti, piu' o meno palesi, prima e durante i conflitti. Fino alla definitiva caduta di Cartagine, le varie famiglie oligarchiche di entrambe le sponde mediterranee tessevano le proprie trame in barba alla presunta incompatibilita' dei due popoli. Il prevalere a Roma della fazione bellicista portera' ad accelerare il corso degli eventi fino all'esito esiziale per Cartagine. Alla fine insomma, questa battaglia persa rovinosamente (decine di migliaia di morti in un solo giorno, anzi in poche ore), dara' paradossalmente a Roma la piena consapevolezza della propria potenza di nazione inperialista rampante, rispetto alla ormai istituzionalmente vecchia citta-stato Cartagine. Uniche note di demerito per il libro, la prosa involuta, non propriamente scorrevole e la scelta sciagurata di non inserire il benche' minimo supporto iconografico.