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Lettera al padre e Preparativi di nozze in campagna

Nella letteratura del Novecento, queste pagine sono una carica di esplosivo. Ma come innocente e mite, come atterrito del proprio gesto, il dinamitardo che la lancia. Scritta nel novembre 1919, Kafka affidò questa Lettera alla madre, che gliela restituì senza averla mostrata al destinatario. Essa ci mostra, in tutta la sua tremenda aggressività, il diritto paterno di amare senza capire e di credere nell’efficacia di un simile amore: a cui il figlio oppone il diritto di smascherare l’aggressione. Ma «la vita non si può calcolare»: questa piccola frase insinua di scorcio una di quelle parole di Kafka che, per un attimo, appaiono la sua ultima parola. In questo limpido e inesauribile capolavoro è forse la chiave del loro messaggio.

160 pages, Paperback

First published January 1, 1952

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About the author

Franz Kafka

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Franz Kafka was a German-speaking writer from Prague whose work became one of the foundations of modern literature, even though he published only a small part of his writing during his lifetime. Born into a middle-class Jewish family in Prague, then part of the Austro-Hungarian Empire, Kafka grew up amid German, Czech, and Jewish cultural influences that shaped his sense of displacement and linguistic precision. His difficult relationship with his authoritarian father left a lasting mark, fostering feelings of guilt, anxiety, and inadequacy that became central themes in his fiction and personal writings.
Kafka studied law at the German University in Prague, earning a doctorate in 1906. He chose law for practical reasons rather than personal inclination, a compromise that troubled him throughout his life. After university, he worked for several insurance institutions, most notably the Workers Accident Insurance Institute for the Kingdom of Bohemia. His duties included assessing industrial accidents and drafting legal reports, work he carried out competently and responsibly. Nevertheless, Kafka regarded his professional life as an obstacle to his true vocation, and most of his writing was done at night or during periods of illness and leave. Kafka began publishing short prose pieces in his early adulthood, later collected in volumes such as Contemplation and A Country Doctor. These works attracted little attention at the time but already displayed the hallmarks of his mature style, including precise language, emotional restraint, and the application of calm logic to deeply unsettling situations. His major novels The Trial, The Castle, and Amerika were left unfinished and unpublished during his lifetime. They depict protagonists trapped within opaque systems of authority, facing accusations, rules, or hierarchies that remain unexplained and unreachable. Themes of alienation, guilt, bureaucracy, law, and punishment run throughout Kafka’s work. His characters often respond to absurd or terrifying circumstances with obedience or resignation, reflecting his own conflicted relationship with authority and obligation. Kafka’s prose avoids overt symbolism, yet his narratives function as powerful metaphors through structure, repetition, and tone. Ordinary environments gradually become nightmarish without losing their internal coherence. Kafka’s personal life was marked by emotional conflict, chronic self-doubt, and recurring illness. He formed intense but troubled romantic relationships, including engagements that he repeatedly broke off, fearing that marriage would interfere with his writing. His extensive correspondence and diaries reveal a relentless self-critic, deeply concerned with morality, spirituality, and the demands of artistic integrity. In his later years, Kafka’s health deteriorated due to tuberculosis, forcing him to withdraw from work and spend long periods in sanatoriums. Despite his illness, he continued writing when possible. He died young, leaving behind a large body of unpublished manuscripts. Before his death, he instructed his close friend Max Brod to destroy all of his remaining work. Brod ignored this request and instead edited and published Kafka’s novels, stories, and diaries, ensuring his posthumous reputation.
The publication of Kafka’s work after his death established him as one of the most influential writers of the twentieth century. The term Kafkaesque entered common usage to describe situations marked by oppressive bureaucracy, absurd logic, and existential anxiety. His writing has been interpreted through existential, religious, psychological, and political perspectives, though Kafka himself resisted definitive meanings. His enduring power lies in his ability to articulate modern anxiety with clarity and restraint.

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Profile Image for Orsodimondo.
2,544 reviews2,577 followers
July 10, 2012
J’ACCUSE


La tomba di Kafka nel nuovo cimitero ebraico di Praga.

Dalla tua poltrona dominavi il mondo. Solo il tuo punto di vista era giusto.

Kafka scrisse questa lunga lettera, circa quarantacinque pagine, che aveva trentasei anni ed era già malato di tubercolosi (morì cinque anni dopo).
Il padre ovviamente non la lesse mai, non l’ha mai ricevuta, non fu mai recapitata.
E anche il lettore dovette aspettare il 1952 perché questa, come la maggior parte delle opere, inclusi i romanzi che l’hanno reso celebre, furono pubblicate postume.


Il vecchio cimitero ebraico di Praga.

La distanza di sicurezza della scrittura consente a Kafka quel coraggio e onestà che di persona il padre mai gli permise di esprimere.
Quella scrittura che Franz inseguì contro il volere del padre, per ritagliarsi una zona franca dal vincolo filiale: la scrittura che gli concesse di costruirsi un’identità che all’ombra del padre era più che minacciata, letteralmente minata.

Hermann Kafka era tutto quello che il piccolo Franz non era: forte, vigoroso, sano, sicuro, deciso.
Il figlio Franz invece era, e fortemente si sentiva, debole, fragile, timido, insicuro:
Come padre sei stato troppo forte per me.
Il piccolo cresce in un costante straziante senso di inferiorità.
In un rapporto combattuto con l’autorità paterna, e con lo stesso concetto d’autorità, vuoi statale vuoi della Legge: basta vedere quelle meraviglie intitolate Il castello, La metamorfosi, ma anche Il processo, e diversi racconti (La condanna, Un incrocio…)


In “La metamorfosi” la famiglia, padre in testa, non apprezza la trasformazione di Gregor.

La delusione dell’adulto (che sopravvisse al figlio sette anni) cresceva e non veniva celata, assumeva toni di disprezzo:
Avrei avuto bisogno di qualche incoraggiamento, di un po’ di gentilezza.
Herman voleva un figlio a sua immagine e somiglianza e non si è mai accontentato della copia sbiadita che Franz ha rappresentato. Per tutta la vita è rimasto un padre inamovibile, distante, perfino tirannico (sintomatica l’inistenza di voler insegnare a nuotare al piccolo Franz che invece aveva proprio paura dell’acqua).



Una sera il piccolo Franz chiedeva con insistenza e un certo capriccio, l’adulto Franz lo riconosce, chiedeva un bicchiere d’acqua (richiesta evidentemente esagerata): fu punito lasciandolo tutta la notte al freddo sul balcone. Punizione esagerata, l’adulto Franz riconosce anche questo.
Sicuramente Hermann avrebbe dissentito.

Un rapporto doloroso, sofferto, lacerato, neppure qui pienamente elaborato: il figlio continua a sentirsi in colpa nonostante le numerose accuse che rivolge al padre – continua a paragonarsi a un parassita (e Gregor Samsa docet), a sentirsi inadeguato e angosciato.
Edipo avrebbe fatto festa per questa lettera. E Freud avrebbe sicuramente approvato: la psicanalisi dilaga.

Profile Image for arcobaleno.
658 reviews167 followers
October 2, 2012
Visto e acquistato ad una bancarella dell’usato: il primo titolo aveva attirato la mia attenzione e convinto. Assaggiato nell’asprezza di insieme alla prima lettura, centellinato con partecipazione alla seconda.
Si tratta di una lettera di ‘accusa’ al padre; una lettera vera,lucida e spietata, consegnata alla madre che, probabilmente lèttone il contenuto, mai passò al destinatario. (Inconsciamente la mamma faceva la parte, tormentosa e logorante, del battitore in una partita di caccia, […]nella sua posizione intermedia tra Te e noi [figli]). Scritta nel 1919, ma pubblicata postuma, più di trent’anni dopo.
Accusando e difendendo alternativamente il padre e se stesso, Kafka ripercorre ogni ambito della propria vita, ogni momento essenziale, in relazione alla influenza paterna e alla propria indole docile e remissiva.
Si rivolge al “tiranno” che aveva dominato e oppresso ogni suo pensiero, e costretto ogni sua scelta. Situazione enfatizzata dall’uso della maiuscola nei pronomi personali e negli aggettivi possessivi a lui rivolti. La Tua opinione era giusta, ogni altra era assurda, stravagante, pazza, anormale. La Tua sicurezza era così grande che potevi anche essere incoerente e tuttavia non cessavi di avere ragione; […] Tu per la tua indole contraddittoria, infliggevi sempre e per principio al bambino delusioni, umiliazioni, generando sensazioni continue di colpa.
Al padre imputa dunque il proprio carattere schivo, insicuro, l’atteggiamento distratto, immusonito. (L’impossibilità di tranquilli scambi di idee ebbe un’altra conseguenza[…]: io disimparai a parlare ).
Da qui la ricerca di una liberazione attraverso la fuga nel matrimonio o l’evasione interiore nella scrittura.
Una lettura forte, che colpisce in ogni sua piega. Da cinque stelle.

Ma la valutazione finale tiene conto anche dei due manoscritti contenuti nella mia edizione, Preparativi di nozze in campagna: tentativi di una stessa storia, abbozzi forse di un incipit, scritti nel 1907, ma pubblicati postumi. Senza una costruzione organica, questi appaiono, dunque, come “appiccicati”. Se ne apprezzano, tuttavia, alcune descrizioni efficaci dai colori nebbiosi e umidi; si respirano atmosfere piovose di vie cittadine; si percepiscono rumori in sottofondo; come quadretti a sé stanti.

L’acqua piovana scorreva già in fondo alla strada in rigagnoli che andavano a perdersi nei canali di scolo situati più in basso. […]La gente camminava con le teste un po’ chine, sulle quali alzava mollemente gli ombrelli scuri. […]Sul terreno bagnato i riflessi del ferro si intrecciavano e scivolavano di pietra in pietra. […]In fondo a una piazza vicina un orologio suonò le cinque meno un quarto, egli vedeva da sotto l’ombrello i passi brevi e leggeri di chi gli veniva incontro. […]Poi si vide una signora slanciata, il viso della quale aveva un leggero tremito, simile al tremolio delle stelle, con un cappello piatto […]; senza volerlo, come per una legge, ella appariva estranea a tutti i passanti.

Sembra di immergersi nelle atmosfere nordiche di Paul Gustave Fischer, Vesterbrogade (1917)

Vesterbrogade”/><br /> <br />
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