Daniele Del Giudice è stato uno scrittore e giornalista italiano. Dopo un periodo come critico e giornalista per Paese Sera, Del Giudice ha esordito nel 1983 con il romanzo Lo stadio di Wimbledon, scoperto da Italo Calvino, edito, come i successivi, da Einaudi, ed incentrato sulla figura di Bobi Bazlen. Il suo secondo libro è stato Atlante occidentale (1985), che racconta il rapporto tra il fisico Pietro Brahe e lo scrittore Ira Epstein. Nel 1988, Del Giudice ha pubblicato Nel museo di Reims, storia di Barnaba e del suo volersi fissare nella memoria le immagini di un museo, prima di diventare cieco. Nel 1994 esce Staccando l'ombra da terra, libro che contiene sei racconti dedicati al volo, che vinse il Premio Bagutta. A decorrere dal 6 giugno 2014, gli è stato attribuito un assegno straordinario vitalizio in base alla Legge Bacchelli. Negli ultimi anni l’Alzheimer pian piano gli ha tolto l’intelletto, le parole. Ma le parole che ha lasciato continuano a rischiarare la sua vita rigorosa, anche dolorosa.
Racconti notevoli, tendenzialmente inquietanti. Oltre a L'orecchio assoluto e Fuga, aggiungerei Il museo di Reims e 'Dov'è adesso'. Nell'introduzione di Tiziano Scarpa una riga è particolarmente condivisibile: "Quanto più si è oggettivi tanto più si è malinconici. È questa la mania di Del Giudice". Egli inventa personaggi che potenzialmente tendono alla deriva. Vi sono personaggi che studiano la polvere, le architetture delle tombe, lo spazio, la musica, fortezze abbandonate, come in Sebald. Nel racconto che si intitola 'Com'è adesso' uno strano tipo vuole proporre a un imprenditore televisivo una nuova trasmissione. Ma secondo lei le persone non vorrebbero sapere com'è adesso un loro caro? Cioè, non dov'è, ma com'è adesso? L'imprenditore un po' sbigottito risponde, ma che significa?! un mio caro, morto, è dentro la tomba. E l'altro. Se fosse diventato una pianta o una nuvola, mettiamo che non sia diventato niente e giaccia nella sua tomba lei non vorrebbe sapere che espressione ha? Al che Il tipo della TV: "Lei non ha bisogno di convincermi. Lei deve imparare a non parlare per convincere, la gente se ne accorge subito, la gente ormai dialoga immediatamente con le intenzioni dell'altro. Io per esempio ho capito perfettamente cosa lei vuole da me, e mi va benissimo". Ha capito che il progetto è folle, ma che può farci i soldi proprio per questo. La citazione iniziale di Mania rimanda a Foscolo: "Notate che la mania deriva dal troppo sentire". I personaggi di Del Giudice sono ragionatori troppo spinti, tendono a fissarsi sull'infinitamente piccolo o grande, sulla polvere, su un particolare di un quadro. C'è una pagina in cui un uomo dice a un altro che gli acari sono milioni e dormono con noi, manteniamo linde le nostre stanze ma loro esistono lo stesso, è che semplicemente non li vediamo e stiamo benissimo così. Fin qui niente di suggestionante, ma Del Giudice va avanti con la sua mania e scrive: i granelli che si vedono quando un proiettore del cinema illumina l'aria sono pulviscolo? O i granelli in un raggio di luce che ci entra in casa dalla finestra, cosa sono? Si pensa sia polvere. Invece no mio caro, sono escrementi degli acari, perché gli acari si nutrono di squame della nostra pelle morta, pezzettini di pelle che normalmente perdiamo e loro li mangiano tra le nostre coperte e li liberano nell'aria. Quindi nell'aria, caro signore, tra i granelli, ci siamo anche noi.
Ho letto in sequenza i primi tre libri di Del Giudice, pubblicati tra il 1983 e il 1988. Questa raccolta di racconti mi porta al 1997 e mi fa capire meglio che cosa ho tanto apprezzato del Del Giudice della metà degli anni '80 e che cosa non mi piace di quello di un decennio dopo. Accomunati dalla parola mania, evocata esplicitamente o implicitamente nei testi, questi racconti - in particolare i primi quattro - aderiscono al genere del "thriller" e raccontano di violenza e morte. La scrittura suona "contemporanea", nel senso dei narratori più pop incontrati negli stessi anni, il che fa perdere l'aura di "classico" che subito ho attribuito a Del Giudice e lo mescola ad altri autori. Per esempio, Evil Live parla dell'internet - e di storie di violenza tramite esso veicolate - come avrebbe potuto farlo, per esempio (e senza valutazione negativa) un Genna. Della differenza mi accorgo soprattutto arrivando al quinto racconto, che è in realtà del 1984 e in cui ritrovo la scrittura e il respiro dei romanzi che ho amato. Ritrovo anche una forte dualità tra due protagonisti e, infine, un'enfasi sul racconto della tecnica/scienza che pure tanto avevo apprezzato in Atlante Occidentale, a ora il suo libro che ho amato di più.
Scrittura precisa. Ideale, avvolgente. Senza fronzoli. Scrittura che cova dentro. Rilasciando, nel tempo, fremiti di bellezza. E non solo. «C’è sempre una strada apparentemente inutile per compiere comunque il percorso e arrivare cosí da qualche parte.» [p.75] «L’utopia è necessaria, per cosa lottare altrimenti, l’oggetto d’utopia è ricco, abbonda, contiene perfino il suo contrario, il suo fallimento, maggiore è la pas- sione e la precisione nell’elaborare l’oggetto tanto più il risultato contraddice e sbeffeggia l’intento.» [p.93] «Lei parla di un tempo che si poteva perdere, guadagnare, arrestare, un tempo che durava tutta una notte o tutta un’alba e finiva poco alla volta, con incerti e rovesci. Io invece debbo sforzarmi di sentire un secondo, forse meno ancora; dovrei poterlo prendere per i bordi e dilatarlo, e vedere e sentire e toc- care le migliaia di informazioni che ci sono dentro, le migliaia di decisioni, le migliaia di scelte definitive, e irreversibili, tra cui anche la mia morte, che certa- mente non durerebbe di più. La mia fortezza è grande un secondo, è ovunque nello spazio, senza più fuori e dentro, con un margine che posso immaginare solo per comodità, spostandolo sempre in un punto diverso. È un secondo con dentro milioni di particelle connesse e sconnesse, guidate, mirate; con dentro mosse e contromosse convenzionali fino a un livello di profondità ormai tutto calcolato, tutto immaginato. Certe volte penso che questo secondo enorme è così saturo di tutte le previsioni, di tutte le possibilità, che adesso ne cerchia- mo un altro, un livello più alto, uno spazio più alto, un tempo più veloce, per ricominciare a calcolare mosse e contromosse.» [p.116] «Come cometa sono un viaggiatore perenne, periodico, ad ogni periodo perdo qualcosa, ad ogni periodo orbitale mi assottiglio col sole, come cometa non sono niente, se non i nomi e le motivazioni che mi danno al passaggio, non ho volontà, non ho spiegazioni, non ho alcun fine, non ho memoria, ogni volta è una novità, come cometa, mentre mi osservano, me ne sto andando...» [p.133]
Ti perdi e ti ci ritrovi nei racconti di Del Giudice, nella sua scrittura poetica e nelle manie piú oscure e profonde, tra lo studioso della polvere e la scoperta di una fortezza quasi magica fino al cimitero settecentesco napoletano, racconti che mixano tra loro fantasia e realtà, e la bellezza che prevale all’ultimo, raggiungendo il cosmo.
“La mia fortezza è grande un secondo, è ovunque nello spazio, senza piú un fuori e dentro. È un secondo con dentro milioni di particelle connesse e sconnesse, guidate, mirate, con dentro mosse e contromosse convenzionali. Certe volte penso che questo secondo è cosi saturo di tutte le previsioni che adesso ne cerchiamo un altro, un livello più alto, uno spazio più alto, un tempo più veloce, per ricominciare a calcolare mosse e contromosse. Vorrei che tutto questo non esistesse, peró ho imparato a vivere così, e anche a morire così senza che nulla accada. Certe volte penso che stiamo uscendo da questo secondo, con il rischio di andare avanti, o di tornare indietro.”
A me i racconti volano addosso e poi svaniscono in sensazioni a breve termine. Invece qui dentro ho trovato storie, descrizioni, che ancora mi porto addosso e mi impressionano secondo uno strano effetto memoria...