Willi Unsoeld (1926 -1979), laureato in filosofia a Berkley, è stato un docente di filosofia all’Evergreen State College, un’università alternativa (figlia del suo tempo) in cui gli studenti raggiungevano il diploma tramite una docenza non tradizionale: erano loro a scegliere le tematiche e a spiegarle agli altri studenti. I docenti fungevano da coordinatori e Willi era il docente più acclamato se non addirittura il faro guida dell’ateneo ed il magnete d’attrazione. Padre di quattro figli (la seconda era la sua amatissima Nanda Devi, chiamata come la montagna), Willi era anche un grandissimo amante della montagna: non appena poteva (fine settimana o durante le vacanze dell’università) correva in montagna. Scalava per suo diletto, cercando di coinvolgere anche i figli ma anche come guida alpina (lo è stato sui Tetons per anni). Nella montagna, nelle scalate, Willi trovava quella carica che gli serviva per vivere meglio la sua vita che per altro conduceva in maniera indiscutibilmente “alternativa” in perfetta sintonia coi suoi tempi e passa alla storia dell’alpinismo, per la famosa ascesa all’Everest, raggiunto nel 1963, aprendo una nuova via, sul West Ridge, insieme a Tom Hornbein. Willi effettivamente non fa molto altro di altrettanto marcante in montagna, ma è “come” lo fa che l’ha reso un personaggio. Amante delle serate (ma anche delle “lezioni” tenute davanti agli studenti) in cui presentava le sue imprese tramite la proiezione di diapositive (era molto richiesto perché sapeva tenere banco con arte, riuscendo a mescolare bene il riso con la riflessione), Willi ad un certo punto si troverà a dover raccontare di una spedizione tragica, quella al Nanda Devi, in cui la sua adorata figlia trovò la morte giovanissima per un’infezione intestinale. La spedizione estremamente caotica, condotta sempre nello spirito dei tempi (senza quindi un vero e proprio leader, perché è il gruppo che deve decidere = eterne ed infinite discussioni per ogni minima decisione), vedrà paradossalmente tra i suoi protagonisti John Rosekelly, il noto alpinista americano che ha cercato di diventare il Messner degli Stati Uniti a cominciare dal carattere. Un mix notevole da cui comunque John riuscirà a districarsi e a raggiungere la cima.
Willi non si riprenderà mai più spiritualmente dalla morte di sua figlia e sebbene avesse cercato di continuare a portare avanti la sua vita come sempre (insegnando e facendo e tenendo conferenze sulle sue spedizioni, inclusa quella sul Nanda in cui ha sempre raccontato della morte di sua figlia), troverà egli stesso la sua morte (ovvero: se l’andò a cercare col lanternino, anche se non ufficialmente) nel giro di due anni sul Mount Rainer, quando stava accompagnando un gruppo di una quarantina di studenti, tanti anche alle prime armi in montagna, in autunno in condizioni meteo molto, molto serie e con un brutto tempo in arrivo. Lo stesso Chuinard (grandissimo alpinista) che avevano incrociato mentre salivano e lui scendeva, li aveva dissuasi dal continuare. Ma Willi non lo aveva ascoltato, non volle ascoltarlo. Fortunatamente (se è giusto esprimersi così) solo una delle studentesse e Willi vennero travolti da una valanga, il resto del gruppo riuscì miracolosamente a mettersi in salvo.
Willi però ha lasciato un’impronta molto forte per il suo modo di essere: una persona che era un misto tra Thoreau, John Muir, Waldo Emerson, un uomo cioè che voleva fare della Natura e del confronto dell’Uomo con essa, il suo modo di vivere perché riteneva che è solo quando si affrontano gli elementi della Natura che l’Uomo impara a conoscersi. Di tutte le manifestazioni della Natura, per Willi era la montagna quel luogo in cui, secondo lui, si imparava di più e luogo quindi che lui ricercava senza sosta. Era un figlio del suo tempo e il contatto con la Natura veniva vissuto in una maniera molto hippy: non è corretto definire Willi un figlio dei fiori, ma l’essenza dell’approccio era indubbiamente comune. Quando il movimento o la filosofia hippy cominciò a declinare, anche Willi prese quella direzione: i suoi corsi cominciarono ad essere sempre meno frequentati e le iscrizioni all’Evergreen, che avvenivano perché lui era un grande faro, presero a diminuire in maniera sostanziale a tal punto che l’università prese a rivedere il suo Pof (piano di offerta formativa).
Tutto questa introduzione per giungere comunque alla conclusione che questo libro non mi è affatto arrivato. Riprenderlo, quando dovevo metterlo giù, era più un dovere. Scritto come un temino di uno scolaretto delle medie, con un periodare paratattico e una scelta di vocabolario semplice priva di sfumature. Non vibra e di conseguenza non fa vibrare il lettore anche se effettivamente si impegna a restituirci un’immagine di Willi abbastanza completa: l’autore parte da un ricordo personale molto forte , di quando cioè aveva incontrato Willi coi Peace Corps, quando vi aveva partecipato in qualità di volontario proprio quando Usoeld aveva ottenuto il mandato di presidente (incarico che ottenne in seguito al successo sull’Everest ma che condusse alla sua maniera alternativa e che pertanto passò alla storia come una delle gestioni peggiori dei Peace Corps) e ne rimase subito folgorato. Col tempo però e soprattutto con le indagini per il suo libro, Leamer ha colto anche tutti i limiti di questa persona, fondamentalmente molto assetata di felicità, quasi drogata di endorfine e che le ricercava in montagna perché solo lì trovava quello che lo placava; un uomo che promulgava la pace tra le persone ma che aveva una famiglia difficile (aveva specialmente un rapporto tesissimo col primo figlio); un funzionario che disprezzava la burocrazia ma che nel non applicarsi ha fatto gran danno, come quando era presidente dei Peace Corps in Nepal - nel senso che non è riuscito a compiere bene la sua missione di aiuto per la gente del posto perché appunto non riempiva i formulari di richieste di materiali (cibo, medicine, oggetti) per gli indigeni che si appoggiavano a loro.
Qual è la conclusione di Leamer su Willi? Un uomo che si metteva il più possibile su un palcoscenico, assetato di consenso e di emozioni che gli venivano dalla folla, che ha manipolato una famiglia (o ha cercato di farlo) per questo suo scopo, un uomo che “andava in scena” serata dopo serata, slide dopo slide (anche quando avevano amici a casa), nell’eterna ripetizione di sé? Cosa resta nella storia dell’alpinismo americano di oggi di Willi Unsoeld a parte la sua epica traversata? Chi sa ancora di chi è stato Willi Unsoeld? Di cosa parlava esattamente Willi, quando “trasmetteva il suo entusiasmo” alla gente? Non ci è dato. Probabilmente perché anche Leamer si è reso conto dei lati bui di Willi ma volendogli un gran bene, non ha avuto il coraggio di prendere posizione. È comprensibile, ma questo libro non mi è piaciuto molto e soprattutto Willi Unsoeld, alla fin fine, non mi ha affatto convinta.