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Trilogia di Thomas #3

Il ponte. Un crollo

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Un uomo ha lasciato per sempre la sua famiglia e l'Italia. A distanza di anni, la notizia della morte del suo fratello di sangue lo induce a tornare. Nel corso del viaggio mentale, che precede quello fisico, il protagonista, costretto a vagare a ritroso tra le macerie della sua vita, finirà per imbattersi in una verità pericolosa. Raccontando la storia di Thomas, un uomo deciso a fare i conti definitivamente con il passato e col peso della colpa, Trevisan crea un personaggio che nella sua ambigua nostalgia delle radici distrutte dà voce al senso di spaesamento di tutti noi.

156 pages, Paperback

First published January 1, 2007

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About the author

Vitaliano Trevisan

21 books45 followers
Vitaliano Trevisan (1960–2022) è stato uno scrittore, attore, drammaturgo, regista teatrale, librettista, sceneggiatore e saggista italiano. Dopo una giovinezza trascorsa come impiegato nel settore edilizio e dell'arredamento, si dedica a lavori più manuali fino ad approdare alla letteratura. Dopo alcune prove letterarie di buona levatura, raggiunge il successo nazionale e la notorietà nel 2002 con il romanzo I quindicimila passi, apprezzato dalla critica, che racchiude i pensieri di un uomo, Thomas, dalle mille fobie e dai meccanici comportamenti ossessivo-compulsivi. È morto suicida il 7 gennaio 2022 nella sua casa di Crespadoro all'età di 61 anni.

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Displaying 1 - 21 of 21 reviews
Profile Image for Orsodimondo.
2,465 reviews2,439 followers
August 29, 2025
ESSERE O NON ESSERE



Centocinquanta paginette pressoché senza dialogo, spazi, accapo, che ho letto come se fossero una boccata di aria fresca e pura.

Raccontare in prima persona, o raccontare, sempre in prima persona, una seconda persona?
La seconda persona di cui l’io-narrante Vitaliano Trevisan, alias Thomas, racconta è suo cugino Pinocchio, soprannome più usato dell’altro, Modesto. Il racconto parte dal momento in cui l’io-narrante apprende sul benedetto giornale di Vicenza – lo stesso che compare più e più volte nel capolavoro Works - della morte del cugino Pinocchio che si è schiantato contro un muro con una Ferrari Testarossa, proprio lui, asso del volante e del manubrio, pilota favoloso.
E quindi il racconto inizia quando è già finito, quando il coprotagonista è già defunto.



E fin dal principio Trevisan mi ha mostrato un paesaggio che, dopo le settecento pagine di Works, ho imparato a riconoscere, dove mi sento a mio agio, mi sento a casa. Una terra cruda, ordinatamente caotica, dove tutto suona controllato, senza metafore e senza similitudini, mai didascalico e neppure narrativo, che è la sintesi del suo obiettivo letterario.
Un monologo che lui probabilmente non chiamerebbe flusso di coscienza, ma che comunque lo ricorda tanto.
Dove i suoi spigoli, le sue ossessioni, la sua malattia oscura, incombente, dolente, minacciosa, dove il suo sguardo, uno sguardo glaciale ironico e tagliente, quei suoi occhi chiarissimi che in vita tanti problemi gli hanno causato, quel senso di pericolo che esprimevano pur non volendo, trovano tutto e tutti voce in una lingua misurata, asciutta, lucida, quasi dolce cantilena, con ritmo tutto suo, una lingua affatto personale ed esclusiva (almeno nel panorama nazionale).
Un paesaggio dove l’io-narrante – che non racconta né storia né storie – è costantemente sul ciglio del precipizio e del crollo – sostantivo che ritorna qui nel sottotitolo – disturbato e disturbante, distorto e acuto, poggiando su premesse che man mano enuncia e sulle quali erige l’architettura del suo pensiero, e, secondo me, pur non volendo, del suo sentire, e pulsare, mentre il suo ragionare sembra che non riesca a fare a meno di mettere a punto negando quello che ha appena detto, come se questo non fosse mai abbastanza giusto o abbastanza centrato.



Anche qui ritorna la morte, presenza costante, compagna di strada, rifugio e soluzione, muoiono le persone che chi scrive ha conosciuto, e potrebbe morire lui stesso. Se non avesse superato l’età giusta. Anche se poi i fatti dicono che pur considerandosi troppo vecchio per farlo più, chi scrive a 61 anni la morte ha incontrato, oltre una generosa manciata di pillole.
Non ho mai chiesto di venire al mondo, ripete qui e là chi scrive, ed è semplice capire come e perché lo pensa e lo dice.

Anche qui Trevisan scrive in prima persona, creando con il lettore un patto di realtà che rende sguscianti e indefiniti i confini tra scrittura autobiografica e di finzione: sono storie vere, a cui da lettore sono portato a credere, ma sono anche inventate e davvero non so dove finiscano l’una e l’altra, la realtà e l’invenzione. Dove ci sia Thomas e dove invece Vitaliano Trevisan.

Profile Image for Marcello S.
647 reviews291 followers
October 23, 2022
Ho sempre pensato al suicidio, ma non mi sono mai suicidato, perché non ho mai trovato la forza di farlo, la verità è questa.

E poi evidentemente il coraggio è arrivato.
Terzo romanzo, uscito del 2007, sulla scia lunga del dittico bomba I quindicimila passi / Un mondo meraviglioso e dieci anni prima del monumentale Works.
Bernhard (ovviamente) e Pasolini citati più volte. Derivativo, certo, ma anche a copiare ci vuole classe.
Sottolineature ovunque. Alla fine solo macerie.

[80/100]


© Meglio avere l’accendino e non avere le cicche, male che vada ci si può sempre dare fuoco.
© Tornavo a casa dopo la consueta passeggiata. Ero addirittura di buon umore.
© A un certo punto c’è stato un crollo, scrive Pasolini, spiegavo a Hennetmair, un crollo totale del passato nel presente, cosa che naturalmente ha fatto sì che anche il presente crollasse.
© Le madri italiane, avevo detto una volta a Hennetmair, sono maestre nel coltivare e gestire il senso di colpa che loro stesse instillano nei figli.
© Il tempo che il notaio metta a posto le cose, e poi via, subito, senza por tempo in mezzo. Dedicarmi totalmente ai miei studi, di qualsiasi cosa si tratti.
© Il fatto che abbia sicuramente infilato mio padre in un Bernhard, e più precisamente nell’Origine, oppure nella Cantina, e poi, otto anni più tardi, abbia infilato mia madre nella biografia di Beckett, o nello Straniero di Camus, non ha niente a che fare col contenuto di quei libri, non ha niente a che fare con gli scrittori che li hanno scritti, o col rapporto di detti scrittori con le rispettive madri, che comunque, almeno nel caso di Beckett e di Bernhard, era stato un rapporto spaventoso, e soprattutto non ha niente a che fare col rapporto spaventoso che ho sempre avuto con mia madre, e in definitiva non ha niente a che fare con niente e con nessuno.
© Del resto, penso, questo pensare sempre e di continuo, specialmente al passato, è un sintomo tipico della mia malattia, qualcosa di cui, ne sono certo, non riuscirò mai a liberarmi.
© In fondo, pensai, è esattamente quello che faccio anch’io. Cercare di dare un senso al mio proprio frammento di presente in quanto presente in cui il passato non smette di crollare. Non ho scelta, pensavo, nessuno lo farà per me.
© Se c’è una cosa che funziona negli ospedali italiani, è il servizio funebre.
© Sulle spalle di Pasolini c’è sempre la madre di Pasolini, dissi, è sempre così che me lo immagino: seduto alla scrivania con sua madre appollaiata sulle spalle. Il rapporto di Pasolini con la madre, dissi, il rapporto di uno scrittore con la propria madre: è lì che è racchiuso tutto.
© Ci si sposa e si fanno dei figli per mettersi a posto con la coscienza, e, una volta sposati e una volta fatti dei figli, ci si sente effettivamente a posto con la coscienza, come mio padre non mancava mai di ribadirmi.
© Non mi faccio illusioni, tutto verrà frainteso, come sempre, tutto comunque frainteso.
© Non sono stato pensato per le superfici, ecco tutto. Nessun contatto è facile, per un essere così, e i miei occhi non sopportano più la prospettiva.
Profile Image for Leonardo Di Giorgio.
139 reviews294 followers
January 26, 2023
Impetuoso flusso di parole/pensieri vomitati da un aspirante suicida, uno che non può fare a meno di ricorrere alla morte (perché si rifugia solo nei pensieri dei morti, e i vivi li uccide continuamente), un coltivatore solitario di quella parole che sente così pesanti, uno che si sente soffocato da tutte le trappole contro cui urla sussurrando all'interno di questo monologo impetuoso, di questo flusso di parole/pensieri vomitati da un aspirante suicida...

Un libro che ho trovato potentissimo, un autore che si schiera, ci mette la faccia, le palle, se ne sbatte, ma si analizza continuamente, perché non può fare a meno di farlo, perché è la sua condanna e ne è consapevole. Il senso di scomodità che si prova leggendo questo libro è forte, perché è sincero, perché ti fa provare cosa significa arrivare alla fine e sentire che a questa non c'è via di fuga.
Morselli l'aveva pur detto. Trevisan lo ribadisce ai contemporanei
Profile Image for trovateOrtensia .
240 reviews269 followers
June 16, 2022
E' chiaramente e volutamente un calco di Thomas Berhnard, e in particolare di Estinzione.
Non ho compreso il senso di questa operazione, e non so se Trevisan l'abbia spiegata e anche replicata in altre opere. Di suo ho letto solo Work, che poco mi è piaciuto.
Molto perplessa, se qualcuno ne sa qualcosa di più o ha opinioni in merito, aspetto volentieri lumi.
Profile Image for Seregnani.
744 reviews37 followers
October 18, 2024
Molto impattante, scritto molto bene, finale da “senza parole”. Magari in alcuni punti un po’ rindondante ma 3,5⭐️ se le merita
Profile Image for Anna || librilys.
50 reviews2 followers
November 25, 2023
Voglio molto bene a Trevisan, questo ormai è certo. Dopo aver letto “I quindicimila passi. Un resoconto”, ho deciso di procedere con "Il ponte. Un crollo”. I due libri sono a dire il vero molto simili come struttura e tematiche: entrambi sussistono in un flusso di coscienza che per prima cosa si profonde in invettive contro l’Italia, in particolare il Veneto, la chiesa, i media. Poi ci si avvicina ad un introspezione più profonda, in cui il protagonista si confronta con il suo lato più oscuro, delineato soprattutto da conflitti famigliari. Il tutto con un tono schizofrenico e ossessivo, che diventa via via più opprimente. Nonostante le grandissime somiglianze, non direi proprio che questo mio secondo approccio con l’autore sia fallito, anzi. Ciò che rende così godibili i libri di Trevisan è innanzitutto la scrittura di alto livello; inoltre è squisitamente arrabbiato e violento nel trattare i temi a lui più cari e questi sono per me i suoi più grandi punti di forza. Detto ciò, non sempre ciò che dice è così originale e incisivo, c’è qualche calo qui e là almeno nei due volumi che ho letto finora. Per questo motivo non penso siano perfetti, ma tutto sommato mi piace lo stesso moltissimo. Non vedo l’ora di leggere quello che è considerato il suo capolavoro, “Works”, e penso che lo farò molto presto. Mi dispiace non poter fare ancora un paragone tra lui e Bernhard, suo esplicito modello, perché ancora non l’ho letto, ma “Il soccombente” è tra i prossimi sulla mia lista.
Profile Image for Stefano Rigon.
21 reviews2 followers
March 5, 2023
“In realtà, pensavo, mia madre e mio padre si sono sposati per dovere, per educazione, per cosí dire, perché ci si sposa e si fanno dei figli, cosí come dice di continuo la chiesa cattolica, che in Italia è sempre dietro ogni cosa, ma soprattutto è dietro questa questione della famiglia, del matrimonio e dei figli. Ci si sposa e si fanno dei figli per mettersi a posto con la coscienza, e, una volta sposati e una volta fatti dei figli, ci si sente effettivamente a posto con la coscienza, come mio padre non mancava mai di ribadirmi. Fino all'ultimo, sul letto di morte, mio padre non mancava mai di ripetere, a cadenze regolari, una delle sue frasi preferite: Il mio dovere l'ho fatto. E in quel dovere rientravo anch'io, che infatti mi sono sempre e del tutto sentito come un frutto del dovere, piuttosto che un frutto dell'amore […].”
Profile Image for Gabriele Fazzina.
52 reviews2 followers
July 14, 2024
Siamo condannati a morire, ma spesso viviamo la vita come una condanna. Vitaliano Trevisan è un underdog per definizione, come scrittore, come italiano, come essere umano.
Questo libro è un proiettile vagante, che colpisce, ferisce, ti lascia a terra immobile e ti condanna alla riflessione. E' un libro di un aspirante suicida che finge di giocare con la morte. Finge, perché Vitaliano Trevisan la morte la prende sul serio; si circonda della morte, si circonda dei morti, degli scrittori morti e lo racconta a detta sua con una lingua morta, l'italiano.
Il coraggio, anche se è sbagliato parlare di coraggio, l'ha trovato nel 2022, 13 anni dopo l'uscita di questo libro.
Ma che grande scrittore Vitaliano Trevisan
Profile Image for Maurizio Manco.
Author 7 books132 followers
October 1, 2017
“Essere senza esserci, pensai, è sempre stato questo il mio problema, da che sono stato gettato nel mondo. […] Muoversi con leggerezza, non spostare mai nulla, e se per caso si sposta qualcosa, essere in grado di rimettere tutto com’era. Far sì di non essere trovati, da vivi come da morti. Non lasciare tracce.” (p. 140)
Profile Image for Bogdan.
135 reviews84 followers
January 22, 2024
Un librino che ho letto con la consapevolezza indulgente e incuriosita del fatto che esso fu fortemente influenzato di Thomas Bernhard, autore che amo come lo amava anche Trevisan. Quest'ultimo, morto da sua propria mano - mostrando con questo gesto che era più cupo e meno durevole del suo idolo -, menziona abbastanza insistentemente nel “Ponte” che è entrato per caso in contatto con l'opera di Bernhard proprio nel giorno dopo il suo decesso. Si è comprato “Il nipote di Wittgenstein” e più tardi ha scoperto che ne ha scritto sulla prima pagina, la data di acquisto 13 febbraio 1989. Ma, si capisce, Trevisan scrive sui libri di Bernhard più che così. Se questa con la data fu una trovata o la verità, una coincidenza di due biografie che si incontrano per giustificare l'eredità letteraria di Trevisan, non lo so, nessuno lo sa, incluso l'autore che non c'è più. Bisogna pure crederlo. Comunque, questo dettaglio in sé m'ha colpito, perché io sono invece nato il giorno stesso in quale morì Bernhard. A differenza di quante ore, minuti o seconda non ho potuto sapere chiedendo a mia madre e Google. I risposti non sono stati molto soddisfacenti e penso anche a rivolgermi per più di chiarezza alla casa editrice Suhrkamp, con un email o qualcosa del genere. Sebbene abbia letto, riletto e legga ancora Bernhard in lingua originale ed in maniera ossessiva, non saprei come formulare quello email in un tedesco che uso quasi solo per leggere Bernhard e in quale finora ho fatto pochi tentativi deplorevoli di comunicare con esseri viventi di apparenza umana. Come chiedere adeguatamente a Suhrkamp il tempo esatto della morte di Bernhard, senza sembrare che io solo faccia una piccola burla bernhardiana? Sarei forse più convincente se insieme all’email, mandassi una foto con me, con in mano i miei documenti, dove si vede chiaramente la data di nascita 12 febbraio 1989, una selfie commovente di fronte al regalo dove ho i libri di Bernhard in quella edizione elegante e costosa in quale io ho osato comprare solo i miei libri preferiti di lui, usati, a buon mercato, essendo un lettore povero che non può permettersi acquistare nuove tutte le Werke del suo maestro. I miei documenti sono comunque pagine scritte della mia modesta biografia, il mio passport è tuttavia un mio libriccino ufficiale incontestabile, non come quello di Trevisan, finzione che è già per la sua natura contestabile. Comunque, il suo librino pesa certamente più del mio e convince più che un semplice fatto biografico attestato. E sopratutto, non chiede niente a nessuno.

Man mano leggevo “Il Ponte”, la curiosità indulgente che avevo per il nipote di Bernhard diminuiva, e cresceva il tedio che sentivo davanti a questo testo abbastanza superfluo. Era come se leggessi una traduzione libera del romanzo Auslöschung, con la sua dimensione ridotta 4 volte e la sua sostanza ancora molto di più e con un paio di personaggi nuovi aggiunti. Ma nonostante, sul “Ponte” passava e sotto “Il Ponte” scorreva più Bernhard che Travisan! In alcuni momenti mi sentivo proprio come se avessi domandato a Chat GPT: fammi un libretto di Bernhard all'italiano. Mi dispiace, ma sono stato deluso. Se non avessi letto e amato Bernhard tanto come anche Trevisan lo amava (forse un amore troppo grande per entrambi), quest'ultimo sarebbe stato il mio autore italiano preferito. Ma così, quello è, dopo il poco che ho letto finora in questa lingua, il mio zio Manganelli…
Profile Image for Stefano.
120 reviews1 follower
January 7, 2026
Un singolo episodio può far precipitare la mente nel baratro, crollare il passato nel presente, rilasciare la devastazione del pensiero.

Questo scritto di Trevisan cerca in tutti i modi di farsi strada in un castello dirioccato, fatto di idee, pensieri e opinioni senza trovare alcun appiglio di salvezza, nemmeno quello della letteratura.

Un romanzo potentissimo, denso, fatto di una prosa claustrofobica
Profile Image for Stefano Solventi.
Author 6 books73 followers
February 4, 2024
"La verità esiste, ma è sempre in esilio"

Ultimo della trilogia di Thomas, il più amaro e desolato.
Profile Image for Svalbard.
1,141 reviews66 followers
October 26, 2025
Tenti anni fa avevo invitato la ragazza che mi piaceva nella casa di mezza montagna, con un ampio giardino, che affittavo da poco e che mi aveva sorpreso, una delle prime notti che ci avevo passato, con una spettacolare esibizione di lucciole, grandi come lampadine. “Vedrai”, le avevo detto, “non hai mai visto lucciole del genere”.
Peccato solo che le stronze decisero di entrare in sciopero, e né quella notte, né le successive, si fecero mai più vedere. Ma solo lì, beninteso; ne ho viste di grandezza ordinaria un po’ dovunque, prima e dopo di quell’anno (il 2001). Giusto per dire che il famoso “scritto sulle lucciole” di Pasolini, del 1975, era stato grandemente fallace: le lucciole ci sono ancora e stanno pure bene.
(Comunque la ragazza che mi piaceva non se la prese più di tanto per la latitanza delle lucciole, tanto che poi divenne la mia ragazza).
In effetti di Pasolini, e del suo articolo sulle lucciole scomparse, Trevisan in questo libro parla molto, ovviamente dandogli ragione, traendo da lui ispirazione e pensiero per il generale spirito di degrado umano e sociale, mentre l’ambito è ovviamente il Nordest; la forma, smaccatamente imitata (ma secondo me migliore, dato che l’originale non l’ho mai sopportato) è quella di Thomas Bernhard, flusso ininterrotto di coscienza con uso parchissimo della punteggiatura e nessun a capo.

Il libro è una sorta di romanzo auto-fiction, con strali all’ambiente familiare e produttivo claustrofobico nordestino che impedisce sistematicamente alle persone di essere quello che vogliono essere. Anche qui, come già avevamo visto in Works, una madre che vive il proprio figlio con sopportazione e fastidio, schiava del dovere come anche il padre, piccolo imprenditore, e entrambi guardano il figlio, l’io narrante, come un disadattato, peggio un traditore, perché sembra rifiutare sistematicamente i loro valori (la casa bella e intoccabile, il giardino pure, il destino segnato di rimpiazzare il padre nella conduzione della ditta). Lui invece, appassionato di letteratura in particolar modo tedesca, vuole fare altro, e a modo suo ci riesce visto che ottiene un incarico universitario nel nord della Germania.
(Che qualcuno non si pieghi al volere familiare, e la cosa venga vissuta come un affronto, l’ho vista da vicino un po’ di anni fa. Studiavo tedesco al Goethe Institut, come compagno di classe c’era un tipo ferocemente incarognito contro il fratello, che invece di adattarsi al destino segnato di diventare ingegnere e rilevare l’azienda di famiglia si era messo in testa prima di studiare filosofia, poi dopo estenuante opera di convincimento si era adattato a studiare economia; però l’ingegnere ci voleva, così l’altro fratello, quello che studiava con me, aveva dovuto abbandonare il sogno di diventare medico e si era messo a studiare lui ingegneria. In ogni esercizio di lingua, in cui bisognava inventare una situazione, non mancava mai di tirare in mezzo il fratello, ovviamente non esattamente per parlarne bene. Ameni paesaggetti familiari non solo nordestini, evidentemente).


La storia poi si snoda in particolare attorno a un episodio drammatico, esumato e riaccolto nel presente dal passato del narratore: la morte di un ragazzo, suo nipote, in circostanze mai chiarite (si chiariscono verso la fine del libro e non sono altro che un maldestro tentativo di imitare il passato lontano del padre e dello zio, ai tempi due giovani spericolati ben oltre il limite dell’incoscienza - atteggiamento a modo suo “sovversivo” rispetto al mortale ordine del dovere morale cristiano-produttivo che vige in quelle lande).
In questo libro ci sono molti in comune con Works, e altri invece che se ne distaccano decisamente (lì il padre poliziotto e qui imprenditore, lì una sorella e qui due, eccetera). Spesso, poi, il desiderio di mollare tutto e farla finita, cosa che come sappiamo è stata il destino dell’autore.

Il problema è che, quando un autore pratica l’autofiction, dopo un po’ non si sa più a cosa credere e a cosa no, come distinguere il vero dal non vero. In realtà sarebbe un falso problema (tutto è narrazione, che i fatti siano realmente accaduti, o siano solo immaginati), però in qualche modo la curiosità di sapere è legittima.
Profile Image for dv.
1,401 reviews60 followers
March 31, 2023
Dopo Un mondo meraviglioso e i quindicimila passi, torna Thomas e qui il tema è, da sottotitolo, il crollo - di un Paese e di una cultura da cui il protagonista è fuggito. Opera del 2007, mai come prima/dopo qui T. si scaglia contro l'istituzione della famiglia e, in particolare, il matriarcato fondato sulla trasmissione della colpa. Lo stile del monologo è quello già visto nei libri precedenti, ancora una volta con espliciti rimandi a Bernhard (compaiono anche alcuni "piuttosto che" usati male, cosa che altrove non sopporterei ma che a T tutto sommato perdono). Ancora una volta, T. sta parlando di sé e della propria famiglia, come poi farà esplicitamente con Works. Nessuna ironia, tanta rabbia.
Profile Image for Frabe.
1,200 reviews56 followers
September 2, 2022
Vitaliano Trevisan racconta qui "alla Bernhard" la storia di un inquieto, "un essere solitario che non sopporta la solitudine, ma sopporta ancora meno gli esseri umani" e a cui pure il suo paese, un'Italia sempre più decadente, risulta infine indigesto, e da abbandonare...
Vitaliano Trevisan (1960-2022) se n'è andato pochi mesi fa: una voce forte che abbiamo perso troppo presto.
Profile Image for Fedri.
86 reviews26 followers
June 12, 2025
È in momenti come questo che sono felice di essere una lettrice «pura», senza velleità letterarie, senza nessun romanzo nel cassetto, senza il pallino della scrittura. Perché altrimenti leggere Trevisan mi sarebbe insopportabile, un talento così mi lascerebbe annichilita e non avrei più il coraggio di prendere una penna in mano nemmeno per buttare giù la lista della spesa.

La verità è che Trevisan lascia annichiliti sempre e comunque, però signora mia, che pagine di devastante bellezza che mi sono portata a casa.
Profile Image for Elalma.
903 reviews103 followers
January 15, 2013
Ho percepito un po' di stanchezza nell'incisivit� della prosa incalzante, nei temi della paranoia ossessiva e nelle crude invettive contro i cittadini, la famiglia, la morale. Un po' ripetitivo, e quindi forse scontato. Eppoi, suvvia, va bene l'invettiva, ma almeno motivata: dire che il matriarcato � una delle pi� riuscite espressioni del cattolicesimo suscita un po' di perplessit�.
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