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La Critica della ragione pratica, seconda delle Critiche kantiane, uscì per la prima volta nel 1788. In essa Kant intendeva rispondere alla domanda «che cosa debbo fare?», come nella Critica della ragione pura aveva risposto a «che cosa posso conoscere?». Si trattava innanzi tutto, per Kant, di fornire una chiara rappresentazione del principio della moralità, che certo appartiene alla coscienza comune, ma senza che questa ne sia consapevole in maniera riflessa, ne tanto meno la sappia giustificare e difendere se messa in questione, stabilendo a quali condizioni il nostro agire possa essere detto "morale", così come la Critica della ragione pura aveva stabilito le condizioni di validità del nostro conoscere. Nello svolgimento di questo compito Kant ritrova poi il problema metafisico, legato alle idee di libertà, di anima e della sua immortalità, di Dio. Idee come quelle dell'universalizzabilità della massima, o dell'umanità in se stessi e negli altri come fine e mai solo come mezzo, assunte come criteri di moralità, condizionano ancora in vario modo e sotto diverse forme il dibattito contemporaneo. Questa traduzione della Critica della ragione pratica si caratterizza per l'aderenza all'originale e per importanti innovazioni - il lessico e la struttura sintattica - che consentono così un agevole accesso al testo tedesco. Un complesso apparato di note, un indice motivato della traduzione dei termini significativi, nonché un'articolata introduzione costituiscono altrettanti sussidi, che fanno di questa edizione un vero e proprio esteso commento all'opera kantiana.
615 pages, Paperback
First published January 1, 1788
Hume, by his criticism of the concept of causality, awakened him from his dogmatic slumber—so at least he says, but the awakening was only temporary, and he soon invented a soporific that enabled him to sleep again.
—Bertrand Russell, A History of Western Philosophy