Jump to ratings and reviews
Rate this book

Il cielo nel tuo corpo. Teologia del corpo di lui e del corpo di lei

Rate this book
Chi sei tu? Qual è la tua identità più profonda? Nel rispondere a questa domanda che posto ha il tuo corpo? È esperienza comune a tanti, forse a tutti, la difficoltà nello scorgere quel “filo rosso” capace di unire le dimensioni cruciali della vita: l’amore, la fede, la sessualità, i sentimenti, le sensazioni, i limiti e i desideri. Eppure, quel filo rosso è molto meno nascosto di quanto non possa sembrare: è custodito nel nostro corpo, magnifico e fragile capolavoro. Questo libro nasce dall’esperienza unita alla conoscenza della teologia del corpo di San Giovanni Paolo II e desidera svelare le tracce di Cielo inscritte nel nostro corpo, capaci di svelare chi siamo veramente come maschi e femmine, affinché ciascuno possa abbracciare la pienezza della sua identità e del suo destino.

176 pages, Paperback

Published February 24, 2021

4 people are currently reading
10 people want to read

About the author

Ratings & Reviews

What do you think?
Rate this book

Friends & Following

Create a free account to discover what your friends think of this book!

Community Reviews

5 stars
6 (31%)
4 stars
6 (31%)
3 stars
3 (15%)
2 stars
2 (10%)
1 star
2 (10%)
Displaying 1 of 1 review
Profile Image for Lorenzo Torri.
79 reviews2 followers
November 30, 2023
Dopo aver fatto un’estenuante fatica per arrivare alla fine di questo libricino, mi sento davvero in dovere di spiegare perché secondo me si tratta di una pessima lettura, che consiglierei addirittura di evitare.
È naturalmente necessario premettere che non condivido né il credo né buona parte del sistema di valori degli autori, ma scrivo questa recensione perché questo libro mi sembra pessimo anche per una persona, ritengo, che si trovasse a condividerli. Cercherò quindi di affrontare i punti che mi hanno portato a queste conclusioni omettendo completamente le mie divergenze ideologiche e religiose, cercando di calarmi nei panni delle persone per cui questo libro è stato effettivamente scritto.
Eviterò anche di accanirmi sulla forma lessicale e grammaticale del testo, che per quanto indegna (è pieno zeppo di virgole tra soggetto e verbo e figura anche qualche errore ortografico, come “nessun’altro”) e di ostacolo alla lettura, è chiaramente un demerito dell’editore che non ha fatto il proprio lavoro fino in fondo, non degli autori che non sono scrittori di professione.

Conclusa questa verbosa premessa, vado dritto al nocciolo della questione. Credo che questo libro sia una pessima lettura perché tradisce completamente lo scopo che si prefigge. Lo scopo dichiarato dagli autori, infatti, è di “permettere al nostro corpo [...] di rivelarci il significato del nostro essere maschi e femmine” (p.14). Partiamo dunque dal presupposto che Dio abbia creato il corpo umano con uno scopo specifico in mente, e che sia possibile indagare suddetto scopo osservando il funzionamento del corpo. Accettata questa premessa, manca completamente un qualsivoglia tipo di indagine in questo senso. Gli autori non partono mai dall’osservazione per trarre le proprie conclusioni, ma al contrario partono dalle proprie convinzioni e cercano di trovare metafore corporee, ora brillanti ora raffazzonate, a sostegno di esse.

Il primo indizio che non vi sia alcun metodo di indagine lo si trova alle pagine 165-166, quella pagina fronte-retro che raccoglie i riferimenti: sono citati solo ed esclusivamente testi religiosi, teologici, o di teologia del corpo. Una autoreferenzialità di citazioni che fa sembrare molti testi pseudoscientifici dei pozzi di conoscenza e onestà intellettuale, oltre al fatto che una ventina di riferimenti sembrano una lista generalmente un po’ striminzita per un testo di 160 pagine (25, per la precisione, di cui ben 6 del solo Giovanni Paolo II). Peraltro, in tutti i passaggi più controversi o contraddittori, di cui faccio una piccola rassegna in seguito, non viene fatta nemmeno la grazia di inserire un riferimento teologico o biblico, ma si usano frasi perentorie basate sul nulla e si passa oltre.
Ciò che fa sospettare la bibliografia lo conferma l’atteggiamento che gli autori hanno nei confronti del mondo. Non è affatto raro, infatti, che essi utilizzino fatti del mondo reale a supporto delle proprie tesi… sennonché suddetti “fatti” si rivelano quasi sempre imprecisi, esagerati o sbagliati tout court, nonostante il tutto sia facilmente verificabile con la più semplice delle ricerche su Google (come ha infatti fatto il sottoscritto quando ha iniziato a sentire un po’ di puzza di sciocchezze). Nel primo capitolo, che con abbondante sommarietà si propone di illustrare le differenze tra l'uomo e gli altri animali (rigorosamente senza mezzo riferimento biologico o zoologico, ma basandosi quando va bene sul senso comune, quando va male sulle credenze popolari) c'è praticamente un'imprecisione in ogni capoverso, e per accorgermene mi è bastata la più misera cultura zoologica e la saltuaria frequentazione di National Geographic. Le braccia sono volate al cielo quando a pag. 32 viene riproposto quel "arcinoto esperimento di Federico II di Svevia" che è anche un arcinoto prodotto di deliranti fantasie, visto che l'unica fonte storica che abbiamo a riguardo è un documento di fra' Salimbene di Adam in cui egli è intento a dimostrare che Federico II sia l'Anticristo. Io credo sia il tipo di cosa che si potrebbe verificare prima di prendere per vera e parlarne in un libro, ma forse è questione di pignoleria.

A fare infuriare più di ogni altra cosa, però, è il fatto che non solo gli argomenti a sostegno, ma spesso le tesi stesse utilizzate dagli autori sono lasciate a metà o intellettualmente disoneste. Ogni qual volta emerge una evidente contraddizione con la narrazione che vogliono intrecciare, essa viene completamente ignorata o congedata in poche parole, ossia esattamente l’atteggiamento opposto a quello che mi aspetterei da chi mi dice che vorrebbe scoprire il significato che Dio ha dato al corpo. Vediamone alcuni esempi.
Cominciamo dalla clitoride. A questo importantissimo organo femminile viene dedicato un capoverso di quattro pagine, e viene riconosciuto che si tratta di "quella parte del nostro [delle donne, ndr] apparato sessuale che pare non riguardare direttamente la maternità, ma ha che fare con il piacere e il desiderio di unione”. Mi sarei quindi aspettato una qualche riflessione sul perché il centro di piacere della donna sia più o meno scollegato dall’atto penetrativo, che a detta degli autori è lo scopo finale delle parti intime, al punto da essere meglio e più facilmente stimolato in modalità di sesso non penetrativo. Invece l’autrice (a scrivere il capitolo sul corpo femminile è solo lei) non solo non si pone minimamente il problema, ma parla di tutt’altro per tutto il resto del capoverso. La parola “clitoride” non compare mai più, e nelle quattro pagine successive si parla solo di “bellezza”. Tanti cari saluti all’indagine sul nostro corpo.

Un trattamento molto simile è riservato all’ano, che in una addirittura "indispensabile precisazione" viene categoricamente escluso dall’apparato sessuale. Gli autori dichiarano infatti che “[l'ano] non è un organo sessuale e nemmeno genitale” (p.50). Questa è un’imprecisione, in quanto mi è bastata una breve ricerca per accertarmi che non c’è consenso al riguardo, e benché l'ano non sia considerato parte dell'apparato genitale, viene talvolta incluso tra gli organi sessuali, nonché sempre tra le zone erogene, proprio perché può avere a che fare col sesso. Subito dopo arriva una plateale menzogna, ossia che “non subisce alcuna modificazione durante l'eccitazione”. Naturalmente è falso; anche questo lo si può appurare con la più veloce delle ricerche, se non con l’esperienza. Viene peraltro correttamente inclusa nell’apparato sessuale maschile la prostata, una ghiandola che si può stimolare prevalentemente passando dall’ano. Quello che mi irrita non è che gli autori abbiano un atteggiamento normativo su ciò che è sesso giusto/naturale e sesso sbagliato/innaturale: questa è differenza di vedute, e la accetto. Ciò che mi dà sui nervi è che ignorino completamente ogni aspetto che metterebbe alla prova la loro narrazione. Se credi che il tuo corpo l’abbia creato Dio con un preciso motivo in testa, forse è opportuno interrogarsi proprio sulle contraddizioni e i controsensi, no? Se Dio avesse voluto creare un essere che fa sesso solo penetrativo e solo a fini riproduttivi, perché vi sono ricettacoli di piacere sull’intero corpo umano, spesso interamente scollegati dall’atto riproduttivo? È una domanda che mi sarei aspettato affrontata, non ignorata e saltata a piè pari per non mettere in difficoltà le proprie credenze aprioristiche. Invece il sesso anale viene depennato dall'esistenza, e le eccezioni "intersessuali" allo sviluppo dei genitali vengono congedati in quanto "casi con caratteristiche cliniche note, nelle quali è riscontrabile un'alterazione del naturale processo di differenziazione sessuale" (p.41). Oltre ad essere quasi interamente una perifrasi vuota e a reggersi per la restante parte su un giudizio arbitrario di cosa sia "naturale", questa valutazione porta con sé l'implicazione che Dio si sia in qualche modo sbagliato nel dare forma a queste persone, e ancor peggio: che gli autori sappiano cosa dovrebbe essere naturale meglio di Dio stesso.

Un altro esempio di questione estremamente interessante che viene completamente ignorata è la descrizione che pure viene fatta della fecondazione:
"[...] Gli spermatozoi vengono lanciati verso la meta [...]. Per loro è una specie di d-day, una vera e propria battaglia, perché in vagina incontreranno un ambiente ostile [...] e poi dovranno affrontare il sistema immunitario della donna, che li attaccherà come corpi estranei." (p.63). Mi sembra decisamente interessante che, in un intero organismo finalizzato alla riproduzione, l’atto sia così difficile, e che su una cifra impronunciabile di spermatozoi, solo una manciata finiscano effettivamente per generare. Invece neanche una parola: gli autori presuppongono di sapere cosa ha in mente la natura (quindi, per estensione, Dio) e di poter normare cosa è “naturale” e cosa è “contro natura”, eppure non si pongono nemmeno degli interrogativi tanto basilari per arrivare a conclusioni così perentorie.

Parliamo poi di masturbazione, di cui viene detto che "si tratta di un passaggio naturale, se resta temporaneo e non diventa abitudine" In un paragrafo di sorprendente buonsenso, corredato da un’ironica bordata a “l’approccio moralistico e giudicante di certi ambienti” (p.59), manca però una motivazione sul perché la masturbazione diventerebbe improvvisamente problematica dopo una certa età. Di nuovo: non mi lamento perché io la penso diversamente, ma perché non viene addotta alcuna motivazione. È così e basta, passiamo oltre.

L’esempio più lampante di un assunto dato per assodato senza alcun presupposto l’ho trovato qui (p.80):
A questo proposito c'è un esempio davvero brillante che ho sentito fare una volta a Jason Evert e che riciclo spesso quando ci capita di parlare ai giovani [che culo, ndr]. Chiedo ai maschi di immaginare per un attimo questa scena: la tua ragazza ti chiama a sorpresa e ti dice di vestirti elegante perché vuole portarti fuori a cena. Poi la sera passa a prenderti con la sua auto, ti porta in un localino speciale, ti fa scegliere il tuo piatto preferito, ti versa del buon vino, poi paga il conto e dopo cena ti accompagna in collina, in una zona romantica, e di fronte ad un bel panorama, si inginocchia davanti a te, ti porge un anello e ti chiede « vuoi sposarmi? ».
Al termine della storiella, i ragazzi sono sempre un misto tra il divertito e il disturbato: quest'idea stona profondamente con ciò che sentono in loro. Qualcuno direbbe che si tratta di condizionamenti culturali, stereotipi o cose del genere, ma non è così, il prendere l'iniziativa nell'amore è qualcosa che fa parte del nostro essere maschi, lo desideriamo e lo temiamo allo stesso tempo, ma è scritto dentro di noi. Allo stesso tempo possiamo riconoscere nel cuore femminile il desiderio di essere desiderate e corteggiate: ogni donna infatti attende l'iniziativa dell'uomo, sogna che mostri il suo coraggio, che si faccia avanti e offra la sua forza per lei.”


Questo estratto mi sembra emblematico di tutto ciò che non va in questo libro, a cominciare dalla sintassi atroce. Vediamo infatti una tesi nata dal senso comune, il cui unico elemento a supporto (e già che ce ne sia uno è tanta grazia) è un appello all'assurdo che sa molto di "signora mia, ma potrà mai essere?". Oltre al basarsi sul fatto che uno scenario del genere sarebbe assurdo (io dal canto mio lo trovo del tutto plausibile) e oltre al fatto che trovo un po' svilente, forse volendo leggere troppo fra le righe, che faccia parte dell'assurdo il fatto che una donna possa passare a prendere l'autore "con la sua auto", una cosa che mi dà particolarmente fastidio è che l'autore ha preso la propria esperienza interiore, generalizzabile forse e con qualche difficoltà all'essere un uomo italiano, e non si è mai posto il problema che questa esperienza possa non essere generalizzata in altre realtà. Non serve peraltro cercare luoghi sconosciuti e società remote per trovare società sorprendentemente vicine a noi dove l'iniziativa femminile è tutt'altro che un tabù: per i nostri cugini d'Oltralpe è già così, per non parlare dei Paesi nordici. Non è tanto il modello che si preferisce il problema, quanto piuttosto il fatto che l'autore pensi anche solo lontanamente che la propria esperienza sia generalizzabile all'intero genere umano, e lo pensi con tanta convinzione da scriverlo perentoriamente in un libro senza averci fatto mezza ricerca di approfondimento sopra, e si comporti così da arrogante da permettersi di silenziare quel "qualcuno" che, con voce di buonsenso, gli parla ipoteticamente di "condizionamenti culturali" con un sordo "non è così".

Un problema simile si ripropone ogni qual volta gli autori fanno riferimento al mondo di oggi. Domina infatti quel “o tempora, o mores” che io tanto detesto e che la fa da padrone, a quanto pare, nei testi degli autori religiosi. Discorsi sul “giorno d’oggi”, la perdita di moralità, di pudore, lo spontaneismo, che oltre ad avere i tratti tipici di un argomento fantoccio, suonano anche terribilmente simili a mia nonna quando mi diceva che “signora mia, i giovani d’oggi si divertono troppo”. Mi piacerebbe poter espandere su questo tema, ma i riferimenti degli autori a riguardo sono, come del resto in tutto il resto del testo, troppo vaghi e generici per poter capire a cosa precisamente facciano riferimento.

Infine, nonostante la premessa iniziale, vorrei inserire una considerazione che riguarda una divergenza ideologico-filosofica profonda con gli autori. Non mi interessa parlare di Dio, o della teoria dell’intelligent design, di evoluzionismo o di altro – li lascio al senso critico di ognuno. La riflessione che voglio portare riguarda la distinzione tra “maschile” e “femminile”, e in particolare sulla figura barbina che fa puntualmente l’uomo in questo tipo di testi. Cominciamo dal fatto che il capitolo sul corpo femminile è lungo quasi il doppio di quello sul corpo maschile. È davvero possibile che ciò che si può dire sugli uomini sia così esteso, così poco profondo, così… poco? Siamo davvero creature così sempliciotte, secondo voi? Vi sta bene che non siamo in grado di prenderci cura degli altri, di “ricordarci un compleanno” (pag.106), di curare la nostra immagine e diffondere gentilezza (p.117)? Davvero credete che un uomo sia ridotto al maschio alfa buono a combattere ed essere aggressivo, per quanto “in senso buono” vengano proposte? Bella l’immagine di William Wallace o Massimo Decimo Meridio, per carità, ma nel mio essere uomo non mi basta un ideale per cui combattere, voglio anche avere una profondità emotiva, voglio anch’io saper accogliere il dolore (p.124), essere misericordioso (p.154), insomma voglio anch’io aspirare a tutti quelli che vengono descritti come tratti caratteristici della donna. Ironicamente, tutti tratti che si trovano anche nel “vero uomo” Gesù Cristo. L’autore, che pure cita Gesù come esempio di virilità (e ne dice tante cose belle, pp.85-90), non si accorge che ha individuato come esempi immediati modelli come quelli sopracitati, che ricadono nello stereotipo culturale maschile, ma non possiedono molti dei tratti di Gesù che sono relegati alla donna. Per quanto bravo e iconico sia William Wallace che al grido di “freedom!” va ad ammazzare gli inglesi per l’indipendenza della Scozia, o Massimo Decimo Meridio che giura vendetta per la morte della propria famiglia e conclude il proprio arco sconfiggendo l’imperatore Commodo in un’arena gladiatoria, io la storia di Gesù non me la ricordo esattamente così. Forse ho letto male i Vangeli, ma io ricordo una figura compassionevole, che non ha (quasi) mai impugnato un’arma, che ha detto ai propri discepoli di non interferire con soldati usurpatori e autoritari, che non ha protestato di fronte a un processo farsa, che ha detto di porgere l’altra guancia. Mi ricordo altresì una figura che piange per gli amici, che accorre e porta empatia e compassione a un letto di morte in diversi episodi (nonostante anche questo attributo venga attribuito al femminile, p.109). Mi ricordo una figura che, mentre lapidano una prostituta, si mette nel mezzo e parla con lei, non prende si mette a scagliare i sassi contro i lapidatori come avrebbero indubbiamente fatto i due eroi sopracitati. Non vi chiedo di avere una visione progressista e femminista dell’uomo, ma per carità, abbiatene almeno una visione un po’ più evangelica.
Displaying 1 of 1 review

Can't find what you're looking for?

Get help and learn more about the design.