Hermann Buhl, ammiratissimo da Hans Kammerlander, Reinhold Messner, Peter Habeler, è stato il primo ad conquistare la vetta il Nanga Parbat (luglio 1953) ed il primo a voler salire gli Ottomila by fair means, ovvero senza portatori, ma soprattutto senza ossigeno come fece sul Broad Peak nel 1957. Grande rocciatore, grande alpinista, molto amante della sua famiglia (una moglie e due figlie, a cui dedica pochi tratti ma profondi), sempre a corto di soldi tanto quanto innamorato delle montagne, Buhl è l’unico alpinista che una volta arrivato in cima non gode della sua impresa: è sempre troppo stanco, troppo affaticato, per realizzare veramente quello che ha fatto. Ha sempre bisogno di un po’ di tempo, di distanza per gioire davvero della sua impresa. Le sue pagine si possono annoverare ancora tra quella letteratura di montagna che fornisce dettagli tecnici e numerosi di praticamente ogni passo percorso: era un modo di scrivere che doveva assolvere a ben 3 funzioni diverse, ovvero la prima doveva documentare veramente l’ascesa (non si fotografava come adesso), la seconda aveva una funzione di relazione per gli eventuali futuri ripetitori, la terza era per una umana ricerca di plauso per l’impresa compiuta. E’ per questo che il suo libro, privo anche di quell’introspezione bonattiana, per esempio, non riesce a coinvolgere veramente il lettore di oggi, che non trova in queste pagine alcuna lezione interessante di vita né imprese particolarmente incredibili – non che non ne siano successe di avventure, ma se ne leggono altrettante. Questo libro quindi, stroncato poi da una traduzione che ci viene offerta dall’editore italiano come eccelsa e che invece è piena zeppa di antiqui (voluto) toscanismi (imminchionirsi, tanto per dirne una) e frasi mal tradotte parola per parola dal tedesco, è comunque un’edizione molto interessante per gli appassionati perché riporta tutti i diari delle spedizioni di Buhl, ma non credo riuscirà ad appassionare più di pochi lettori. Muore sul Chogolisa nel 1957.