Parigi, 1878. Un ricco collezionista inglese viene trovato morto in circostanze misteriose insieme a nove suoi domestici. Il colpevole, prima di allontanarsi indisturbato, è riuscito a sottrarre una preziosa statuina d’oro, rinvenuta successivamente nella Senna. Il caso vuole, però, che si lasci alle spalle un indizio che lo indica come passeggero del colossale Leviatano, permettendo al commissario Gauche di mettersi sulle sue tracce. La lista dei sospetti è subito ridotta a quattro nomi (una giovane svizzera incinta, un giapponese che si appresta a rientrare in patria, un baronetto inglese apparentemente folle e una suddita britannica non più giovanissima), ma a trovare la soluzione del mistero non sarà Gauche, bensì un altro passeggero, nonché vecchia conoscenza, casualmente coinvolto nelle indagini: Erast Fandorin, in procinto di raggiungere il Giappone per iniziare la sua carriera diplomatica.
Leviathan non rientra tra i miei libri preferiti della serie, ma non si aggiudica neanche il premio come peggiore, che è invece riservato agli ultimi due. In ogni romanzo, Akunin affronta un diverso tipo di giallo e in questo si rifà ad Agatha Christie, per cui non ho mai provato particolare interesse. Fossi stata un’amante del giallo classico, probabilmente, avrei apprezzato di più, ma per come stanno le cose queste ambientazioni esotiche, i personaggi che celano misteri vari, strani omicidi che avvengono anche in corso d’opera, verità che vengono a galla dopo una serie infinita di colpi di scena, beh, non è esattamente il mio ideale di romanzo. Il lettore, in teoria, dovrebbe rimanere col fiato sospeso e farebbe fatica a scollarsi dalle pagine pur di arrivare alla soluzione dei misteri. Io, col fiato sospeso, non sono rimasta né la prima volta che l’ho letto né durante questa rilettura, ma, ripeto, è un mio problema con questo tipo di gialli.
Altra cosa che un po’ mi pesa è trovare Fandorin di nuovo messo da parte dal caso di turno e dai personaggi attraverso cui Akunin racconta la storia. In questo, non c’era un solo punto di vista, ma ben cinque: i quattro sospettati più il commissario francese che qualche volta parla di sé in terza persona e si chiama Papa Gauche (alzo gli occhi al cielo anche mentre lo scrivo). Capisco che Akunin non voglia mettere completamente a nudo il personaggio e i suoi tormenti davanti al lettore, è una scelta comprensibile, come lo è aspettarsi qualcosina in più dopo il finale de La regina di inverno e la ricomparsa di Fandorin in Bulgaria in Gambetto turco. Per fortuna anche questo romanzo è breve e si può passare al seguito abbastanza in fretta, non senza dare l'impressione che sia un semplice, ma perdibile, divertissement.
Piccola nota a questa edizione. La Phoenix aveva deciso di pubblicare Murder on the Leviathan prima di Turkish Gambit, segnanando il primo come secondo romanzo della serie e l'altro come terzo. Una scelta senza senso, a mio avviso, ma se potete comprate le Phoenix più recenti, che hanno anche delle copertine più belle e ci risparmiano il povero omino che subisce cambi di look e ci supplica con lo sguardo di salvarlo da queste grafiche imbarazzanti.