Se non associassi il libro al faccione bonario di Sordi e alla sua comicità, dopo aver letto venti pagine mi sarebbe venuta la pelle d'oca. Ovvio che poi, quando stai male e il dottore ce l'hai davanti, non credi affatto che ti consideri merce di scambio, ma per istinto di sopravvivenza ti affidi a lui e alla sua competenza. "E' solo un libro" pensi. Ma D'Agata - sono andata a leggerlo nella quarta di copertina - il medico l'ha fatto per davvero, quindi sa di cosa sta parlando. E racconta appunto di Guido, neolaureato in medicina, cinico e calcolatore fino allo spavento. Lui e la madre formano una assoluta "macchina da guerra", che ha pianificato l'ascesa sociale ed economica della famiglia fin dalla scelta della facoltà e che si accanisce ancora di più adesso che il pargolo deve ritagliarsi un posto tutto suo nel territorio degli avvoltoi in camice. La vocazione, a Guido, sta venendo forse adesso - forse - ma non è neppure troppo importante. Il punto è: sgomitare per accaparrarsi mutuati, fare le scarpe ai colleghi, lisciare dove più c'è convenienza e scegliersi una compagna giovane, ricca & bella che gli faciliti l'escalation. Teresa, povera, è buona solo per lavare i piatti, pagare cambiali e offrire cene - logico che vada tolta dalla circolazione a breve.
Non mi piace questa iena da ambulatorio. Preferisco di gran lunga il collega sfigato che se ne sta in laboratorio a sognare la ricerca o il Primario che ha una sua filosofia di vita da medico d'èlite di cinquant'anni fa. Guido è solo un robot, talmente poco appassionato e convinto di dover arrivare, che anche quando avrà raggiunto il suo obiettivo non sarà soddisfatto. Perchè come non è in grado di godersi la sua professione adesso, così non riuscirà ad entusiasmarsi una volta che sarà diventato qualcuno.