Si tratta della ricostruzione della terribile vicenda del “Naufragio sul Monte Bianco” del 1956, tramite la testimonianza degli amici dei due alpinisti e di chi ha partecipato alle operazioni di soccorso.
A tratti fin troppo dettagliato per chi, come la sottoscritta, è completamente digiuno di alpinismo. Certamente offre una visione a 360 gradi degli avvenimenti e lascia il lettore sgomento e amareggiato circa la gestione delle operazioni di soccorso.
Una vicenda che ha dell’incredibile e fa riflettere sia sulla pericolosità della montagna per l’estrema variabilità delle sue condizioni, sia sulla capacità di resistenza del corpo umano.
A pesare rimane il dilemma morale: giusto salvare chi si mette in una situazione di pericolo per raggiungere un obiettivo personale? Giusto mettersi a propria volta in pericolo per soccorrere queste persone? Giusto decidere di non intervenire tempestivamente e condannare a morte certa chi si trova in difficoltà?
È una storia di montagna che valeva la pena raccontare e Yves Ballu ha fatto un ottimo lavoro a mettere insieme le testimonianze e dare ordine agli eventi. Trovo che spesso i libri di montagna siano racconti su imprese agonistiche e/o sforzi di sopravvivenza individuali, o con pochi protagonisti di cordata, ambientati tra il freddo e i ghiacci nel silenzio e nella solitudine delle rocce. In questo libro Yves Ballu ricostruisce egregiamente le dinamiche di un’intera comunità, facendone un racconto inaspettatamente corale. Ho scoperto alcuni aspetti dell’alpinismo che non conoscevo: la competizione, la spavalderia ai limiti della spacconaggine, la goliardia. A volte l’ho trovato un po’ lento (anche necessariamente), altre volte mi sono smarrita nella marea di personaggi. Una storia che resterà con me.