Mettere insieme una classe di analfabeti per avere lo stipendio che una vecchia legge assegna ai "maestri magri", quei diplomati che non riescono a insegnare per penuria di allievi: questo il piccolo sogno che spinge Ariosto Aliquò, detto Osto, a lasciare la Sicilia per una terra ancora più povera, il Polesine, dove incontra Ines, moglie di un disperso in guerra. Attraverso l'avventura di Osto e Ines, due "irregolari" costretti a trasferirsi nel frenetico anonimato di un palazzone della cintura torinese, Gian Antonio Stella ci racconta la storia dell'Italia intera del secondo Dopoguerra, in bilico tra il dolore per la distruzione, l'entusiasmo per la ricostruzione e il presagio del boom economico. Un'umanità così eterogenea e reale da sembrare inventata; episodi fantastici presi dai cinegiornali, dalle cronache di provincia e dalle riviste. Paradossi confermati dallo stesso Stella quando fa dire a un suo personaggio: "A volte la realtà ha troppa fantasia".
Molto bella la ricostruzione storica e la freschezza narrativa della prima parte. Purtroppo il personaggio del maestro scolora di pagina in pagina, fino a divenire niente più che un riferimento per agganciarvi i fatti di cronaca.
Il finale è deludente, sganciato dalla narrazione e anche un po' stucchevole.
È strano ma mi manca come eravamo nel tempo narrato nel libro. Tutto ciò è assurdo perché sono nata negli anni settanta e quindi non li ho proprio vissuti gli anni del libro... Tant'è! Ovviamente non sento nostalgia per la mentalità chiusa e bigotta nella quale si sono trovati invischiato i protagonisti.
Figlio di un tappezziere puparo che dopo uno sgarbo involontario a un boss mafioso si è visto incendiare il teatro, Osto emigra dalla Sicilia in una terra ancora più povera, il Polesine: cerca di rastrellare gli scolari necessari a guadagnare, in base a una vecchia legge, il diritto a quello stipendio ridotto che spetta ai "maestri magri".
Lì conosce Ines, una giovane vedova di guerra. E lì, in un mondo sospeso tra la terra e l'acqua, nasce un amore forte, malinconico e allegro
Questo romanzo mi ha fatto scoprire la storia dell'Italia dal punto di vista delle persone comuni.
Nonostante la storia non sia particolarmente avventurosa o ricca di colpi di scena, Stella è stato capace di creare dei personaggi verosimili (potrebbe trattarsi benissimo dei nostri nonni) ma mai piatti.
Incerto Stella sa scrivere molto bene, ed è appassionato conoscitore della cultura popolare. I personaggi da lui creati vivono di vita propria e balzano fuori dalla pagina grazie alla vividezza della sua prosa. Il difetto di questo romanzo è che imbocca molte strade ma non ne porta a termine nessuna. Il suo "maestro magro", maestro siciliano che si trasferisce al Nord per lavorare, ma nel Polesine per non allontanarsi dalla povertà, è circondato da un'umanità incredibilmente invadente. Alla fine l'unico personaggio che rimane fuori fuoco è proprio quello che ci interessa di più, il protagonista. La contestualizzazione storica è realizzata in parte tramite questo dispersivo mosaico di incredibili macchiette (nel senso buono del termine) in parte tramite la passione del maestro per la lettura e il collezionismo di ritagli di giornale. Il tutto suona un po' forzato e oltretutto non viene realizzato fino in fondo, ma in mancanza di altri difetti non sarebbe un problema. Ad abbassare il voto contribuisce anche un finale imbarazzante, unito alla storia della statuetta (chi ha letto il romanzo capirà) decisamente pretestuosa e a mio parere fuori luogo. Una lettura godibile e piacevole, ma Stella poteva fare decisamente di più!
Ma che bello questo libro! Un'Italia del dopoguerra ma che assomiglia tanto a questa. Gian Antonio Stella usa la storia di Oste e Ines per raccontare un Italia arretrata, appena uscita dalla seconda guerra mondiale e zavorrata dal Vaticano e i democristiani. Un bel libro, divertente nella seconda parte; per non dimenticare da dove veniamo, prima di capire dove vogliamo andare.