"Dico al mio compagno:
- Morirà presto, il mio albero.
Dice:
- Non faccia il sentimentale. Tutto muore."
Parte prima:
quello che pensi di capire di un libro non corrisponde quasi mai a quello che il libro vuole farti capire.
Ancora adesso, non sono sicuro che la mia interpretrazione sia corretta. Ho preso il libro, mi sono messo tranquillo a leggerlo. Ho impiegato tre giorni effettivi di lettura, perché non si può smettere realmente di leggerlo. Lo stile ha un incedere tale che ti lascia senza fiato, e l'unico modo per tornare a respirare è finirlo. Agota Kristof ricorda modo la tendenza stilistica degli scrittori americani postmoderni, minima ed essenziale. Con questa prosa asciutta e incalzante ci porta in un paese dell'est, in mezzo agli orrori di una guerra, presumibilmente la seconda guerra mondiale, a cui seguirà poi l'occupazione sovietica. Non posso spiegare nei minimi dettagli come sono giunto alla conclusione che l'elemento portante del romanzo è la solitudine, perché anticiperei eventi fondamentali. Fatto sta che all'inizio pensavo che il messaggio della Kristof fosse il semplice quadro della miseria umana in tempo di guerra, che non lascia mai scampo e penetra con forza nella vita di ognuno. Il primo volume che compone il romanzo è, infatti, inquietante, macabro, volgare e crudo fino all'inverosimile. Il secondo volume è triste e basta. Il terzo è commovente. Ed è nel terzo che ho pensato che fossimo tutti soli al mondo. Ho pianto due o tre volte, ora non ricordo bene, ma avevo addosso un'angoscia incredibile. Forse è il romanzo più triste che abbia mai letto. C'era un personaggio, Clara, che continuava a parlare del marito giustiziato ingiustamente da "loro", (i sovietici, immagino), e che non faceva altro che parlare di Thomas, suo marito, a chiunque intrattenesse una conversazione con lei. Clara amava solo Thomas. Lo amava anche dopo che era morto.
"- Oggi ho ricevuto una lettera. Una lettera ufficiale. È là, sulla scrivania, la può leggere. Mi comunica la riabilitazione di Thomas, la sua innocenza. "Loro" mi scrivono: "Suo marito era innocente, l'abbiamo ammazzato per errore. Abbiamo ammazzato varie persone innocenti per errore, ma ora tutto entra nell'ordine, ci scusiamo e promettiamo che simili errori non si ripeteranno". "Loro" assassinano e "loro" riabilitano. "Loro" si scusano, ma Thomas è morto! "Loro" possono risuscitarlo? "Loro" possono cancellare quella notte in cui i miei capelli sono diventati bianchi, in cui sono diventata pazza? Quella notte d'estate ero sola nell'appartamento, il nostro appartamento, di Thomas e mio. Ci stavo sola da molti mesi. Da quando avevano imprigionato Thomas, più nessuno voleva, poteva, osava venire a trovarmi. Ero già abituata a stare sola, non c'era niente di insolito nell'essere sola. Non ho dormito, ma neanche questo era insolito. La cosa insolita è che quella notte non ho pianto. La sera prima, la radio ha annunciato l'esecuzione di varie persone per alto tradimento. Tra quei nomi, ho chiaramente sentito il nome di Thomas. Alle tre del mattino, l'ora delle esecuzioni, ho guardato la pendola. L'ho guardata fino alle sette, poi sono andata al lavoro, in una grande biblioteca della capitale. Mi sono seduta alla mia scrivania, ero addetta alla sala di lettura. I colleghi, uno dopo l'altro, si sono avvicinati, li sentivo sussurrare: "È venuta!" "Avete visto i capelli?" Sono uscita dalla biblioteca, ho vagato per strada fino a sera, mi sono persa, non sapevo più in che quartiere della città mi trovavo, eppure conoscevo molto bene quella città. Sono tornata a casa in taxi. Alle tre del mattino, ho guardato dalla finestra e "li" ho visti: "loro" impiccavano Thomas alla facciata dell'edificio di fronte. Ho urlato. Sono venuti dei vicini. Un'ambulanza mi ha portata in ospedale. E adesso, "loro" dicono che era solo un errore. L'assassinio di Thomas, la mia malattia, i mesi d'ospedale, i capelli bianchi erano solo un errore. Allora che "loro" mi rendano Thomas, vivo, sorridente. Il Thomas che mi prendeva tra le braccia, che mi accarezzava i capelli, che mi teneva il viso tra le mani calde, che mi baciava gli occhi, le orecchie, la bocca."
Solitudine e mancanza, queste le due voci che emergono prepotenti dalle pagine del romanzo. Senza qualcuno che condivida i loro dolori e le loro sofferenze, tutti i personaggi non riescono ad andare avanti. Hanno bisogno dell'altra loro metà. Della moglie. Del marito. Dei figli. Del fratello, della sorella, della nonna, dell'amante. La guerra li ha distrutti, e ora sono soli. Si raccontano bugie l'un l'altro per andare avanti. Con le bugie riescono ad affrontare ogni giorno, fino a che non ce la fanno più o la morte decide per loro.
Parte seconda:
l'importanza di essere bugiardi.
Quando ero piccolo e stavo imparando a parlare, i miei genitori mi hanno insegnato che non si devono dire le bugie. E non è servito a niente. Come per tutti, immagino. Perché con le bugie a volte riusciamo a modellare la realtà. Non definitivamente. Ma un po' sì. Cambia per noi, si piega al nostro volere. Se la realtà è troppo brutta, ben vengano le bugie. Se la realtà ci fa impazzire, che piovano le bugie! Che cadano su ogni tetto e su ogni famiglia! Due terzi del libro della Kristof è una menzogna. Una bugia. Una montatura. Per rendere la vita migliore e per sopperire alla mancanza di qualcuno. Ci si inventa una vita intera pur di non stare soli. Stare soli è così doloroso. Stare soli è reale.
Interludio: quando non si è più soli, se sono passate decine di anni non ci rendiamo conto che la nostra solitudine è terminata, e quindi non riusciamo ad accettare la sua fine, tornando quindi a essere soli. Nel caso di partenza, la tristezza è generata dalla solitudine, quindi dalla mancanza di qualcuno, no? È possibile abituarsi alla solitudine se la si elegge a compagna della nostra vita inconsapevolmente, anno dopo anno, lodandola e odiandola, finendo per amarla. Non essere più soli sarebbe ancora più distruttivo che esserlo. Meglio tenersi la solitudine. Meglio non cambiare, quando al dolore gli siamo quasi riusciti a voler bene.
Fine interludio.
"Se uno ci pensa, non può amare la vita".
Parte terza:
intercambiabilità.
Lucas è l'anagramma di Claus. Claus e Lucas sono lo stesso nome. Sono due gemelli. Tra di loro c'è un legame presente fin dalla nascita, un legame che parte da cique lettere e prosegue con gli incubi. Se allontani Lucas da Claus, Claus sta male. Se allontani Claus da Lucas, Lucas sta male. Essi sono un'unica persona. Le due metà di ognuno di noi. Ma anche nelle loro vite non c'è altro che solitudine. Per combatterla, scrivono poesie, riempiono quaderni di scuola di menzogne, una bugia tira l'altra, tante bugie piano piano costruiscono una vita, un mondo. Sembrano volerci dire che il mondo stesso è una menzogna. Che noi abbelliamo tutto. Che tralasciamo la realtà e preferiamo vivere in sogni. Nei sogni non siamo soli. Negli incubi sì. Per sognare dobbiamo dire le bugie. Se le bombe cadono sulle nostre case dobbiamo dire le bugie. Se le bombe distruggono ciò che amiamo dobbiamo dire le bugie. Se ci distruggono le bugie, moriremo per il dolore. Ma finché abbiamo le bugie e la possibilità di confidarle a qualcuno e ascoltare le bugie di questo qualcuno, così, come uno scambio, allora forse saremo salvi.