Sull'uomo multiforme
Il titolo allude ad una stimolante traduzione di uno dei famosi epiteti di Ulisse: polytropon (πολύτροπον) che può essere reso con svariati vocaboli come "di multiforme ingegno" (Pindemonte), "ricco d'astuzie" (Calzecchi Onesti), "uomo multiforme" (Privitera), "del lungo viaggio" (Ciani), "dall'agile mente" (Quasimodo), "dai molti percorsi" (Ferrari).
Basta questa iniziale osservazione sulla poliedricità e stratificazione di significati di un solo termine per comprendere subito come la figura di Odisseo sia complessa e ricca di infinite sfumature - e Citati eccelle nel darci una rappresentazione di questo mito letterario di grande interesse e fertile di intuizioni.
Il libro è una sorta di rilettura dell'Odissea (a volte anche eccessiva, perchè non era forse necessario commentare ogni episodio ed ogni capitolo), in cui Citati, con prosa felice e coinvolgente, riflette su questo testo fondamentale per la nostra cultura e per il nostro pensiero.
Il prologo è forse la parte più interessante, dato che presenta il dualismo alla base dell'opera omerica: Iliade - Odissea, Achille - Ulisse, Apollo - Ermes. Si evidenzia così come Ulisse sia "l'eroe ermetico", figura molto più vicina a noi uomini "moderni" nella sua complessità e nel suo colore e si oppone ad Achille, eroe apollineo arcaico e semplice, unitario e unilaterale, mito di un passato che è ormai per noi irrimediabilmente remoto. Se Ulisse è tortuoso, Achille è diritto: se Ulisse inganna, egli è veritiero; se è Ulisse è colorato, egli è bianco .
E su questa dicotomia si fonda tutto il pensiero occidentale e la letteratura quale noi la conosciamo.
se, subito dopo l'Iliade, leggiamo l'Odissea, questo spettacolo teologico-mitologico scomparso o è andato in frantumi (c'è da notare che Citati aderisce all'idea che l'autore dell'Odissea è un "secondo Omero" date le consistenti differenze tra un'opera e l'altra)
Proprio nell'Odissea appaiono i primi stilemi letterari come la sospensione della risoluzione dei conflitti (quanto tempo passa prima che Ulisse riveli se stesso ad Itaca!), la narrazione parallela di diversi temi anche con incoerenze cronologiche (Telemaco, Ulisse, i Proci), i molteplici giochi di menzogne e racconti falsi che si susseguono ad Itaca. E c'è solo da aggiungere che Ulisse stesso diviene il simbolo dell'arte del racconto: avvince i Feaci, nella sua furia ad Itaca risparmia aedo e araldo, quasi si diverte ad inventarsi identità fasulle e ad ingannare gli interlocutori (fino all'episodio quasi straziante in cui mente a Laerte). Ed il rischio di davvero diventare Nessuno, quando si può essere tutti, sembra quasi emergere tra le righe in cui Ulisse si nasconde, si tramuta, si cancella....e forse l'epilogo cruentissimo che avviene sotto il segno di Apollo è anche un modo per respingere la perdita di identità, questo pericolo così moderno e quasi contemporaneo che già in Grecia cominciava a percepirsi.
Altra osservazione stimolate è quella sul nome di Ulisse: quando lo nega o lo nasconde (nella grotta di Polifemo, a Itaca) l'eroe se la cava ed evita le sventure, quando lo declama o si mostra eroicamente (nella dichiarazione dalla nave a Polifemo, affrontando Scilla) si mette nei guai - e da queste vicende impara il mimetismo e l'ermetismo (arte sacra del dio Ermes) che gli saranno cari nel ritorno a Itaca.
Molto interessanti anche le sezioni in cui Citati riflette su destino e libertà di scelta dell'uomo, un tema complesso e non univoco, che si lega al famoso peccato di Hybris del quale i Proci, Egisto, i compagni di Ulisse si macchiano diventando colpevoli e meritevoli di punizione, anche nell'ottica di un destino già scritto (ma forse non inevitabile, come potrebbe sembrare dalle parole di Tiresia nell'Ade).