Intorno alla metà del sedicesimo secolo l'Europa, dilaniata al suo interno da guerre politiche e religiose, pareva ormai destinata a soccombere alla crescente egemonia dell'impero ottomano. Ma nel 1566 Antonio Michele Ghislieri, un semplice monaco domenicano, fu elevato al soglio pontificio con il nome di Pio V. Inquisitore inflessibile e paladino della Controriforma, il nuovo papa fu artefice di un vero capolavoro: la Lega santa, una sorta di "patto mediterraneo" che riunì sotto il segno della Croce tutte le potenze cristiane. Dimentiche per la prima e unica volta dei rispettivi egoismi, esse costituirono una grande flotta multinazionale che il 7 ottobre 1571 nelle acque di Lepanto ebbe la meglio sulle forze navali turche.
22/04/2020 (***) Letto a seguito del colossale saggio barberesco (nel senso di Alessandro, che qui si fa presto a confondersi data la tematica), a cui rimando: Lepanto. La battaglia dei tre imperi. Nulla a che vedere come profondità di analisi, raccolta di fonti, esposizione dei dati, completezza del quadro generale e particolare. D'altra parte, sono 200 pagine a carattere normale di un bravo giornalista contro 800 pagine fitte fitte del miglior storico italiano vivente. Devo però dire che Petacco si leggeva, e si legge, bene e con gran piacevolezza, e tutto sommato il quadro complessivo raccontato e il grosso degli avvenimenti corrisponde a quanto riportato dagli storici veri più autorevoli (tipo Barbero).
Ci sono tre cose che non mi garbano molto del divulgazionismo a taglio giornalistico di Petacco. Il primo è un eccessivo compiacimento nel cazzeggio da rotocalco, che per la quasi totalità è formato da clamorose panzane prive di fondatezza (la Rossellana, favorita di Solimano e madre del buon Selim II, diventata inopinatamente toscana; il presunto tentativo veneziano di avvelenare Gianandrea Doria - fine che, dato il comportamento tenuto prima e durante Lepanto, il nostro si sarebbe pure meritato; ecc): va detto che anche Montanelli, nella sua immensità letteraria, amava molto tracheggiare in tal senso.
La seconda è una certa trascuratezza nel dare per buoni numeri riportati da altri, e in particolare i dati sulla consistenza degli eserciti turchi forniti dai cronisti europei, smontati pezzo per pezzo dal sempre buon Barbero perché del tutto irrealistici per banali ragioni logistiche. Il problema è che agli occidentali faceva comodo mostrare un nemico invincibile e dalle risorse inesauribili, al fine di nascondere le proprie magagne (impreparazione, approssimazione, incapacità). E invece i Turchi in sostanza cavarono sangue dalle rape pur di mettere in acqua la flotta che venne disintegrata a Lepanto (anche se l'anno dopo ne rimisero in acqua una di dimensioni simili, ma quasi senza marinai e con navi di infima qualità). Altri dettagli, tecnici, sono sbagliati: le caratteristiche delle galee turche non differivano affatto rispetto a quelle occidentali (gli unici a avere navi uniche erano i veneziani, e non necessariamente migliori di quelle turche o "ponentine", cioè degli stati del Mediterraneo occidentale); l'armamento che avevano a bordo gli occidentali, e in particolare i veneziani, era molto più cospicuo di quel che si afferma qui; le fortificazioni di Famagosta non erano affatto inespugnabili, tanto che il comandante dei difensori, Astorre Baglioni, si era lamentato in una lettera spedita a casa della loro arretratezza (una delle ultime, dato che poi il coraggioso capitano ci rimise la testa. Niente comunque rispetto a Bragadin. Povero Bragadin). Eccetera.
La terza cosa è una certa malcelata acrimonia verso gli Ottomani e l'Islam (il libro uscì - non a caso - a ruota della crisi di inizio millennio innescata dall'11/09 - bei tempi quando le crisi epocali erano due aerei che facevano crollare altrettante torri invece di una spaventevole epidemia globale). Lungi da me difendere il Turco, che di efferatezze ne ha combinate parecchie (ma non peggiori di quelle perpetuate dagli occidentali cristiani, che ammazzavano altrettanto cruentemente e con piacere). Anche al netto di quanto subito dal povero Bragadin a Famagosta. I piatti della bilancia fra Cristianità e Islam, insomma, si equilibrano. E la superiorità degli Ottomani nel XV e nel XVI secolo era dovuta essenzialmente a tre cose, che vanno riconosciute: meritocrazia, vitalità, innovazione. Declinate queste cose, e nonostante un impero smisurato, si è visto poi cosa ne è stato del Gran Turco, tenuto in vita artificialmente dagli europei per 200 anni fino al Novecento.
Diminuisco a 3 le stelle, ma rimane comunque godibile e consigliabile come lettura. -------------------------------------------------------------------- [2006 - ****] Probabilmente il migliore fra i saggi di Petacco: scorrevole, molto interessante, anche ben documentato nonostante qualche fatterello - di per sè assolutamente marginale - sia trattato con dubbi riscontri: ma d'altra parte questo è un racconto divulgativo, non un saggio scientifico di storia, e questi insignificanti dettagli non inficiano la qualità, ottima, del lavoro...
La storia romanza di Arrigo Petacco Adoro gli scritti di Petacco, perché è in grado di romanzare fatti, persone, elementi tecnologici e sociali e di condensarli in un libretto che rimane molto godibile. La Battaglia di Lepanto, questo libro non si discosta granché dal tema. Al limite si perde un attimo a descrivere Solimano il Magnifico, la caduta di Costantinopoli e la fine dei romani d'oriente (e noto con orrore - si fa per dire - che "bizantini" appare almeno un paio di volte nel testo), la caduta e i massacri delle fortezze dei templari a Malta. In mezzo ai fatti, ogni tanto ci si sofferma ad analizzare usi e costumi.
Πολύ ενδιαφέρον βιβλίο που πρακτικά περιγράφει την ιστορική ναυμαχία της Ναυπάκτου μόνο προς στο τελευταίο της κεφάλαιο και αναλώνεται λεπτομερώς στην πορεία προς αυτήν, από την άλωση της Πόλης και την ραγδαία επέκταση των Οθωμανών προς την κεντρική και δυτική Μεσόγειο.
Un ottimo libro. Peccato che riprende tantissimi spunti dal libro di Beeching. Se avete letto il libro di Beeching la lettura di questo libro non sara necessaria.