Un ottimo saggio sull'architettura italiana del Rinascimento, da Brunelleschi fino ai manieristi e ai primi vagiti del barocco: un periodo di tempo che abbraccia due secoli e mezzo, culturalmente talmente importanti per tutto l'Occidente da essere modello e fondamenta per tutto quello che venne dopo.
Il Rinascimento delle arti figurative fu, prima di tutto, riscoperta dei modi antichi (che in realtà, in Italia, non erano mai venuti meno, essendosi trasmessi nei secoli attraverso le forme e le masse imponenti del romanico oltre che da rovine sparse sostanzialmente ovunque nelle nostre città, che non vennero mai abbandonate - con rare eccezioni - nell'alto medioevo). La competenza tecnica dei costruttori permise un recupero letterale delle forme architettoniche classiche (e per classiche, in Italia, si intendeva romane) nonché a un - parziale - recupero dei metodi di composizione strutturale antichi, almeno per quel che concerne l'utilizzo di masse pesanti e andamenti orizzontali che già il romanico aveva fatto sue proprie.
Tutta la differenza fra le architetture quattrocentesche e quelle precedenti, oltre alla eradicazione delle forme gotiche, la fece la riproposizione letterale delle forme esteriori classiche, l'utilizzo degli ordini e dell'arco a tutto sesto soprattutto (e le varie combinazioni che di questi elementi si potevano fare segnarono il passaggio da una fase all'altra: dal rigoroso formalismo, quasi archeologico, dell'Alberti e del Bramante alle complicate evoluzioni stilistiche dei manieristi che, sulla scia del grande Michelangelo, scavarono il solco per quello strano stile che è stato il barocco, disgraziatamente proliferato poi ovunque con la Riforma).
Il saggio, degli anni Sessanta, non risente dell'età. E' molto leggibile, ma richiede una certa preparazione tecnica di base, altrimenti fra una lesena scanalata e una colonna ionica binata il lettore normale non ci capisce quasi nulla. Dal mio punto di vista privilegiato - cioè di uno che queste cose le ha ben masticate e digerite nei suoi sfavillanti trascorsi accademici - posso dire che è davvero un ottimo saggio.
Due cose per chiudere. La prima è una banale riflessione sulle umane cose, che l'architettura riflette perfettamente nel suo fluire: una cosa viene alla luce, mai scoperta ma sempre ri-scoperta, evoluzione di analoghe ricerche del passato; quindi se ne cerca l'essenza e la struttura essenziale durante il processo atto a assumerne pieno controllo; poi, comprese le basi, la si codifica in uno schema rigoroso e poco - o per nulla - duttile e sempre fortemente dogmatico; infine qualcuno, non soddisfatto dall'imbalsamazione che ne è derivata, smuove le acque, critica le basi date da tutti per scontate e attua modifiche o evoluzioni quasi eretiche; al tramonto del sistema, l'eccezione dell'eretico diventa la regola, la rigidità formale non esiste più e tutto (o quasi) è concesso nella distruzione - generatrice di vita, alla fine - del sistema imperante, che viene sostituito col tempo proprio da ciò che lo ha spazzato via come nuovo dogma. Così l'architettura italiana passò dal rigorosissimo formalismo dell'Alberti al genio eretico e distruttore di Michelangelo (e di Raffaello) fino al figlio rigenerante dei discepoli del Buonarroti -i manieristi - ossia il barocco.
La seconda è che il Rinascimento dell'architettura fu un percorso sostanzialmente estetico, basato sull'equilibrio tra le parti, sulla simmetria e sull'innegabile perfezione delle forme classiche; a livello costruttivo e ingegneristico, i pur grandissimi architetti dell'epoca nulla capirono dell'essenza dell'arte costruttiva romana (con l'eccezione, ma solo parziale, di quel genio assoluto che fu Brunelleschi).
Fu un grande bluff, insomma, in cui pochi capirono realmente qualcosa ma che, per caso, diede vita all'arte simbolo e fondamento della cultura occidentale moderna.