Prendete un corpulento detective irlandese che, come lavoro principale, gestisce un bar in Minnesota (chi meglio di un barista, abituato al biascicare degli ubriaconi e ai discorsi dei reietti della città, può infatti riconoscere una bugia quando la sente?). Prendete una turbolenta città in cui, nel mezzo della Grande Guerra, fervono i preparativi di grandi sommosse da parte di rivoluzionari e anarchici. Prendete poi il delitto impossibile di un magnate della finanza in un appartamento sorvegliato e sbarrato dall'interno e, perché no, anche due o tre personaggi iconici del mondo gialli, tra cui Holmes, Fell, Merrivale e Bencolin. Uno di quei sogni strani che di solito si fanno? Forse, ma è anche la trama della bizzarra e piacevole opera di Larry Millett "The Magic Bullet" (2010).
"The Magic Bullet" è un romanzo particolare, che si situa a metà strada tra un pastiche holmesiano e un mystery classico con un taglio più moderno e crudo, affine talvolta all'hard-boiled e al noir per temi quali la corruzione, il sesso e la collusione della politica nelle indagini. Si ha più volte la sensazione, straniante e bizzarra, di star leggendo un Doyle più prolisso che ha accolto la lezione narrativa di Carr e Pronzini, con atmosfere più realistiche e cruente, una detection più onesta con il lettore e un deciso gusto per la suspense e l'azione.
Un insieme alquanto inusuale che, tuttavia, riesce a divertire e avvincere.
L'opera si avvia subito nel momento clou dell'omicidio, con la concisione e la rapidità tipiche della scuola americana: siamo a St. Paul, cittadina del Minnesota, nel 1917, proprio quando l'America ha deciso di intervenire nella guerra che sta devastando l'Europa.
Artemus Dodge, il più ricco finanziere della costa occidentale, viene ucciso con un proiettile nella testa nel suo ufficio situato nel suo appartamento al trentesimo piano della Dodge Tower, il palazzo più alto della città, nonché sede della sua proficua attività.
La sua morte, già foriera di grandi titoli in prima pagina su tutti i giornali nazionali, è ancora più sconcertante per il fatto che sia avvenuta in uno spazio chiuso dall'interno e sorvegliato.
Dodge infatti, già vittima di un precedente attentato pochi mesi prima, aveva fatto costruire nell'attico un appartamento assolutamente inespugnabile: internato rispetto al resto del palazzo per evitare di entrare nel raggio di eventuali cecchini, dotato di una porta d'ingresso che solo i caveau delle banche posseggono e protetto da un rigido sistema di allarme.
Eppure tutto questo non è bastato a proteggere la vita del magnate. La polizia, capitanata dall'arrogante Mordecai Jones, ha un grosso peso sulle spalle, avendo il compito di assicurare alla giustizia l'astuto assassino di una personalità così influente, la cui morte potrebbe innescare gravi disordini nella città. Dodge era infatti tra i principali sostenitori della guerra e il suo patriottismo lo aveva fatto finire più volte nelle mire dei ribelli, specie di Sidney Berthelson, che aveva tentato nei suoi confronti un attacco dinamitardo perdendo la vita solo per un malfunzionamento dell'ordigno.
Ad aiutare le forze dell'ordine viene chiamato anche il brillante detective Rafferty Shadwell, affiancato dal fido assistente Thomas Washington. Il caso si presenta complesso sin dall'inizio: la porta sul luogo del delitto era infatti chiusa dall'interno e l'unico altro accesso, da utilizzare solo per le emergenze, se aperto sarebbe stato impossibile da richiudere, come invece è apparso quando i suoi collaboratori hanno cercato di entrare nell'appartamento. L'unica possibilità sembra essere la finestra posta dietro al punto dove Dodge è stato rinvenuto cadavere: sebbene fosse chiusa, non era serrata dall'interno come le altre. Che un cecchino abbia sparato da uno dei palazzi delle zone? Tuttavia la finestra è protetta da una griglia in ferro molto stretta, la Dodge Tower è l'edificio più alto della città e, soprattutto, nel vetro della finestra non è presente alcun foro di proiettile. Che questo avesse attraversato la materia come per magia?
Inoltre Rafferty deve confrontarsi con i colleghi e parenti spesso reticenti del defunto: dal suo assistente J.D. Carr (sì, avete capito bene), dai modi tanto subdoli e misteriosi da venir soprannominato "he who whispers" (e sì, avete capito bene ancora una volta), al figlio Steven, capo delle finanze della ditta dal carattere libertino e svogliato, alla nuova e giovane moglie Amanda, la cui bellezza è pari solo alla sua brama di denaro, all'insondabile Alan Dubois, dipendente fidato negli affari azionari. Tra intenzioni losche, personaggi ambigui, sommosse cittadine violente, terroristi in agguato e un sistema politico oppressivo e corrotto, Rafferty dovrà faticare prima di trovare la verità. Impiegando tutti i mezzi a sua disposizione e dovendo ricorrere persino al più grande degli investigatori, Sherlock Holmes.
"The Magic Bullet" sembra un assemblaggio di elementi talmente eterogenei da far credere di non poter mai funzionare, eppure proprio la sua stramba commistione di generi, citazioni e situazioni apparentemente discordanti rende queste pagine piacevoli e accattivanti.
Millett parte dal retroterra doyliano, con un ambientazione retrò e una trama basata su eventi avventurosi, bizzarri, a volte anche sensazionalistici (proprio come avviene del resto in storie come "Uno scandalo in Boemia" o "Il segno dei quattro"), impostando altresì la sua trama nel medesimo mondo narrativo dello scrittore britannico: Holmes e Watson infatti, seppur non presenti fisicamente, avranno un ruolo non indifferente nella risoluzione dell'omicidio di Dodge.
Nonostante l'indubbio collegamento al mondo avvincente del segugio di Baker Street, Millett rende più realistica la sua storia attraverso molteplici descrizioni e dettagli storico-politici dell'America del tempo, i quali spesso s'intrecciano indissolubilmente all'enigma.
Corruzione, malumori sociali e dissensi politici entrano prepotentemente in queste pagine, restituendo un'immagine di una realtà caotica, complessa, estremamente dissimile dall'universo borghese e statico tipico del giallo degli albori: la commissione speciale per scovare ribelli, capitanata dal cinico e dittatoriale McGruder, ostacolerà non poco le indagini; le rivolte fomentate da Samuel Berthelson sono sotterraneamente connesse con il piano del colpevole e saranno al centro delle indagini sul delitto di Dodge.
Subentrano dunque temi scabrosi, come anche quelli della sessualità spinta, delle manovre illecite esplicite, che più che a Doyle, rimandano a un romanzo più moderno, più consapevole dei mali endemici che spesso ammorbano nelle viscere le grandi città americane. In ciò siamo più vicini all'hard-boiled, a un modo diretto e non edulcorato di vedere la realtà.
Si nota la distanza tra la Londra vittoriana e apparentemente dignitosa e la caotica e squassata America anche nell'ambientazione metropolitana, fatta di palazzi enormi, locali squallidi ed edifici fatiscenti.
L'autore inoltre ha voluto rafforzare poi l'impronta di realismo storico attraverso l'espediente iniziale del fittizio ritrovamento di documenti relativi al caso, un po' come hanno fatto Manzoni e Eco: in questo modo dà verosimiglianza alle vicende, accentuata già dai reali avvenimenti storici che si mescolano vicendevolmente con la finzione letteraria, e legittima l'esistenza di Holmes e altre creature letterarie. Una sorta di omaggio quindi, con cui si vuole dimostrare quanto queste storie siano state sentite come reali dai lettori per secoli, come esse facciano ancora parte della vita di molti di noi, tanto da volerci illudere che siano realmente accadute.
Millett crea una narrazione frammentata, basata su un'alternanza continua, frenetica di punti di vista e scenari, di prospettive che di volta in volta si focalizzano su pensieri e azioni di personaggi differenti, sondando le loro colpe e i loro atteggiamenti infidi. Questo vortice narrativo, questa segmentazione caleidoscopica della storia ingloba gradualmente un denso alone di sospetto, che alla fine diventa intollerabile, parossistico.
Millett utilizza la tecnica cara alla Brand di accentuare i sospetti, distribuendo a destra e a manca moventi solidi per ognuno dei protagonisti. Ma a differenza dell'autrice, che in maniera subdola e maliziosa sfocava i fatti e lasciava che il lettore trasformasse le ambiguità in ipotesi fallaci e ingannevoli, qui l'approccio è più diretto: si mostrano chiaramente le oscurità dei personaggi, fatto che, per quanto diminuisca sensibilmente la tensione, crea una tale sovrabbondanza di motivi per uccidere da risultare un'ottima misdirection. Insomma, se, come diceva Chesterton, una foglia risulta invisibile in una foresta, un crudele assassino è più difficile da scovare in un covo di approfittatori, arrivisti e disonesti.
Inoltre i continui stacchi, spesso con cliff-hanger forti o salti temporali improvvisi, conferiscono alla narrazione una dose crescente di suspense e un ritmo rapido, frenetico.
Per quanto concerne l'enigma, evidente è l'omaggio a Carr, che, diversamente dalle apparenze, non si arresta alle sole citazioni di personaggi (sono presenti anche Merrivale e Bencolin come figure secondarie, anche se non come detective ma persone comuni) o titoli di libri, ma arriva sino alla costruzione della trama gialla: l'enigma infatti altro non è che la fusione di tante dinamiche prese qua e là dalla proficua e brillante produzione del Maestro. Insomma, di Carr non si butta via niente.
La camera chiusa, infatti, è una variazione leggera di un suo famoso romanzo con H.M., sebbene sia molto più tecnica e dunque meno efficace. Il colpevole, del resto, è piuttosto facile da scoprire, anche se non sono presenti grandi indizi in merito.
Dunque "The Magic Bullet" è un pastiche holmesiano divertente, con tocchi urbani e valide descrizioni storiche e con un enigma gradevole anche se abbastanza tecnico.