78.08 è una narrazione che ricorda come La Febbre del Sabato Sera (di cui si celebra quest'anno il trentennale) abbia segnato in maniera irreversibile la società occidentale del tempo. Basandosi sui propri ricordi e sul rapporto con la figlia sedicenne, in sette capitoli intitolati ai sette brani più famosi del film il protagonista Antonio mette a confronto il 1978 con il 2008. Nell'azione, ambientata a Milano, intorno al quarantaseienne Antonio, esponente di una generazione che non ha mai preso una posizione netta, ma ha subito insulti da qualsiasi fazione, compare una folta schiera di caratteristi del nostro tempo.
Come scrittore ha pubblicato tra i numerosi libri Andy Warhol era un coatto (Castelvecchi 1994), Charltron Hescon (Einaudi Stile Libero 1999), Neoproletariato (Castelvecchi 2002) e Il piccolo isolazionista (Castelvecchi 2006). Attivo autore televisivo, ha inoltre condotto per due anni una originale rassegna stampa mattutina su Play Radio.
Come mi ripromettevo da tempo, ho riletto 78.08, il libro di Tommaso Labranca, trovandovi lo stesso interesse di quando lo lessi la prima volta vari anni fa (non ricordo quando ma all’epoca, evidentemente, non scrivevo ancora sistematicamente su Anobii).
Premesso che, come si sa, e come ho scritto in altre recensioni (il suo saggio “Chaltron Hescon” e la sua biografia redatta da Claudio Giunta) la maggior parte della sua opera è di tipo saggistico e pubblicistico, e che buona parte di essa, a causa dell’aleatorietà degli strumenti su cui era basata (pagine web scomparse, riviste autoprodotte) è perduta, questa è certamente la sua unica e vera opera letteraria. E c’è da rammaricarsi per la sua unicità, perché è un piccolo capolavoro.
Abbiamo a che fare con alcuni giorni della vita di Antonio Maniero, un intellettuale umanista che vive di piccoli e insulsi lavoretti (ripetizioni a ragazzi zucconi presso una specie di CEPU, redazione di dispense e ricerche spesso per conto terzi) e che ha subìto l’ilare paradosso di essere un quasi-omonimo di Tony Manero, il celeberrimo protagonista del film “La febbre del sabato sera” impersonato da John Travolta. Antonio Maniero, ovviamente perseguitato da questo fatto, e altrettanto ovviamente una specie di alter-ego dell’autore, parla in prima persona della sua vita mentre corre da un impegno all’altro, fermandosi a ogni bancomat per verificare se il bonifico che aspetta sia arrivato, gestendo le paranoie di sua madre, la Vianello (nessuna allusione alla famosa coppia dello spettacolo o forse sì), e inanellando una serie di personaggi tutti iconici e azzeccatissimi: la figlia adolescente Laurapalmer (si chiama veramente così), obesa studentessa di un inutile istituto di arti grafiche, con la quale ogni comunicazione è impossibile, a parte quella sul cibo; Vitty, il suo amico del cuore (non altro perché lui pensa di essere gay), altrettanto obeso, orientale adottato, anche lui studente dell’istituto di cui sopra e che asserisce di essere in potenza uno stilista, cosa per la quale parte per Londra dove andrà a stare presso conoscenti probabilmente immaginari ma che lui insiste a pensare siano veri, per sfondare e farsi una vita; Donna uno e Donna due, che corteggiano insistentemente Maniero il quale cerca di tenerle accuratamente lontano, la prima fissata coi balli caraibici, la seconda piena di ecologismo e movimentismo progressista, pronta a battagliare per le cause degli ultimi di tutto il mondo ma senza mai uscire dalla cerchia dei Navigli; il Barracuda, un bocconiano mitomane e parassita che cerca di sfruttare sistematicamente tutti per realizzare risparmi marginalissimi, tipo costringere Maniero a una sveglia antelucana per accompagnarlo in aeroporto per un volo su Brindisi da dove raggiungerà la natìa Calabria natìa con vari altri passaggi a scrocco.
Questo è lo scenario, suddiviso in capitoli che portano i titoli delle canzoni del film. In mezzo le riflessioni di Antonio Maniero, che analizza il mondo in cui si trova a vivere, paragonandolo sistematicamente con quello raccontato nel film, sempre in bilico tra disperazione ed ironia. Tra l’altro, ad un certo punto si scopre che “La febbre del sabato sera”, che come qualcuno ricorderà aveva pesantemente condizionato l’immaginario e i comportamenti di buona parte del mondo civilizzato ai tempi, era nato in seguito a un articolo di giornale che analizzava i comportamenti dei giovani di Brooklyn, peraltro inventandosi praticamente tutto. Ne emerge un mondo, quello del 2008, disperato, che vive di sogni e speranze basate sul nulla, danzando su un impoverimento e una perdita di coordinate del tutto assenti nel film, in cui una sorta di speranza di riscatto, di prospettiva di una vita migliore era comunque presente, e non solo nel fatto di essere i migliori sulla pista della discoteca. Alla fine, viene da chiedersi: dal 2008 sono passati 16 anni, pressappoco la metà di quelli che lo separavano dal 1998. In cosa è cambiato il nostro mondo, rispetto a quello raccontato in questo libro? Risposta: praticamente in nulla. E’ vero, non si sono più i servizi di loghi e suonerie che spennavano sistematicamente Laurapalmer e il suo amico, non c’è più Myspace ma ci sono Facebook (che credo stesse nascendo proprio allora), Instagram e Tiktok (Youtube invece c’era già); non c’è più msn e gli sms non li usa più nessuno ma ci sono Tinder e Whatsapp; oggi non ci sarebbe più bisogno di fermarsi al bancomat per vedere se è arrivato il bonifico ma basterebbe consultare l’app. Però l’impianto generale è lo stesso, anzi peggiorato; l’illusione di essere cosmopoliti perché si macinano informazioni in tempo reale provenienti da tutto il mondo, si padroneggiano (male) due o tre lingue e si può volare ovunque o quasi per pochi euro; sentirsi ricchi anche se si è quasi poveri e si gode di fittizie rendite di posizione, sentendosi migliori grazie al proprio impegno civile (entrambe le cose sono riferite alla Donna due); strutture industriali riadattate a terziario avanzato, sedicenti manager che esortano al rischio e all’impegno individuale, precarietà a pacchi, nessuna speranza di una stabilità e di uno sguardo in avanti che vada oltre il futuro immediato. Insomma, finisce che uno diventa nostalgico del mondo un po’ gretto ma ben strutturato e senza sfocature di Tony Manero. E sembra che questo un po’ accada ad Antonio Maniero, pur essendo consapevole che quel mondo rimane comunque una finzione.
Tre giorni nella vita di Antonio Maniero, malmostoso quarantaseienne milanese la cui esistenza è stata segnata dalla quasi omonimia con Tony Manero, l'eroe danzereccio del film La febbre del sabato sera. La trama è un pretesto per presentare una carrellata di mostri tipici della contemporaneità - ragazzini arroganti e confusi, bocconiani ignoranti e esterofili, velleitarie signore terzomondiste e così via - e per imbastire una serie di paralleli tra il Ventunesimo Secolo e gli anni Settanta della Saturday Night Fever. Non sempre il passato esce vincitore dal confronto - la carta di credito è una gran comodità... - ma in generale il giudizio sul presente è impietoso.
Non posso assegnare meno di quattro stelle a uno dei romanzi che ho riletto più volte in tutta la mia vita. Labranca è sempre Labranca: scorrevole ma non sciatto, spesso discutibile ma mai banale, capace di tessere una fittissima ragnatela di riferimenti che spazia dal cinema alla moda, dalla lirica al pop, dalle arti figurative al design. Se conosco artisti come Sottsass e Giacometti lo devo a lui e in particolare a questo libro.
E allora perché quattro stelle e non cinque? Perché, ribadisco, Labranca è sempre Labranca: quindi una penna di raro talento, ma un sedicente intellettuale di dubbia lucidità. In questo caso la critica sociale si traduce in un'invettiva così caustica e onnicomprensiva - giovani, vecchi, poveri, ricchi, laureati, incolti, non si salva davvero nessuno - da far sorgere il dubbio che l'autore stia semplicemente proiettando sul resto del mondo una crisi privata.
Inoltre: l'impressione è che Labranca non si fidi dei suoi lettori e, in definitiva, neanche di se stesso. Nella foga di attaccare l'intero universo, non si accontenta di dipingere personaggi stupidi o ipocriti o irritanti, cosa che peraltro gli riesce benissimo; sente il bisogno di precisare perché dovresti trovarli stupidi e ipocriti e irritanti, col rischio di risultare ripetitivo e didascalico. È come uno che ti racconta una barzelletta e alla fine, per paura di non vederti ridere, te la spiega.
Infine: qualcuno si è accorto che 78.08 è anche, se non soprattutto, un lungo what if? Antonio Maniero è chiaramente un Tommaso Labranca alternativo, che si è sposato, ha avuto una figlia, ha divorziato e ha scelto la carriera universitaria, e malgrado tutto ciò è ancora il Labranca bilioso di sempre. L'intero libro si può leggere come la risposta a una domanda: se avessi preso strade diverse, oggi sarei più felice?