Dragan è un bambino. Un bambino rom. Bisogna schedarlo, prendergli le impronte. Come a tutti gli stranieri che invadono il nostro paese e le nostre città. Il razzismo non c’entra. È che bisogna tenerli sotto controllo, rispedirli a casa prima che ci infastidiscano ai semafori, rubino nelle nostre case, stuprino le nostre donne. Perché la nuova parola d’ordine dei nostri politici, da destra a sinistra, è «sicurezza». Non c’è quotidiano o telegiornale che non tenga a specificare la nazionalità o l’etnia del criminale di turno – rumeno, albanese, marocchino – quando invece andrebbero ricordate le vittime più recenti dell’immigrazione clandestina e del razzismo strisciante nel nostro paese. Eppure noi italiani, «brava gente», qualche decennio fa eravamo proprio come «quelli lì», guardati con sospetto, maltrattati, offesi, quando cercavamo lavoro e fortuna all’estero. La storia non ci ha insegnato proprio nulla, sembra dirci Marco Aime, e allora certe cose bisogna ripeterle, e ripeterle ancora, perché la macchia della razza scolori, per poi un giorno sparire per sempre.
"Io non sono razzista", "Io non ho nulla contro gli stranieri". Quando senti qualcuno che inizia così, lascia perdere, Dragan, vattene via. Perchè alla fine di quelle frasi ti attende quell'attimo di sospensione, che precede il MA, che annuncia un però. Passa attraverso queste puerili autoassoluzioni la nuova frontiera dell'ipocrisia. Il trincerarsi dietro la propria dichiarata insospettabilità, la propria correttezza politica, per poi inanellare la litania delle contraddizioni".
"Molte volte non è un problema di razza, ma di gente che lotta per le stesse, poche, scarse risorse. Odi l'altro non perchè è altro, ma perchè è o credi che sia contro di te. Accade spesso tra chi ha paura e può persino essere comprensibile. Ma ora non è così. Ora c'è anche odio fine a se stesso, c'è un bullismo razziale ignorante e senza alcuno scopo se non di riempire il vuoto emotivo di certa gente e le urne di schede per certi politici fomentatori. Il razzismo è una malattia sottile, scava nei cuori della gente, cancella pezzi di memoria, deforma lo sguardo. Non è il razzista che mi spaventa, Dragan, sono gli altri a fare paura. Tutti quelli che sanno, che vedono e tacciono. I complici silenziosi. Guardano il tuo dito sporco di nero e... Nulla".
"Siamo riusciti ad abbattere le frontiere solo per fare circolare merci e denaro in ogni angolo del pianeta, ma noi, noi esseri umani ci siamo via via sempre più tribalizzati. Sempre più chiusi in una gabbia angusta, un guscio fragile che ci siamo costruiti per difenderci. Da cosa? Dalla paura di finire disciolti nel liquido dell'umanità. Dalla paura di perdere quel recinto a cui aggrapparci, a cui appoggiarci per guardare fuori, furtivamente e con diffidenza. Come si guarda dallo spioncino per individuare i visitatori indesiderati".
Potrei riportare decine di altre citazioni da questo saggio di Marco Aime per far capire quanto questo libricino sia secondo me importante, anzi necessario. Si tratta di un saggio estremamente critico verso la società di oggi, verso noi italiani in particolare, scritto con crudezza, coraggio e senza peli sulla lingua. Aime non ha paura di fare nomi e cognomi, sbugiarda anche politici importanti criticando aspramente soprattutto le loro parole vuote e stereotipate. Tutto nasce dal piccolo Dragan, un bambino rom che è il destinatario di questo saggio-lettera, al quale viene chiesto di intingere il suo piccolo dito dell'inchiostro per prendere le sue impronte e così "schedarlo" e mettergli addosso una sorta di etichetta. Proprio dallo sguardo perplesso del bambino che non riesce a smettere di guardare quella macchia nera sulle sue mani nasce questa riflessione di Aime, un fiume di parole irruento e, oserei dire, in alcuni tratti feroce. Aime è un antropologo e questo si evince da molte sue riflessioni, sa quello che dice e lo dice con chiarezza, senza giri di parole ed io mi trovo in linea con le sue idee. L'ho riletto due volte, l'ho sottolineato e ho riflettuto sulle parti che più mi hanno colpito e non facevo che ripetermi "cavolo se è vero quello che dici Aime". Certo è un saggio criticabile, le persone che si attestano su posizioni contrarie alle sue lo potrebbero tacciare di qualunquismo, di presunzione, di facile retorica, di essere anche in alcune parti semplicistico o addirittura troppo critico verso noi stessi, ma è qui che io ho rintracciato l'importanza di questa lettura: smascherare l'ipocrisia dietro la quale abbiamo imparato troppo spesso a nasconderci. Mi sono piaciute tantissimo le riflessioni sulle parole, anche quelle che all'apparenza sono portatrici di un significato positivo, come "tolleranza", "cultura" o neutro come "identità" possono invece nascondere sfumature più cupe e negative. Insomma io l'ho trovato illuminante e sicuramente recupererò altre sue opere. Una delle migliori scoperte dell'anno!
"Lo specchio si è appannato, Dragan. Chi si guarda dentro non vede più il volto del figlio d'emigrante, le rughe della povertà, la polvere del disprezzo, la ferita del razzismo. Dimenticati. Guarda nello specchio, compiaciuto, il suo viso ben rasato per non guardarsi attorno ed essere costretto a ricordare. Perchè la gente come te, Dragan, ci costringe a ricordare come eravamo".
Ho messo 3 stelline perché in alcuni punti mi è sembrato fosse troppo presente la prospettiva del "white saviour". Inoltre ho trovato molto problematico il fatto che l'autore, da persona bianca, utilizzi senza alcuna censura termini come zin*aro e ne*ro, peraltro in un libro come questo.
Tan humano, cercano, combativo, complejo y simple a la vez. Emociona, sobre todo por la nostalgia y rabia de haber ¿olvidado? en lo que nos (espero) hemos educado. Un MUST. Gracias @revoltosagijon por la recomendación