La duchessa di Leyra di Roberto Disma si presenta come un ideale e interessante “terzo atto” del Ciclo dei Vinti verghiano, capace di colmare il vuoto narrativo tra I Malavoglia e Mastro-don Gesualdo e di chiudere simbolicamente la storia, tornando infine là dove tutto era iniziato: ad Acitrezza. L’autore riprende e sviluppa i frammenti lasciati da Verga dell’omonimo romanzo incompiuto, rielaborandoli e inserendoli in una cornice storica ben definita, quella del Risorgimento.
La narrazione si muove su due piani temporali: tra il 1846 e il 1853, seguendo la prospettiva di Isabella, la duchessa di Leyra erede del patrimonio di Mastro-don Gesualdo; e nel 1862, attraverso lo sguardo di Nunzio Scipioni, coprotagonista. Proprio il cognome di Nunzio si rivela tutt’altro che casuale: Disma intreccia con abilità le genealogie dei Vinti, collegando Scipioni alla discendenza diretta di Gesualdo Motta e ricostruendo una linea familiare che conduce fino all’avvocato Scipioni de I Malavoglia, in un gioco di rimandi coerente e affascinante.
L’intreccio alterna due filoni principali: da un lato le vicende di Nunzio, coinvolto in un intrigo di spionaggio legato alla massoneria e alle tensioni politiche dell’Ottocento; dall’altro la parabola esistenziale di Isabella, incapace di emanciparsi dal passato e dal ricordo di Corrado La Gurna, intrappolata tra malinconia, gelosie e frustrazioni che conducono a un epilogo dal tono tragico, chiaramente ispirato a Cavalleria rusticana.
Isabella emerge così come un’ennesima “vinta”: una figura che, pur appartenendo alla nobiltà, non riesce a sottrarsi al destino di fallimento che attraversa l’opera verghiana, in un contesto storico segnato dall’ascesa della borghesia (rappresentata dai Florio) e dal declino dell’aristocrazia. Disma ribadisce così un tema centrale: il dolore e l’insoddisfazione non conoscono classi sociali, cambiano solo le forme, ma non gli esiti.
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