Siamo in Russia, sulle rive del Volga, in un anno non meglio precisato a cavallo tra l’ultimo decennio dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. La goffa Pelagija, giovane suora dotata di un acuto spirito di osservazione, riceve dal vescovo Mitrofanij il compito di indagare sulla morte dei preziosi bulldog bianchi di un’anziana zia. Il mistero viene presto ad intrecciarsi con dei brutali omicidi e la comparsa di un subdolo e pericoloso personaggio inviato dalla capitale per prendere misure rigide contro i vecchi credenti.
Ero partita con molte buone intenzioni, sapendo che tra le mani non avevo un libro che mi avrebbe fatta impazzire ma neanche uno di bruttezza allucinante. Mi aspettavo un romanzo leggero, adatto per passare il tempo tra una lettura impegnata e un’altra, invece ho ottenuto solo una gran delusione. Akunin cerca di ispirarsi ai romanzi ottocenteschi, affidando la narrazione a un narratore onnisciente interno alla comunità di Zavolžsk, ma soprattutto infarcendo il libro di digressioni la cui utilità è per lo più dubbia e non fanno che essere d'intralcio alla storia e alla concentrazione. Passi il raccontare la backstory di alcuni personaggi per fornire al lettore indizi, informazioni e sospetti, ma paginette di geografia e discussioni profonde tra vescovo e governatore che non hanno nulla a che vedere con la storia centrale risultano pesanti e superflue. Ci ho anche visto un tentativo di citazione a Dostoevskij, con l’ambiguo Budencov che riesce ad entrare nelle grazie delle persone di spicco della cittadina come il Pëtr Stepanovič Verchovenskij de I Demoni, ma il complesso era talmente sgangherato che non sono riuscita ad apprezzare e, anzi, il sospetto che il riferimento potesse esistere anche al di fuori della mia testa mi ha alquanto infastidita.
Ancora più irritante, però, è stato scoprire che Pelagija non è affatto protagonista del romanzo che porta il suo nome e che la scena è quasi interamente dominata dagli altri personaggi principali e anche dai secondari. Le precedenti esperienze con Akunin mi hanno insegnato a non aspettarmi mai nulla dai suoi personaggi femminili, che non sono esattamente il suo forte, e di Pelagija, infatti, sappiamo e vediamo talmente poco (o non abbastanza) che non riesco a capacitarmi che sia lei la protagonista della trilogia. Magari negli altri romanzi le cose migliorano, ma questo primo libro non ha fatto di certo voglia di andare su Amazon a cercare gli ultimi due. Probabilmente non aiuta neanche l’essere in media res, con Pelagija che ha già collaborato con Mitrofanij per risolvere altri misteri accennati en passant nel libro. Questi riferimenti ai miei occhi hanno reso Pelagija ancora più estranea, una comparsa in una storia in cui avrebbe dovuto brillare. Un peccato, perché Pelagija aveva le carte in regola per essere un buon personaggio e il libro poteva essere un giallo piacevole, senza infamia e senza lode, invece si è rivelato, nel complesso, irritante per via delle varie interruzioni e di personaggi dimenticabili che non riescono ad emergere.