«O lode o biasimo è lo stesso per me. Sì, questo è Agamennone, mio sposo; per questa mia mano è qui cadavere; e fu giustizia. Τάδ’ ὧδ’ ἔχει, Così è»
La tragedia greca è alla base dell’impalcatura di Champagne, ed è per questo che ho fatto una bella full immersion nei miei titoli preferiti di tragedie classiche delle quali, tra le pagine del nostro romanzo, sentirete sicuramente parlare.
“L’Orestea” di Eschilo è l’unica trilogia legata che ci resta (Agamennone, Coefore, Eumenidi). Tutte e tre le tragedie infatti narrano le vicende dei discendenti di Atreo dopo la guerra di Troia.
Clitemnestra, il personaggio che preferisco, è la prima figura di donna spregiudicata della storia della tragedia. Monolitica e inflessibile, accecata dal furore e tracotante, cerca la giustizia a modo proprio e uccide il marito per vendicare la morte e il sacrificio della figlia Ifigenia. Nel farlo, tuttavia, non fa altro che perpetrare quella scia di sangue che da generazioni macchia la discendenza di Atreo.
Il rosso del tappeto che Clitemnestra stende ai piedi di Agamennone quando lo accoglie rappresenta dunque, simbolicamente, quella serie di sanguinose vendette di cui Agamennone stessa sarà vittima ma che non si fermerà con lui e proseguirà inesorabile con l’uccisione di Clitemnestra stessa e dell’amante Egisto da parte del figlio Oreste in “Coefore”.
Se le prime due tragedie sono il trionfo della legge tribale e della giustizia privata, con la terza tragedia, “Eumenidi”, Eschilo ci parla della nuova realtà politica e della nascita simbolica della giustizia pubblica. Le Erinni, divinità persecutrici di chi si macchia dell’omicidio di consanguinei (come Oreste), grazie all’intervento di Atena e alle istituzioni della nuova Polis (il tribunale dell’areopago), diventano benevole. La scia di sangue ha finalmente una fine laddove Giustizia diventa pubblica e smette di essere solo un atto tribale e sanguinario.