(Roma, 1917 - Montecarlo di Lucca, 1987) Frequenta il Ginnasio-Liceo "Tasso" e in seguito l'"Umberto I", per poi iscriversi, nel 1935, alla Facoltà di Giurisprudenza dell’ Università di Roma. L’attività letteraria era già cominciata negli anni ’30: tra il ’37 e il ’40, egli aveva licenziato diversi racconti, (alcuni dei quali pubblicati sulle riviste “Meridiano di Roma” e “Letteratura”), in seguito riuniti nel volume “La visita” (1942). Pare evidente, negli scritti succitati, la suggestione dei “Dublinesi” di Joyce (“In Joyce scoprii il primo scrittore che concentrasse la sua attenzione su quegli aspetti della vita che per me erano sempre stati i più importanti e di cui gli altri sembravano non accorgersi nemmeno”), primo passo verso quella poetica del quotidiano avviata a divenire la sua cifra stilistica abituale. In buona misura ambientati in Toscana, nella zona compresa tra Volterra e Marina di Cecina (“Per affetto e per organica intelligenza di poesia, Cassola ne ha fatto non una provincia, e sia pure la sua provincia, ma un luogo, anzi il luogo dell’anima”, ebbe ad affermare Mario Luzi), i successivi lavori dello scrittore sembrano avvicinarsi, seppur percorrendo gli abituali sentieri lirico-intimistici, a tematiche neorealistiche e resistenziali: “Fausto e Anna” (1952), “Il taglio del bosco” (1954), “Esiliati” e “La ragazza di via Valadier” (1956), “La ragazza di Bube” (1960) son tra le sue cose più riuscite, certo quelle che gli danno il successo ed una notorietà assai vasta. Sono, anche, le opere destinate a procuragli l’ostilità di gran parte della critica, espressa tramite recensioni impietose (“La ragazza di Bube” è definito da C.Annoni “la scatola cellofanata per la società del boom”) e, a volte, feroci (Italo Calvino parla di “romanzi sbiaditi come l’acqua della rigovernatura dei piatti, in cui nuota l’unto dei sentimenti ricucinati”). Tutto ciò non muta la direzione della sua ricerca di narratore, intesa come d’uso a “squarciare il velo opaco che nasconde le cose”: c’è, filo rosso ineliminabile dell’intero suo universo, una profonda sfiducia nella storia, che mai gli verrà perdonata in tempi di accalorato dibattito ideologico. Peraltro, il prosieguo del suo discorso viene in effetti inficiato dall’insistere sull’equivalenza saggezza-rassegnazione, evidente nei vari “Un cuore arido” (1961), “Il cacciatore” (1964), “Storia di Ada” (1967), “Paura e tristezza” (1970), “Monte Mario” (1973), “Troppo tardi” (1975), “L’antagonista” (1976), “Il ribelle” (1980). Nell’ultimo decennio della sua esistenza, egli si dedica vieppiù a un’intensa attività pacifista, ecologista, antimilitarista, espressa in testi quali “La lezione della storia” e “Letteratura e disarmo” (1978), “Contro le armi” (1980), “Diritto alla sopravvivenza” (1982),“La rivoluzione disarmista” (1983).
“Il superstite”, di Carlo Cassola (1978) ---------------------------------------------------------------------------- Chissà se anche questo apologo (tale è, non romanzo) può rientrare tra gli approcci “fantascientifici” dei nostri letterati? Negli anni '70 i nuovi timori di Guerra atomica erano angoscianti per tutti (sono gli anni del “Medioevo prossimo venturo” dell’ing. Vacca; anche Moravia ne era ossessionato, quasi quanto dal sesso): Cassola scrisse una “trilogia atomica” di cui questo è il primo e più noto volume, nonché un altro romanzo “esopico”, “Il Paradiso degli Animali”, su come gli animali avrebbero potuto organizzarsi dopo la scomparsa dell’uomo per vivere in pace, tra l’altro smettendo tutti di essere carnivori. Insomma, anche se queste non sono certo le opere di maggior valore dello scrittore toscano, erano temi che dalle vetrine delle librarie non potevano non attrarre un bambino amante degli animali e della fantascienza; e così mi sono finalmente tolto la curiosità di leggerlo. Protagonista è il cane Lucky, che vive con il padrone nella campagna della bassa Toscana, non lontana dal mare. Il padrone è un solitario, forse un idealista come l’autore, che vive isolato e si preoccupa di non apparire troppo strano al prossimo; lo seguiamo, con gli occhi del cane, nelle sue passeggiate sulla spiaggia e nei suoi rari incontri con i vicini. La penetrazione psicologica nella vita e negli stati d’animo di Lucky, e dei cani e gatti suoi amici, è uno degli aspetti più piacevoli del libro; insieme a quanto si intuisce di quest’uomo, che ricorda alla lontana i migliori racconti realistico-esistenziali dell’autore, come Il taglio del bosco e Il soldato. Presto però avviene la catastrofe. Immaginiamo un’Apocalisse atomica dipinta da Carlo Carrà od Ottone Rosai, con i colori della campagna toscana; o, più semplicemente, come nella bella copertina di Paolo Guidotti. È una catastrofe graduale: una notte salta la corrente e si sente una vampata di calore nelle campagne, si sa che le città sono state distrutte e un cane amico di Lucky, trovatosi allo scoperto, è morto subito; ma nella campagna anche il padrone continua per qualche giorno a visitare altri sopravvissuti. Giorno dopo giorno però umani e animali muoiono a partire dai più grossi (insieme ai serpenti, che per qualche motivo Cassola odia), e il nostro Lucky, caninamente bisognoso di dipendere da qualcuno, si lega prima a un gattino per cui concepisce quasi una venerazione, ottenendone in cambio di superare la tradizionale diffidenza tra le loro specie; poi, superando non solo le barriere della specie ma anche quella della classe di vertebrati, addirittura a un muggine, che con un banco di consimili ogni giorno risale un torrente. Per quanto strampalata, questa amicizia costituisce la parte più originale della storia. La storia è insomma molto piacevole, in un bell'italiano ormai raro (chi avrebbe detto che la battigia si chiamasse anche “bàttima”, che le frange delle canne fossero i “pèneri”, da quanti secoli un animo non era “esulcerato”?) e tra descrizioni di una Toscana solitaria, selvaggia, non turistica. Purtroppo, come notato da lettori in Goodreads, la bella prosa toscana di Cassola non basta a dissimulare una caratteristica dei suoi romanzi di questa fase: sono noiosi. Il continuo filosofeggiare e moraleggiare dell’autore, oltre tutto anche ripetitivo, sarebbe anche simpatico ma dopo un po’ fa l’effetto di parlare con un parente anziano. La sua misura era probabilmente il racconto. E non oso pensare a cosa possano essere i successivi episodi della “trilogia”, con l’ultimo ambientato in una Terra priva di vita, percorsa solo dal vento..
Terzo tentativo che faccio con il Cassola dell'ultimo periodo (dopo "Il paradiso degli animali" e "L'uomo e il cane") e per la terza volta non è andata bene. Di questo libro mi attirava il soggetto, sarà che da quando ho letto anni fa "Il richiamo della foresta" e "Zanna Bianca" sono sempre alla ricerca di storie realistiche con punti di vista di cani (o altri animali). Il grosso problema di questo libro però, ed è anche lo stesso che avevano i due che ho citato sopra, è la noia che si prova nel leggerlo. Dubito che sia perchè il protagonsita è un cane e quindi difficile per un lettore calarsi nei suoi panni (altrimenti "Il richiamo della foresta" e "Zanna Bianca" non avrebbero ancora oggi i loro lettori). La noia la imputo a una narrazione che non ti coinvolge, ti fa sentire distante dalla vicenda con digressioni e commenti dello stesso autore che talvolta rallentano la narrazione o la frenano di colpo. La fatica nel leggerlo mi portava spesso a distrarmi. Non c'è vera partecipazione e l'unica volta in cui cominciava ad esserci (l'episodio del gattino) non è resa benissimo e viene liquidata dopo pochi capitoli. Nonostante la buona intenzione di far passare un messaggio ambientalista il risultato finale mi ha lasciato indifferente. Mi auguro in futuro di rivalutare Cassola con i suoi libri più famosi, magari con "La ragazza di Bube".
Carino, godibile, piacevole, ma... difficile da commentare. Non mi sono calata molto nel personaggio, e probabilmente la causa è in parte il fatto che è un animale. E' stato curioso, perché a tratti mi sembrava di leggere la cronaca delle giornate di un qualsiasi uomo, solo con la mancanza dei dialoghi diretti. Non ero neanche così decisa di leggerlo, preso in biblioteca quasi per sbaglio, ma alla fine mi ha tenuto un po' di compagnia e l'intrusione dell'autore in alcuni parti mi ha fornito interessanti spunti di riflessione. L'uomo è stupido, ma questo già lo sapevo. La cosa brutta è che ho la netta impressione che Cassola abbia semplicemente previsto il futuro.
Nell’ultima parte della sua lunga carriera Carlo Cassola, abbracciando ideali ecologisti e antimilitaristi, scrisse alcuni romanzi su un mondo devastato dalla guerra atomica. Il superstite narra la storia del dopo bomba dal punto di vista di un cane, in una amarissima e moraleggiante favola, ambientata nei luoghi cari allo scrittore, tra Volterra e la zona sul mare di Marina di Cecina. Lucky (in nome omen…) è un grosso cane, giocherellone e stolido, fiero del proprio padrone, obbediente alle regole dell’uomo e ai dettami della propria natura senza porsi troppe domande. Il disastro lo coglie a Ferragosto nella casa di campagna, durante un periodo felice di scorribande in compagnia di un altro cane e di un gatto; rimasto improvvisamente solo, vede nei giorni seguenti sparire i pochi umani sopravvissuti tra cui il padrone e incomincia a vagare senza meta. Stringe amicizia con un gattino con cui trascorre alcuni giorni quasi idilliaci, poi, di nuovo solitario, con un pesce, tanta è la necessità di un legame con un qualsiasi essere vivente capace di dare un segno di affetto, anche illusorio, per non morire di solitudine. Il superstite non lascia speranza né consolazione, l’umanità si è distrutta e non c’è futuro. Se il cane rappresenta la massa che obbedisce ciecamente a qualunque capo o governante, purché si comporti come tale, e il gatto invece gli individualisti, insofferenti e pronti a dubitare in ogni occasione, Cassola non colpevolizza nessuna delle due parti, rammaricandosi di una possibile intesa giunta troppo tardi. Personalmente ho trovato le parti più moraleggianti e le invettive contro la stoltezza del genere umano un po' datate. Tra i punti di forza la descrizione dei “soliti” paesaggi toscani con un tocco di malinconia in più, immersi in una quiete apparente di tristi presagi e la storia d’amore tenerissima e struggente (che quello prova Lucky) tra il cane e il gatto, dove il primo nella sua foga sentimentale è incapace di capire le necessità del secondo, che finisce per volergli bene ugualmente, rimpiangendo di non avere più tempo a disposizione. Non è tra gli imperdibili di Cassola, ma la levatura è più che discreta. Tre stelle e mezza.
Come cane e gatto Raccontando la storia del cane Lucky, l’ultimo animale a restare in vita sulla Terra, Cassola racconta una favola di altruismo, amicizia e amore, che trova il suo culmine nella relazione tra il cane protagonista e il gatto. Un’interpretazione tutt'altro che scontata del tema post-apocalittico a partire dalla decisione di non spiegare la natura della catastrofe planetaria che decima tutti gli esseri viventi, per finire con la scelta di avere come soli personaggi degli animali “antropomorfizzati” nel comportamento.