Perché in Italia alle pareti di scuole, ospedali e perfino tribunali stanno appesi dei crocifissi? E perché non dovrebbero? Molte persone non li vedono nemmeno, molte altre ritengono che sia questa una consuetudine innocua. Ma il crocifisso di Stato ha anche fieri nemici, e strenui difensori. Se periodicamente si riaccende la polemica attorno a un simbolo così ingombrante, è perché la discussione non può essere fatta soltanto di regole europee, principî astratti, conflitti identitari. Quel «pezzo di legno» non è lì da sempre e per sempre: ha tutta una storia, ricca di sorprese, trasformazioni, manipolazioni. «Sta su quelle pareti perché là lo ha preparato a giungere un passato remoto, perché là lo ha imposto un passato prossimo, perché là lo mantiene una specie di presente storico». Il crocifisso sul muro è un problema di storia. Una storia da conoscere, e da raddrizzare.
Sergio Luzzatto is the author of Padre Pio: Miracles and Politics in a Secular Age, which won the prestigious Cundill Prize in History, and of The Body of Il Duce: Mussolini's Corpse and the Fortunes of Italy. A professor of history at the University of Turin, Luzzatto is a regular contributor to Il Sole 24 Ore.
"Senza il crocifisso sul muro, dicono, l’Italia non sarebbe piú la stessa. Lo dicono tanti cattolici, ma anche tanti laici. Io penso che gli uni e gli altri abbiano ragione. Senza il crocifisso negli edifici statali l’Italia non sarebbe piú la stessa: sarebbe più giusta, più seria, migliore."
E come fai a non volere bene a uno così?
Allora. Due cose mi aspettavo da questo libro. Che spiegasse in modo più pacato possibile perchè è ovvio che in uno stato laico non si possono esporre simboli religiosi in luoghi pubblici. E che smontasse - sempre pacatamente - tutti gli argomenti contrari.
Luzzatto riesce a dribblare entrambi i propositi. E si perde troppo spesso in giri a vuoto densi di retorica. Si pone da una parte della barricata e incomincia da subito a trattare chi sta dall'altra parte con superiorità. Che è esattamente quello che non devi fare se ti proponi di convincere qualcuno, non dico essere d'accordo con te, ma almeno ad ascoltarti.
(D'altra parte, a che altro serve un libretto che si legge in mezza giornata, se non a questo?)
Insomma, non ho mai amato i libri che parlano ai convertiti. Un libro del genere non fa altro che darmi ragione su tutti fronti. Non mi stimola. Mon mi mette in difficoltà. Non mi apre nuovi punti di vista sul mondo. (Cosa che invece aveva fatto la Murgia nel libro precedente. Una cosa è essere d'accordo con le tesi del libro. Un'altra è restare la stessa persona che eri prima di aprire il libro una volta che l'hai chiuso).
C'è di buono, almeno, che Luzzatto storicizza la questione. Mette tutto in prospettiva. Contestualizza. I rapporti dell'Italia appena unita con la chiesa cattolica. Il ventennio, che istituisce per la prima volta l'obbligo. Il concordato. La laicità, solo teorica. E le proteste dei singoli cittadini. Il ruolo della corte europea. Il tutto condito con dichiarazioni di Papi, primi ministri e giornalisti. Insomma, ti fornisce materiale concreto con cui argomentare. Non solo opinioni. Nomi. Cognomi. Date. Sentenze.
Una delle cose più interessanti che ho scoperto è un articolo di giornale, che l'autore definisce:
"L’Ur-Text, il testo primigenio contenente tutte (o quasi tutte) le ovvietà, le melensaggini, le inesattezze, che nei decenni successivi avrebbero sostenuto l’argomentare dei cosiddetti difensori del crocifisso. Un catalogo di nonsenso spacciato per un decalogo di sapienza. E spacciato tanto piú facilmente in quanto possedeva il pedigree giusto: aveva le carte in regola sia per la burocrazia dell’intellighenzia laica, sia per il tribunale della moralità cattolica. Non era stato pubblicato su un bollettino parrocchiale qualsiasi, ma sulle pagine dell’«Unità», organo ufficiale del Partito comunista italiano. Lo aveva scritto (e lo aveva scritto con il cuore in mano, com’era solita fare) una donna dichiaratamente di sinistra, allora parlamentare della Sinistra indipendente. Per di piú – ciliegina sulla torta – lo aveva scritto una donna dalle ultranote origini ebraiche. L’articolo si intitolava Non togliete quel crocifisso: è il segno del dolore umano. L’autrice era Natalia Ginzburg."
(Noterete come l'autore faccia esattamente quello che non dovrebbe: trattare chi non la pensa come lui come uno stupido. Notate: "ovvietà", "melensaggini", "un catalogo di nonsenso".)
Un'altra, è il suo inquadrare la figura tutta italiana dell'Ateo Devoto. E cioè di quegli intellettuali, giornalisti, opinionisti, politici, che, pur professandosi atei, difendono a tutti i costi tutte le ingerenze della chiesa cattolica della vita pubblica.
Poco altro.
Consigliato a chi ha piacere a farsi dare ragione. E a quelli che la pensano diversamente, ovviamente. Se superate la spocchia potrebbe pure risultarvi interessante.
Il maggior pregio del libro è la ricostruzione storica di come il crocifisso in Italia sia finito sulle pareti di scuole, tribunali, ospedali, ecc. È una ricostruzione utile a confutare quanti asseriscono, per difendere l'obbligo di esporlo nei luoghi pubblici, che il crocifisso non sarebbe tanto un simbolo religioso, quanto un simbolo unificante dell'identità e della cultura e della storia italiane. Invece scade parecchio quando, nelle ultime pagine, afferma che in luogo del crocifisso ci vorrebbero altri simboli, che siano veramente "universali" e "non divisivi". L'autore non riesce a cogliere che i simboli, in quanto convenzionali, non possono per loro natura essere più o meno universali, e che il problema è quando lo Stato, per esistere, si appiglia ai simboli in generale, inculcandone la venerazione obbligatoria ai cittadini, facendosi così non dissimile proprio da quelle religioni da cui pure dovrebbe essere separato; e innescando infine meccanismi di identificazione od opposizione tribali rispetto a bandiere o idoli che siano. È per questo che il simbolo politico, che sia di ascendenza effettivamente religiosa o meno, è per sua natura divisivo e la mia conclusione, sicuramente minoritaria, è che lo Stato, se proprio deve esistere, sarebbe più sano se facesse a meno di paccottiglia come bandiere, inni, culti delle personalità illustri e cerimonie annesse e connesse. Ci vuole una deflazione dei simboli, non più simboli. Tornando sul crocifisso, stante che l'obbligo di esposizione non dovrebbe proprio esserci, penso che, alla fine, ad esempio nel caso delle scuole, se gli studenti in classe si mettono d'accordo autonomamente per appenderne uno, non sarebbe poi questo gran problema. Quando a scuola ci andavo io a un certo punto avevamo cominciato ad appendere in classe articoli di giornale di interesse generale, e poi poster di cantanti. Uno di questi, tra l'altro, dall'aspetto non poco androgino, aveva scandalizzato l'anziana e austera professoressa di matematica, con mio gran gusto. Se va bene il poster del cantante androgino, che scandalizza alcuni, allora può andare bene anche il crocifisso, che scandalizza altri. L'importante, alla fine, è che l'obbligo non venga dall'alto.
pamphlet che chiarisce bene come i simboli religiosi non dovrebbero starci nei luoghi pubblici, soprattutto nelle scuole. ma si sa, l'Italia è quella che è, il crocifisso è spacciato per tradizione irrinunciabile del nostro passato storico (le famose radici che fanno ridere i polli) e quindi guai a toccarlo. amen.
tirando le somme, risultano favorevoli al crocifisso nelle aule e nei tribunali: natalia ginzburg, marco travaglio, giorgio napolitano, massimo cacciari, pier luigi bersani, mariastella gelimini, umberto bossi, silvio berlusconi. contrari: un’oscura coppia cuneese di origini ebraiche (marcello montagnana e maria vittoria migliano), un’altra coppia di abano terme e don milani. quest’ultimo tolse il crocifisso dalle pareti della scuola di calenzano per non dare adito al sospetto di una “pedagogia confessionale”. le due sconosciute coppie condussero le loro battaglie di principi e ottennero anche il parere favorevole della legge, ma di fatto cambiare sembra impossibile. lasciando proprio perdere quella poveretta della ginzburg, secondo la quale “il crocifisso è là, muto e silenzioso. c’è stato sempre” - e questo sarebbe il forte motivo per non toglierlo malgrado la revisione del concordato, possiamo compatire cacciari che tuona “solo un deficiente può scandalizzarsi” per il crocifisso nelle scuole e nei tribunali, perché non di scandalo si parla ma di rispetto. e si badi, rispetto per i laici (“la laicità non è il contrario della fede. la laicità non è un sistema: è un metodo. è il metodo di chi sa e vuole distinguere la materia di ragione dalla materia di fede [mario gozzini]) e rispetto per i credenti, perché la strumentalizzazione politica del crocifisso - ben salda e strombazzata durante il fascismo - ne svilisce il valore religioso, rendendolo un simbolo generico della sofferenza e dell’ingiustizia umana (sempre gozzini. ma chi stabilisce, tra l’altro, se questo simbolo valga per tutti coloro che abitano e frequentano gli edifici pubblici?). il “crocifisso senza resurrezione” è secondo gozzini un crocifisso profano. e già che citiamo il fascismo, ho scoperto che nel ventennio il vaticano tramava un rapimento di padre pio per mettere a tacere quello che il papa giudicava un pericoloso ciarlatano (anche qui, interessante vedere lo schieramento dei papa su questo tema), ma il rapimento fu sventato per volontà e per l’intervento di pezzi da novanta del regime. e la chiudo qui. ma il libro è da leggere.