In una cittadina nel Sud della Francia, un giorno, come dal nulla, compare un ragazzo. È schivo, silenzioso. Lavora e non crea problemi. Ha un solo difetto: è arabo. E ha la sfortunata idea di affittare una cantina nella stessa piazzetta in cui vive Mamine, una vecchia incattivita e obesa che proietta su di lui le ossessioni e i desideri più nascosti. L'Arabo diventa così il catalizzatore delle pulsioni di una comunità chiusa e malata: l'elemento da isolare, il corpo estraneo da aggredire ed espellere. E quando l'apparente quiete del villaggio viene turbata da un delitto, la violenza sopita non tarda a scatenarsi. Audouard racconta una grande storia di sospetto e solitudine con una lingua che mescola magistralmente crudezza pulp e lirismo colto, linguaggio popolare e letteratura. Tra Camus e Cormac McCarthy, una tragedia contemporanea con un imprevedibile, luminoso epilogo.
"L'arabo" è un testo di poco più di 200 pagine, che racchiude al suo interno non soltanto la storia del protagonista, l'arabo appunto, ma anche la storia di ogni singolo bianco che, in quanto tale, trascina con sé il peso del razzismo e della xenofobia perpetrato nel corso della storia. L'arabo arriva in una cittadina vecchia e impoverita, sia nelle sembianze che nell'animo dei suoi abitanti che, quando scoprono che c'è un arabo tra loro, subito si aizzano contro di lui per scacciarlo, come si potrebbe fare con un pidocchio, con la paura che, proprio come questo insetto, la sua presenza possa iniziare un'epidemia di arabi, che si concluderebbe con l'arabizzazione di tutti loro. Uno scenario terribile, a cui bisogna porre rimedio. Ecco che quindi, qualsiasi problema insorga, qualsiasi reato venga commesso, la colpa sarà sua. E nonostante la sua presenza sia silenziosa, mite, accondiscendente, nonostante a lavoro non causi problemi, nonostante qualcuno si renda effettivamente conto che alla fin fine, anche se arabo, tanto male non è, proprio come un fuoco che divampa l'odio comincia a proliferarsi, fino al punto di divenire inarrestabile. Non ci riuscirà né il poliziotto che seguirà i casi in cui è indiziato, né l'Indiana la Selvaggia, ragazza di cui si innamora, né il convertito Juste, vecchio del villaggio che inizialmente, proprio come tutti, lo odia perché arabo, ma che poi capisce, apre gli occhi, anche se tardi e in maniera silenziosa. L'arabo, in quanto arabo, è colpevole, una zizzania che va inevitabilmente estirpata.
A raccontarci la storia è una voce narrante onnisciente che però sembra far parte di quel "noi" del villaggio che ha preso parte alle manifestazioni di razzismo. È un noi che risuona, perché inevitabilmente ci appartiene. È un noi che siamo noi, in quanto bianchi, in quanto discendenti dei nostri padri e, per questo -citando un maestro-, anche se ci crediamo assolti, siamo lo stesso coinvolti. Lo stile è quasi colloquiale, sincopato e irriverente. Eppure resta comunque criptico -quasi surreale, a tratti-, come se l'ambientazione, i pensieri e l'intero villaggio fossero avvolti da una coltre densa e soffocante. Le scene di violenza, triggeranti per chi è sensibile, sono però narrate con una prosa chirurgica e caustica, che non risparmia niente a nessuno, che non edulcora né grazia.
"L'arabo" è un libro che mi ha segnata, che inevitabilmente mi ha posto di fronte la responsabilità di ciò che stavo leggendo. È un libro che pizzica e che percuote. E per questo fondamentale.
L'Arabe est un grand roman " sudiste ", où des personnages de Faulkner ou de Flannery O'Connor traverseraient des paysages à la Giono.
Le Sud d'Antoine Audouard est lui aussi un vieux pays vaincu, peuplé de figures tour à tour tragiques et grotesques.
Écrit dans une langue où le parler populaire se mêle à un lyrisme altier, ce roman qui multiplie les dissonances et les ruptures de ton est l'oeuvre d'un écrivain accompli.