Le notti selvagge di Cyril Collard mi è piaciuto; abbastanza da leggerlo in due giorni, arrivando la notte a non volermene staccare. Forse dovrei dirlo in modo sommesso, stante i comportamenti del protagonista - bisessuale come l'autore; il testo è largamente autobiografico - che, applicando la morale, non potrebbero non definirsi eticamente riprovevoli. Eppure, la bellezza che ho ritrovato in questo testo non poteva - e non può - essere scorta coi parametri della morale - che vi consiglio di accantonare, doveste avere l'intenzione di leggerlo - bensì con quelli della qualità scrittoria: in questo caso, ho trovato lo stile dannatamente interessante, in grado di raccontare di argomenti "scabrosi" con un tono lirico; ma forse a convincermi più di ogni cosa è stata la cristallina sincerità che trasuda dalle pagine de Le notti selvagge; l'onestà, l'assoluta consapevolezza di ciò che si è (e dello stato in cui si è). Come dirà a un certo punto Jean/Cyril: «Mi sono smarrito». E ciononostante egli conosce perfettamente i contorni, i contenuti e tutti i contrasti - e ce ne sono molti secondo me: assenza/presenza, sacro/profano, vita/morte, etc. - che animano quello smarrimento di cui è pure consapevole e che ci viene s-piegato nelle pagine di quest'opera che sono conscio potrà non piacere a molti.
Queste "notti selvagge" di cui Collard ci parla nel suo libro, pubblicato nel 1989, cioè due anni dopo che Collard ricevette la diagnosi di sieropositività e quattro dalla sua morte, potrebbero essere vissute come un mero resoconto di una persona dall'intensa vita sessuale, così come sono, piene di incontri spesso fugaci, ma ci raccontano qualcosa in più, a mio avviso: di un'esistenza conscia di essere stata colpita da un destino ingiusto - e comune -, della volontà di vivere, di come un agente invisibile possa condizionare a tal punto la vita di qualcuno da modificarla drasticamente, irrimediabilmente: queste "notti selvagge" ci parlano dunque, se volete in filigrana (ma neanche troppo a mio avviso), di una tragedia occorsa a un'intera generazione e di come quel maledetto virus aleggiasse sulle loro vite senza speranza...
«Mi destai di soprassalto. La morte era lì; sottoforma d'un mucchio spaventoso di indumenti su una sedia ai piedi del letto, appena illuminata da un raggio di luna. C'era da due anni, giorno dopo giorno, minuto per minuto; mi separava dal mondo. Cervello liquefatto, ottenebrato, schiacciato da una massa informe, polpa viscida che mi imbottiva il cranio, ammasso sanguinante attaccato alla mia nuca.
«C'era da quando avevo letto i primi articoli sull'aids. Avevo provato la certezza immediata che la malattia fosse una catastrofe planetaria che m'avrebbe travolto con milioni di altri dannati. Dall'oggi al domani avevo cambiato le mie abitudini sessuali.»
"Le notti selvagge" di Jean/Cyril, dunque, mi sono parse, pur nella loro oscurità, nella loro riprovevolezza, nel loro essere colme di sostanze, secreti e liquidi vari e di quanto potrebbe inorridirci, un tentativo disperato di rallentare il tempo, di godere di questi ultimi attimi di un condannato a morte, di non desistere, nonostante la fatica, l'astenia che avanza e i malesseri indotti dall'HIV, dal soddisfare quel desiderio comune a chi calca questa sciagurata Terra: vivere, semplicemente...