Homo homini lupus
Mi vengono in mente altre coppie letterarie di fratelli, ripensando a Phil e George, i due fratelli protagonisti di questo romanzo.
Penso a Charlie e Adam e a Cal e Aaron de La Valle dell'Eden, ma anche ai fratelli McPheron di Kent Haruf: il Montana come la California, la California come il Colorado; valli, campi, raccolti, mandrie, natura, invadente e avvolgente, ma è soprattutto natura umana, diversa, messa a confronto, in antitesi, in opposizione a volte violenta: è questo il West, afferma quasi fra le prime pagine uno dei personaggi di Savage, ed è un western moderno.
E penso anche a Caino e Abele, sì, al Montana, alla California e al Colorado, come terre capaci di rivelarsi Eden, Terra, terra promessa, persino luogo di dolore e violenza, inferno, per alcuni.
Se non fosse che questo non è solo il West, ma è l'Ovest di Thomas Savage, autore praticamente sconosciuto (ma autore di almeno tredici romanzi e di un'autobiografia che attendo golosamente) che ci regala un gioiello letterario tenuto nascosto per oltre cinquant'anni; e a me in particolare, che lo leggo quasi per caso avendolo dapprima deliberatamente ignorato, il romanzo più bello che abbia letto quest'anno.
Non c'è solo l'Ovest delle praterie, dunque, non ci sono solo i territori che un tempo furono dei nativi oggi confinati nelle riserve, o i due fratelli quarantenni cresciuti fino allora (il racconto inizia nel 1924) quasi in simbiosi e complementari l'uno all'altro; c'è anche il solco che la natura, quella umana, però, traccia quando un cambiamento, un elemento esterno - di rottura - arriva a dividere e a disallineare equilibri che sembravano inalterabili.
C'è una bizzarra coppia di genitori - "il Vecchio Signore" e "la Vecchia Signora" - (che sembra uscita da un romanzo di Henry James) che decide di lasciare il ranch per trasferirsi in città, dove trascorrere la vecchiaia, che si lascia sedurre dall'agiatezza degli alberghi e del jet-set, che di tanto in tanto si riaffaccia fra le montagne per portare un soffio di novità.
Ma c'è soprattutto un modo differente di guardare al futuro e di pensare alla propria vita: il modo di Phil - altero, sicuro di sé, sprezzante, prepotente, collerico, colto - e il modo di George - sensibile, impacciato, lento, taciturno, rozzo, però capace, dopo quarant'anni di vita a due, di innamorarsi, e di tradire, dunque, agli occhi del fratello, il loro patto di sangue.
C'è anche, scrive nella pregevole postfazione Annie Proulx, un senso di nostalgia profonda e di simpatia per il paesaggio del West [che] tinge questo romanzo, ed è difficile liberarsi dell'idea che Savage, nei confini più ristretti della costa orientale [dove ha vissuto per gran parte della sua vita adulta fino alla pubblicazione del romanzo, fra il Maine e la città di Chicago], abbia ricreato il suo paese di origine per motivi personali oltre che letterari.
Credo che la differenza in chi abita nel West - dichiarò Savage in un'intervista - stia nel fatto che trovi impossibile guardare le Montagne Rocciose - o l'orizzonte, che è ugualmente vasto - e pensare che l'Europa, o i vicini, o qualunque altra cosa esistano davvero.
È una storia d'amore, quindi, ma anche di odio, di frontiera, di virilità, di onore, di pregiudizio. E di orgoglio, viene quasi naturale aggiungere, un orgoglio che impedisce a Phil di guardare dentro a se stesso con onestà, a George a comprendere da dove arriverà il pericolo.
Ma oltre alla storia, che si rivela man mano che ci si inoltra fra le pagine, e la vicenda, più complessa di quello che potrebbe apparire (pertanto molto poco facilmente etichettabile, tanto è bene architettata e congegnata), a colpire è lo stile di Savage: asciutto, duro, capace al tempo stesso di uno scavo psicologico profondo, di affrontare temi già allora scabrosi e di comprendere che per liberare il cuore dalla spada è necessario guardarsi dalle unghie del cane, dai quei pericoli che ogni giorno la vita ci mette davanti: anche quando i pericoli sembrano inesistenti, anche quando il pericolo siamo noi stessi.
E a scuotere il lettore, se non dovesse bastare l’inattesa conclusione del romanzo, si aggiunge anche quella che ancora Annie Proulx definisce il materiale grezzo che fuoriesce dall’autobiografia di Savage e che viene usato per i personaggi del Potere del Cane in maniera sorprendente.
Come aggiunge in conclusione, tuttavia, una cosa è avere in dotazione questo straordinario materiale grezzo, un'altra riuscire a cucirne insieme i pezzi e ricavarne una storia avvincente, classica, capace di fissare per sempre un luogo è un evento nell'immaginazione del lettore.
A questo punto, però, di più non è proprio possibile aggiungere.
«Lui aveva odiato il mondo prima che il mondo odiasse lui.»