”…una faccia spaurita, piena di quelle cicatrici premature frutto delle prime ferite della comprensione e dello stupore.”
Una Santa Fé - Argentina - per lo più livida, nebbiosa, piovosa, notturna. Quattro storie, quattro uomini con le loro ossessioni, inquietudini, male di vivere. Quattro insiemi che si intersecano, attraversati da un tenue filo narrativo, un omicidio.
Angel, il giovane cronista, tra l’altro incaricato di reddarre fantasiose previsioni metereologiche giornaliere. Il rapporto con la giovane e bella mamma lo mette a disagio. Fa sogni di cieli popolati da tigri e pantere. Vede suoi doppi, con le sue stesse cicatrici.
Sergio, avvocato finito, scrittore di improbabili saggi. Malato di gioco d’azzardo, si giocherà tutto, anche i soldi della picola Delicia. Il gioco d’azzardo come la vita. Evita il gioco dei dadi perchè rappresentano il caos. Gioca a “punto banco”, dove le carte assumono dopo la smazzata un loro ordine prestabilito, che può essere parzialmente modificato dalle dinamiche di gioco e portare ad una combinazione vincente o perdente, per essere infine scaricate nel mazzo delle carte giocate.
Ernesto, il giudice. Probabilmente omosessuale, vede il mondo come una giungla e gli uomini come gorilla (notevole la scena del sabba gorillesco). Impegna ogni momento libero della giornata alla traduzione del Dorian Gray, come lui irriducibile al passare del tempo, narciso e amorale?
Luis, l’operaio che uccise la moglie perchè gli puntava la torcia in faccia infastidendolo. O meglio, perché faceva luce sulla sua pochezza? O perchè lei gli teneva testa? O perché, al contrario, era lei votata ad un suicidio assistito?
Con la citazione biblica in latino che chiude il libro (NAM OPORTET HAERESES ESSE…., Prima lettera di S.Paolo ai Corinzi), Saer forse vuole ribadire che la vita è marcia e che ci incrosta di merda, che è un caos governato dal caso o che il destino è una mano di carte che già hanno il loro ordine, ma ci esorta a provarci e ad essere tra coloro che ce l’hanno fatta a prenderla, la vita, per il verso giusto. Forse un po’ come il quinto personaggio del libro, Carlitos Tomatis.