Anche in questo saggio, più tecnico rispetto alla mia precedente lettura di questo autore, il neurobiologo non si smentisce: il rigore scientifico si intreccia con una scrittura chiara, a tratti sorprendentemente poetica, che rende accessibile e affascinante un tema complesso come quello del rapporto tra percezione visiva e produzione artistica.
Zeki parte dal funzionamento della corteccia visiva, guida il lettore attraverso ciò che sappiamo — e non sappiamo ancora — su come il cervello costruisce la visione del mondo, e lo fa con esempi concreti, mai scontati. Le opere d’arte diventano qui strumenti di indagine neurobiologica, ma anche chiavi per comprendere quanto sia attiva, selettiva e interpretativa la nostra visione. Non si tratta semplicemente di “vedere” con gli occhi, ma di “decodificare” e costruire significati con il cervello.
Il testo è accompagnato da immagini di neuroimaging e opere d’arte, in un passo a due che non solo arricchisce e chiarisce il contenuto, ma rende evidente — anche visivamente — quel continuum tra arte e cervello che costituisce il cuore del libro.
Le implicazioni diventano ancora più interessanti quando Zeki mostra come alcune lesioni cerebrali — come l’acromatopsia, che impedisce di percepire i colori, o la prosopagnosia, che impedisce il riconoscimento dei volti — possano cambiare radicalmente la fruizione dell’opera d’arte. Che effetto può avere un quadro di Rothko, Malevich o un ritratto rinascimentale su un soggetto che non distingue i colori o i volti?
Zeki non si limita a fornire dati, ma suggerisce una visione più ampia e profonda: quella per cui arte e cervello non sono mondi separati, ma due facce dello stesso bisogno umano di dare forma all’invisibile, di rincorrere un senso, una verità, una bellezza assoluta, pur consapevoli che — come scrive in "Splendori e Miserie del cervello" — l’assoluto ci sfugge sempre. E forse è proprio questo slancio verso l’oltre, che definisce la nostra natura più autentica.