In tempi nei quali la figura di Gesù Cristo e le sue ultime, drammatiche ore, sono oggetto di narrazione superficiale e dilettantesca, più per soddisfare una curiosità bulimica e incline alla fiction più becera – il riferimento agli scritti di Augias è puramente voluto – è davvero un piacere leggere un'esegesi così approfondita, colta, affatto auto referenziale, anzi, ricca di rimandi alla tradizione teologica del XX secolo e quella classica (Joachim Ringleben, Marius Reiser, Karl-Heinz Menke, Tommaso d'Aquino per citarne solo alcuni), con la quale Ratzinger continuamente si confronta, oltre che ai vangeli sinottici, ricchissima di deduzioni personali e spunti davvero illuminanti.
Joseph Ratzinger è, notoriamente, un teologo di raffinata cultura e di spiccata intelligenza, ma leggendo questi suoi scritti sulla figura di Gesù, viene fuori tra le righe anche un tratto della sua personalità più nascosta: la dolcezza, la mitezza, l'empatia profonda con la figura di Cristo, del quale egli è in primis discepolo, più che studioso; spesso si è stigmatizzata la sua figura, quando ricopriva il ruolo di Sommo Pontefice, tacciandolo di freddezza, di gelido, teutonico distacco, di debolezza, di vanità, addirittura, solo perché amava indossare scarpette rosse di Prada (esiste, è chiaro, ancora qualche ingenuo che crede le personalità facciano shopping presso le note Marche, e che non sa come queste vengano – beate – fatte omaggio dei più costosi ed esclusivi capi della loro maison), o il camauro, trascurando o ignorando bellamente di sottolineare come questi fossero tipici vestimenti papali che papa Ratzi ha voluto adottare nuovamente. Gusti un po' d'antan, il massimo che gli si possa imputare. Diluvi di maldicenze sul suo passato giovanile, dove si è voluto anche accusarlo di essere nazista perché bambino della gioventù Hitleriana, come dire che tutti i bambini balilla degli anni Trenta, Quaranta in Italia erano fascisti. In ogni caso, anche i suoi più feroci detrattori, in una cosa sono stati concordi: Ratzinger è un eccellente teologo. Qui si rivela un sensibilissimo discepolo di Cristo.
Ogni momento della vita di Cristo, dall'ingresso a Gerusalemme seduto su un'asina che non apparteneva a nessuno, alla purificazione del Tempio (comunemente nota come la Cacciata dei mercanti dal Tempio), fino ai momenti cruciali della lavanda dei piedi, l'Ultima Cena, la preghiera nel campo dei Getsemani e la Passione, la Resurrezione, ogni momento è oggetto di riflessione profondissima, ad un tempo storica e teologica, ed esegesi che spesso per me, è stata illuminante. Mi sia concesso un piccolo spoiler: alla morte di Gesù, nell'ora nona, le tre del pomeriggio, i sinottici dicono che il velo del Tempio si squarciò da cima a fondo e si fece buio e la terra tremò. Nella mia profonda ignoranza teologica io ho sempre pensato, be' certo, gli massacrano il Suo unico Figlio, il minimo che possa fare Dio padre è incxxxsi e recidere il simbolo più sacro di Israele, il Velo che cela il Sancta Sanctorum, il luogo che porta alla presenza di Dio e a cui una volta sola l'anno può accedere il Sommo Sacerdote. Nix. Ciò, contrariamente, simboleggia il totale accesso di Israele, del popolo di Dio, alla Sua presenza: ora, con la morte di Gesù, non è più necessario aver intermediari per accedere al Padre, attraverso Gesù, che lo chiama “Abbà”, il più confidenziale e tenero dei nomi, “babbino” diremmo noi, ogni credente ha acceso alla presenza di Dio, Gesù ci introduce come facenti parte della Famiglia celeste, a pieno titolo di figli, senza timori reverenziali. Solo il Figlio prediletto poteva rompere tutti i muri, tutte le etichette celesti e far osare a ciascuno di noi rivolgersi al Padre con il suo nome, il nome che i figli danno a chi li ha generati. Ce lo insegna con “Padre Nostro” e la simbologia lo ribadisce con la lacerazione del velo del Tempio. Questo è un piccolissimo esempio di come tutta l'esegesi di Ratzinger sia esplicativa nel rivelare la simbologia chiarissima che è alla base di ogni gesto, di ogni azione, anche non di Cristo stesso. Ogni cosa che accadde in quei tempi, era già preannunciato prima dai Salmi e dai profeti, questo rimarca il testo, pone Gesù come figura regale e messianica (il Messia che Israele attendeva) e salvifica (l'Agnello di Dio). Ecco che la Sua Crocifissione, avviene all'ora stessa e nel momento stesso in cui, nel Tempio di Gerusalemme, vengono immolati gli agnelli in occasione della Pasqua ebraica: è Lui il vero, unico agnello sacrificale, d'ora in poi nessun sacrificio animale dovrà essere più compiuto, il Dio della pace che ha preso su di sé tutti i peccati del mondo si è immolato e si immola fino alla fine del mondo per tutti, credenti e non credenti, per ogni essere animato.
Su quel palcoscenico, ha avuto luogo una rappresentazione che si riproduce eterna, ognuno di noi vi prende parte, intorno a Gesù e ai suoi piedi sotto la Croce. Ci siamo tutti: ogni oppresso dalle iniquità del mondo è in Gesù, ogni perseguitato a causa dell'ingiustizia, della malizia e dell'avidità del mondo, ogni amico che tradisce per paura o inerzia è lì, ogni madre dal cuore squarciato per la morte di un figlio è in quella scena, ogni peccatore che si pente e ogni peccatore che non si pente, ogni cuore di pietra che sbeffeggia il Signore e diabolicamente lo spinge dar prova di poteri sovrannaturali e ogni cuore di pietra che si scioglie di fronte al Mistero “Davvero costui era figlio di Dio”.
Pertanto, il maggior pregio di questo libro, a mio parere, non è la raffinata trama teologica, che è quasi scontata vista l'altissima caratura intellettuale del suo estensore, ma è la tenerezza con cui Ratzinger parla di Gesù. Davvero incomprensibile che qualcuno ancora lo derubrichi a mito, favoletta rassicurante. Gesù è esistito, ribadisce Ratzinger, qualora ce ne fosse bisogno e tanto ce n'è ed Esiste, vive, è risorto da morte. Questa è ben più di una speranza, è una certezza di fede, è una testimonianza che tanti discepoli hanno testimoniato fino alla morte in croce (a croce a testa in giù, come Pietro chiese di essere crocifisso, perché era un onore troppo grande, per lui, essere crocifisso nella maniera in cui fu crocifisso il suo Signore).
Questa è la nostra serena certezza, che Ratzinger tanto sublimemente rimarca: “Se Cristo non fosse risorto, vuota è allora la nostra predicazione, vuota anche la nostra fede. Noi, poi, risultiamo falsi testimoni di Dio, perché contro Dio abbiamo testimoniato che Egli ha resuscitato Cristo” dalle Lettere di san Paolo (1 Cor, 15, 14s).