Il tarantismo era (o è, purtroppo non ho informazioni sulla situazione attuale) "un fenomeno storico-religioso nato nel Medioevo e protrattosi sino al '700 e oltre", "caratterizzato dal simbolismo della taranta che morde e avvelena, e della musica, della danza e dei colori che liberano da questo morso avvelenato". Quando nel 1959, De Martino e la sua equipe decidono di studiare il fenomeno, portando una rottura verso la centralità medica precedentemente adottata, il tarantismo era radicato in alcuni paesi della Puglia, e contava all'incirca un centinaio di tarantati. Il tarantato, annualmente, è preso da delle crisi compulsive, che lo spingono verso una vera e propria crisi di nervi, e la famiglia è costretta, per farlo quietare, a pagare dei musici. Il tarantismo, quindi, va a pesare enormemente, sia sulla vita psichica di queste persone, sia sulla loro economia, soprattutto considerando l'estrazione sociale bassissima (fra le note, emerge come quasi nessuno di loro fosse dotato di acqua corrente in casa). Quindi lo studio condotto da De Martino e la sua equipe, per sua stessa ammissione, è qualcosa di più che uno studio asettico: non documenti, persone.
"La terra del rimorso" è diviso in tre sezioni.
1 La prima parte è dedicata allo studio sul campo. De Martino e la sua equipe, composta da un dottore, uno psicologo, uno psichiatra, un etnomusicologo, un assistente sociale, un economa, "partì da Roma per Galatina una mattina di giugno del 1959". Questa prima parte serve a far conoscere lo stato del tarantismo. Innanzitutto i suoi riti. Poi le persone che ne sono affette, attraverso le interviste e varie prove psicologiche, come il test di Rorschach. Ma anche a far vedere come il tarantismo sia ormai in declino, lontano dagli apici toccati nel 1700. Cioè, il tarantismo intesa come istituzione, con i suoi simbolismi e le sue pratiche, è ormai vicino al crollo (lo stesso De Martino riconosce come ormai si tratterà di pochi anni prima che scomparirà). Emblematica è la scena della cappella di Galatina, quando il tarantismo sfocia nella vera e propria crisi di nervi, privata dalla struttura rituale della musica. L'intento di De Martino, in questa prima parte, è dimostrare anche come il tarantismo non c'entri (quasi) nulla con i morsi dei ragni - come si credeva da un secolo a quella parte. De Martino, cioè, vuole dimostrare, studiandolo sul campo, che il tarantismo è un'istituzione culturale.
La cosa più sorprendente di questa prima parte è quanto sia letterariamente bella. La scrittura di De Martino crea un vero e proprio racconto che sfocia quasi nell'horror. La tensione è altissima, e ci si sente quasi in un racconto mystery, con la causa del morbo da scoprire. Ora, sinceramente non so quanto sia voluta come cosa, o quanto sia una roba mia, ma raggiunge livelli altissimi, come nel racconto del primo esorcismo a cui assistono o l'orrore della scena nella cappella.
2 Dimostrato come il tarantismo sia un fatto culturale, e non la malattia di un paio di contadini, De Martino torna indietro, utilizzando la ricerca diacronica sui documenti, per vedere com'era il tarantismo prima di iniziare a crollare. Soltanto, così, infatti è possibile riuscire a darne una lettura completa. Emerge, così, come già ipotizzato nella prima parte, il ricorso al tarantismo per riuscire a incanalare e domare una crisi esistenziale. Soprattutto in fase puberale (12-13 anni), la tensione psichica per l'individuo raggiungeva il suo culmine - o magari, anche più in là, con un lutto o con un qualche evento traumatico. Ora, questa tensione, questa rottura si incanalava nell'inconscio per l'incapacità dell'individuo di riuscire ad affrontarla, o anche soltanto per riconoscerla. L'inconscio, così, se ne libera attraverso il meccanismo socialmente accettato e codificato del tarantismo: quella che sarebbe stata una crisi disordinata e nevrotica (proprio come nella cappella di Galatina), il tarantismo la codifica e ne permette la liberazione attraverso la musica, la danza e i colori. Tutto miticizzato attraverso il racconto del morso della taranta. La crisi psichica, quindi, non soltanto viene negata, ma viene ricondotta al morso del ragno che priva della ragione. Ed è un patto quasi diabolico che l'individuo stringe con il proprio inconscio, che, annualmente, si ripresenta a richiedere il saldo del conto: il tarantismo è annuale. Il tarantismo è quindi il modo che hanno gli individui per affrontare l'abisso della loro vita psichica. Ma non è un modo sano, è importante sottolinearlo. E' come avere crisi nervosi leggermente più piccole ogni anno per rimandare quella grossa.
3 La terza parte è una parte comparativa e storicistica. Innanzitutto, De Martino, comparando il tarantismo ad altri riti religiosi, come il vodu o altri riti africani, ipotizza una discendenza protomediterranea, e ne fa risalire la nascita fra l'800 e il 1300. In parte come risposta al crollo dei culti orgiastici che risalivano fino alla Magna Grecia, e di cui De Martino mostra i collegamenti con il tarantismo e la sua simbologia. In pratica, la Chiesa, nel tentativo di imporre il monopolio della fede, si oppose a qualsiasi culto pagano, ma, varie sacche di resistenza sopravvissero, modificando e riplasmando i vari culti, adattandoli anche alle esigenze dei secoli successivi (particolare influenza ebbero per esempio i racconti dei ragni che i Crociati incontrarono in Terra Santa). Mostrata l'origine, De Martino, sempre attraverso lo studio dei documenti, si interroga sul perché il tarantismo sia entrato così fortemente in declino. Di nuovo, in parte la causa va ricondotta alla Chiesa e ai suoi tentativi di sostituirsi al paganesimo, questa volta imponendo la simbologia di San Paolo in sostituzione della taranta, causando una confusione simbologica inaudita. Dall'altra, grande importanza per il declino del tarantismo ha avuto la cultura illuminista e positiva del'700-'800, che derubricò il tarantismo a malattia (fisica o mentale che fosse). Il tarantismo si è trovato, così, privo della sua mitologia e della sua riconoscenza.
In tutte e tre le parti De Martino porta avanti anche un discorso metodologico, in netta contrapposizione a quello medico imperante, che può essere più o meno così: se le cose non le tocchi, che cazzo ne vuoi sapere?